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Arena di Verona in crisi, il Mibact nomina Fuortes commissario

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ANNA BANDETTINI

Scongiurata l’ipotesi della liquidazione della Fondazione avanzata dal sindaco Tosi, che avrebbe messo a rischio la stagione lirica e 300 posti di lavoro. Il commissario svolgerà l’incarico gratis e manterrà il ruolo di sovrintendente al Costanzi

Il ministro dei Beni culturali e Dario Franceschini ha firmato il decreto di commissariamento per la Fondazione Arena di Verona nominando commissario Carlo Fuortes, “manager culturale che ha già gestito con grande professionalità ed efficacia la situazione di crisi dell’Opera di Roma”. Fuortes, si precisa, svolgerà l’incarico gratis e continuerà a svolgere l’incarico di sovrintendente al Costanzi, “affiancando per alcuni mesi il ruolo di commissario dell’Arena di Verona”; “avrà il mandato di garantire lo svolgimento della stagione estiva dell’Arena, di verificare entro il termine previsto dalla legge del 30 giugno 2016 le condizioni che permetteranno alla Fondazione scaligera di adempiere ai parametri stabiliti dalla legge Bray per accedere al percorso di risanamento o, in caso contrario, di avviare la sua liquidazione”.

A fronte di una crisi nera, con un debito di 24 milioni di euro, il sindaco della città Flavio Tosi aveva chiesto al Mibact la messa in liquidazione della Fondazione. Un’ipotesi allarmante che avrebbe messo a rischio 300 lavoratori, prevedendo l’affidamento della gestione a una società privata, l’Arena Lirica spa, che si sarebbe occupata solo della stagione estiva, con la collaborazione di Cariverona e altri privati i quali si sono già fatti avanti. Al centro, un gioiello che fa 400 mila spettatori a stagione estiva e un indotto di 500 milioni per la città.

L’ipotesi aveva messo in allarme i sindacati perché applicabile a altre fondazioni in crisi, per esempio Firenze, Genova, Bologna, con il rischio di smantellare il sistema che regge oggi una tradizione culturale come il melodramma. Non sarebbero stati in discussione invece i grandi show pop già programmati per questa estate, i concerti che vanno dai 2 Cellos a Adele, da Marco Mengoni a Il Volo a Renato Zero, né appuntamenti di sicuro richiamo come il Gala di Roberto Bolle o lo spettacolo di Panariello-Conti-Pieraccioni, organizzati da promoter esterni i quali pagano un affitto di 40mila euro a sera per poter avere quel grandioso palcoscenico. La stagione lirica si apre invece il 24 giugno con una Carmen di Bizet.

La situazione dell’Arena è precipitata una settimana fa, quando il consiglio di indirizzo e il sindaco di Verona hanno presentato ai lavoratori un piano di rientro dal debito che avrebbe ritoccato il contratto integrativo dei lavoratori. Dopo molti tira e molla le rappresentanze sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Fials) avevano firmato ma l’avevano sottoposto al giudizio dei lavoratori. Il referendum per soli due voti 130 a 132, più 2 bianche e 2 nulle, aveva bocciato l’accordo. “Dopo una trattativa estenuante durata quasi due mesi, incontri quotidiani durati ore e conclusasi con ogni tipo di concessione possibile – è stato il commento del sindaco Tosi – tutto sembrava risolto. L’accordo escludeva i licenziamenti, ma prevedeva la ‘gestione’ di 60 esuberi con prepensionamenti e incentivi all’esodo. Nessuna riduzione per il corpo di ballo, ma un taglio netto del costo del personale per 4 milioni di euro. Una ‘medicina’ necessaria per poter accedere ai sostegni alle Fondazioni lirico-sinfoniche in crisi previsti dalla cosiddetta ‘legge Bray’, e consentire la chiusura del bilancio in pareggio tecnico. L’esito del referendum non ci ha dato altra scelta”.

Ma i lavoratori proprio oggi hanno saputo che forse lunedì si sbloccherà un anticipo del Fus, il finanziamento dello Stato, per permettere di pagare gli stipendi di marzo. Ma poi? Paolo Seghi, della Slc-Cgil di Verona che ha ripreso lo sciopero della fame iniziato lo scorso gennaio dice:  “Finora la Fondazione non ci ha presentato né un bilancio né un piano di rilancio scritto. Solo parole. Chiediamo che si riapra un tavolo di confronto a partire da quanto finora raggiunto, si riconoscano dubbi e speranze dei lavoratori, si trovino soluzioni onorevoli ed eque per i settori artistici, tecnici e amministrativi, si individuino soluzioni non umilianti e per gli aggiunti, si presti ascolto alla voce dei lavoratori, delle forze sociali, politiche e della cultura pronte a dare il proprio contributo al rilancio e alla prospettiva di un pezzo della storia di questa città e di questo paese”.
 
L’Arena di Verona è dagli anni Ottanta una delle 14 Fondazioni lirico-sinfoniche italiane, con i problemi di sostenibilità economica che hanno tutte le “macchine liriche” italiane. In più si parla di gestione allegre negli anni e assunzioni in massa. Negli ultimi due anni, poi, c’è stato il taglio dei finanziamenti pubblici: 5 milioni, 3.200 per la riduzione del Fus (il finanziamento dello Stato), 1.2 dalle cancellazione della Provincia e 500 mila dalla Regione. Secondo gli amministratori il vero problema dell’Arena però è l’obbligo della stagione invernale in quanto Fondazione: un bagno di sangue per le casse. La stagione invernale vuol dire 500 mila euro l’anno di affitto del teatro Filarmonico, più gli stipendi e tutto il resto. “Ogni spettacolo ci costa 250 mila euro, impossibili da recuperare. Se facessimo solo la stagione estiva il costo sarebbe dimezzato di un quarto. Solo con i biglietti venduti degli spettacoli lirici estivi in Arena noi copriamo il 30 per cento dei costi, mentre per altre Fondazioni non si va oltre il 7. Con l’invernale si abbassa anche per noi a quella percentuale”, dice Roberto Bonolis, portavoce del sindaco Tosi. A pesare il 10 per cento sul costo del lavoro è l’integrativo, circa 6 milioni di euro all’anno, sui 26 milioni complessivi che, dicono i maligni, vanno a pagare indennità stellari in particolare per orchestrali e coristi, da quella se si canta in lingua straniera a quella degli spettacoli all’aperto, o l’indennità per i concerti sinfonici nell’invernale. Quanto agli stipendi non c’è di che lamentarsi: un impiegato ha un costo aziendale medio di 52 mila euro, un tecnico 53 mila, un operaio 41 mila, il corista 55 mila, l’orchestrale 65 mila, un ballerino 50 mila, le eccellenze arrivano anche 90 mila euro. La Fondazione Arena sarebbe al quinto posto, dopo Scala, Opera di Roma, Santa Cecilia e Carlo Felice di Genova.

I sindacati ribattono che  non è così: accusano che il personale è già diminuito del 10% e il suo costo è il più basso tra quelli di tutte le Fondazioni liriche italiane. “Noi pesiamo per il 51% del bilancio, quando la media nazionale è del 65%”.  E addita come motivo della crisi il management areniano, alla cui testa c’è il sovrintendente Francesco Girondini riconfermato a sorpresa a febbraio che governa dal 2008, e Francesca Tartarotti arrivata a febbraio dal Maggio Fiorentino, direttore operativo, con una leggenda di tagliatrice di teste. Dice Fabio  Benigni della Uil: “All’Arena c’è anche un grosso problema legato alle aggiunte di personale a tempo determinato, richieste dalle numerose manifestazioni di intrattenimento, come i concerti pop, che la Fondazione organizza. Molte delle cause che rischiano le fondazioni lirico sinfoniche, infatti, sono proprio sul lavoro a tempo determinato”.  Altro punto negativo la fallimentare esperienza del Museo Amo mai decollato (costo  1,1 milioni all’anno, ricavi 100 mila euro ) e Arena Extra, che dovrebbe organizzare attività concertistica non lirica in Arena che non incassa un euro.

Nei giorni scorsi Cristiano Chiarot, sovrintendente della Fenice di Venezia e presidente dell’Anfols, l’associazione delle Fondazioni liriche, si è detto disponibile a un incontro tra le parti per soluzioni non traumatiche. “Ma anche il caso Arena sottolinea la criticitàdella natura giuridica delle Fondazioni, perchè da una parte siamo fondazioni di diritto privato ma dall’altro siamo considerati a tutti gli effetti organismi pubblici. C’è solo a auspicare che la legge quadro sullo spettacolo in progetto al Mibact affronti questo nodo”.

Fonte Link repubblica.it