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A Città di Castello al Festival delle Nazioni 2015 straordinario Jörg Demus in concerto

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Joerg Demus (foto Monica Ramaccioni/ Festival delle Nazioni 2015)

A Città di Castello il Festival delle Nazioni rende omaggio a Vienna e dintorni

Straordinario Jörg Demus in concerto

di CARLO VITALI 

“Omaggio all’Austria”: da Mozart a Mahler e dalla valzereggiante famiglia Strauss fino alla presunta entartete Musik di Korngold e Krenek sullo sfondo dei corrosivi paradossi di Karl Kraus recitati da un attore. Il fervore culturale che accompagnò la disgregazione politica dell’impero austro-ungarico accostato a un doppio centenario glocal: la Grande Guerra e la nascita, in questo angolo di Umbria ai confini con la Toscana, di un caposcuola dell’arte moderna come Alberto Burri, anche lui omaggiato dal concittadino adottivo Salvatore Sciarrino con la prima mondiale di un quintetto per flauto e archi. Senza scordare le tragedie recenti dei Balcani non più austroungarici: sfacciata allegria di massacri con le fanfare gitane e le voci bulgare di Goran Bregovic nel giardino barocco di Palazzo Vitelli a Sant’Egidio. Solo alcune delle molteplici prospettive che hanno animato la 48ma edizione del Festival delle Nazioni nei quindici eventi del cartellone in programma dal 25 agosto al 5 settembre a Città di Castello e in altri ameni luoghi dell’alta Valle Tiberina.

            Per gli amanti della Wiener Klassik senza se e senza ma il momento magico da tramandare resterà comunque il recital pianistico di Jörg Demus, all’età di 87 anni unico superstite della leggendaria “trojka viennese”: lui stesso, Friedrich Gulda e Paul Badura-Skoda; vezzeggiato da Karajan, considerato con rispetto da Benedetti Michelangeli. Appesantito e canuto, con l’aria austera di un Professor Unrath prima della sbandata, il Gran Vecchio è giunto con un viaggio solitario da Bolzano, dove presiedeva la giuria di quel Premio Busoni da lui vinto nel 1956. Un poco iroso, capace di redarguire a scena aperta un pubblico che gli turbava la concentrazione con intempestivi rumori, si concedeva con riserbo alle crescenti ovazioni e ad un paio di bis: un pezzo caratteristico di sua composizione e un Notturno di Chopin. Ma il piatto forte allineava la canonica genealogia viennese Haydn-Mozart-Beethoven-Schubert, integrata dalla sonata op. 1 di un Alban Berg ancora in fasce (1908).

            A dispetto di alcune note “scappate” nelle variazioni del primo movimento, la sua K331 conquistava l’uditorio con un fraseggio personale e grandioso, senza le burattinesche concitazioni in cui si fa consistere a torto l’essenza del virtuosismo, bensì con precisi incroci di mani e ornamentazioni sgranate in aleggiante levità. Quando affrontava il Piccolo divertimento di Haydn o la contemplativa op. 110 di Beethoven veniva in mente il distico metastasiano sul “saggio guerriero antico” che “mai non ferisce in fretta”, perché le sue lentezze non nascevano da senile amore di comodità, bensì da un acuto senso del cantabile e dei modi per valorizzarlo con un tocco allusivo ora al libero recitativo italiano ora al Lied strofico di marca tedesca, sempre nel rispetto di logiche (e poetiche) alternanze fra staccato e legato, fra i colori di una tastiera che il parco uso del pedale faceva somigliare talvolta a un fortepiano. Ma grinta e potenza dinamica venivano fuori con Berg, e ancor più nei quattro Impromptus op. 90 di Schubert, dove il secondo in mi bemolle maggiore si distingueva per implacabile tensione ritmica.

 

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