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Festival Verdi: accanimento terapeutico

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Gilbert-Louis Duprez

Il consueto esito grottesco dell’inaugurazione del Festival Verdi, mi porta ad alcune riflessioni circa le ragioni della rassegna parmigiana e la natura dei festival in generale. Cos’è un festival? Cosa lo differenzia dalla normale programmazione stagionale? Quali sono le ragioni per dedicare ad un autore o ad un repertorio uno spazio così esclusivo? E infine, come declinare tali ragioni dalla teoria alla pratica? Tutti interrogativi che sorgono spontanei ad ogni ottobre, quando la prosopopea di un paesotto che si sogna metropoli, impone le pretese del suo provincialismo schizzinoso spacciandole per evento culturale di portata universale. Ogni anno la storia si ripete con lo stesso identico copione, ma con attori diversi, seppur tra loro interscambiabili: dalla provincia grassa e benestante che dà sfoggio di gioielli e scarpe lucide nel foyer del teatro, alle competenze più presunte che reali che agitano un loggione immaginato come depositario di una pretesa autorevolezza acquisita per jus soli, sino a quel “Viva Verdi” strapaesano che in fondo unisce tutto e tutti, facendo chiudere occhi e orecchi, nella paciosa indifferenza del contadino inurbato, magari di fronte a un piatto di tortellini e a una scodella di lambrusco.

Ho vissuto qualche anno a Parma e questo è l’orizzonte etico ed estetico in cui si muove il festival in un calderone micidiale fatto di pretese irraggiungibili, arroganza, invidia eanimus da sagra della cuccagna. Il resto è folklore: il loggionista incazzato che si ricorda di Del Monaco e ha ancora segnati da qualche parte i tempi cronometrati del suo “Esultate”, la signorotta impellicciata che attraversa le sale stuccate d’oro con l’alterigia di una Paolina Bonaparte e la grazia di una allevatrice di “nimél”, i giornalisti che sonnecchiano e sbirciano le cosce di qualche bellezza nostrana, gli entusiasti dal sorriso prestampato sul grugno che celebrano – a gratis – le magnificenze della Bayreuth padana, le associazioni liriche della bassa col torpedone parcheggiato dietro il teatro…e così via. Ogni anno è così. E allora c’è da chiedersi che senso abbia tutto questo. Perché un festival ha ragion d’essere laddove sia necessario riscoprire un repertorio dimenticato o maltrattato e bisognoso di un ripensamento critico e filologico, ovvero proporlo secondo crismi di eccellenza da farne un unicum a livello mondiale. Nulla di questo si percepisce nella rassegna parmigiana che – come si ripete ogni volta – non vanta una nobile tradizione (è istituzione recente), non applica alcun principio filologico nella completezza dei titoli o nella ricerca scientifica delle edizioni utilizzate, non presenta rarità o versioni sconosciute, non propone interpreti di levatura internazionale nelle voci o nella direzione. Alla fine è tutto un cantarsela e suonarsela da soli (e neppure particolarmente bene, visto il livello allarmante dell’orchestra) nel trionfo del provincialismo più ottuso, perché spettacoli come l’Otello inaugurale si potrebbero sentire in ogni piazza periferica o arena estiva, dalla pro loco di Offanengo al cineteatro di Roccacannuccia. Cosa aggiunge il Festival Verdi all’interpretazione verdiana in corso? Nulla. Ma c’è altro. Ha senso dedicare un festival al Verdi Giuseppe? Io credo proprio di no. Non me ne vogliano i verdiani militanti, ma se c’è un autore che non presenta lati oscuri del proprio catalogo, problemi esecutivi particolari, o interessanti inediti è proprio Verdi. Tutte le sue opere sono eseguite dappertutto (e meglio che a Parma) e i minimali dettagli di orchestrazione che differenziano le poche versioni di alcuni titoli non giustificano certo ricerche filologiche o interesse pubblico, così come le ormai conosciutissime prime stesure di Macbeth, Simon Boccanegra eForza del Destino (tre opere tre). La cosa davvero auspicabile sarebbe, al contrario, una drastica riduzione della sua presenza sui palcoscenici teatrali: presenza che fagocita più della metà degli spazi disponibili e che ormai non è più una scusa per riempire i teatri (emblematico il caso dell’ennesimo Requiem a Milano). Oggi l’unico autore italiano che avrebbe bisogno di un vero festival (e non la sua caricatura bergamasca), di un vero rinnovato interesse e di un vero complessivo ripensamento, è il povero Donizetti. Non si può morire di Verdi…anche perché il mondo musicale va da tutt’altra parte: si sono aperti negli ultimi anni nuovi mondi, esplorati per la prima volta o ancora da esplorare (dal barocco al ‘900, compreso quello italiano così tanto bistrattato) e di nuovo siamo qui a perdere tempo con il Do (o il SI bemolle) della “pira”, la cavata verdiana, il baritono nobile, il Peppino nazionale che “pianse e amò per tutti”e scemate varie…ancora a prendere sul serio gli zum-pa-pa, i santini di Bergonzi o della Tebaldi, le espressioni trasognate e il cipiglio dei Muti di turno che imbracciano la bacchetta come la sciabola di La Marmora, nella parodia di un teatro da feuilleton ottocentesco. E’ ora di crescere e dire basta, perché se il ROF – privato della spinta della Rossini renaissance – arranca per non suicidarsi, al Festival Verdi dovrebbe essere concessa l’eutanasia…per far cessare le sofferenze sue e dei malcapitati che ne hanno cura. (06/10/2015)

Fonte LinK: http://www.corgrisi.com/2015/10/festival-verdi-accanimento-terapeutico/

La Toscanini