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Gli eroici timonieri che affondarono l’Arena di Verona

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Gli eroici timonieri che affondarono l’Arena

Previsti in cartellone nel 2016: dieci concerti di Zucchero, i Black Sabbath nel loro tour di addio dopo 48 anni di luciferina attività, i Five Seconds of Summer, Adele, Marco Mengoni. Non in qualche Palasport della Brianza profonda, ma all’Arena di Verona, la Fondazione Lirico-sinfonica che, con i 15mila posti del suo teatrone romano e i 500 milioni d’indotto annuale sul territorio, passava per una corazzata inaffondabile. Ed oggi eccola trasformata in Titanic grazie a una coppia emulatrice del celebre capitan Schettino. I dati del naufragio si condensano in un buco di bilancio che per il solo 2014 supera i sei milioni, un’erosione patrimoniale di 9,2 milioni, un debito di oltre 30 milioni con fornitori e banche. Erano 17 nel 2008, quando — dopo la defenestrazione del sovrintendente Claudio Orazi — il timone fu impugnato dal perito agrario Francesco Girondini, a ciò designato dal sindaco Flavio Tosi.

Perla di una gestione all’insegna dell’aziendalismo duro e puro è stata nel 2009 la creazione di una «società strumentale» denominata Arena Extra, una s.r.l. con amministratore e socio unico lo stesso Girondini. Doveva canalizzare alla Fondazione le percentuali sui ricavi dei grandi eventi pop, ma all’atto pratico ha prodotto solo nuovi debiti. Però, trattandosi di azienda privata, i suoi bilanci sfuggono alla lente della Corte dei Conti. Altra pesca miracolosa l’ha fatta «Amo», leggiadro acrostico di Arena Museo Opera: costa un milione di euro l’anno e stacca biglietti per 100mila. Chi ne regge la canna? Indovinate.

Sul versante del teorico core-business, avviando la prevendita dei biglietti ancor prima di notificare direttori e cantanti, il colosseo veronese offre per la prossima stagione 46 recite d’opera contro le 54 della precedente, cinque titoli e nessuna nuova produzione. Quasi un autoaffondamento annunciato, a coronare il quale sono venute le proposte «risanatrici» sull’onda del rapporto di consulenza studiato da una prestigiosa agenzia esterna: outsourcing del balletto ricorrendo a qualche compagnia dell’Est, cancellazione del contratto integrativo che copriva gli straordinari, idem per il contratto d’affitto del Teatro Filarmonico (1200 posti), da sostituirsi col restaurato teatrino Ristori offerto a costo zero da Cariverona: 496 posti e misure di scena insufficienti a garantire allestimenti decorosi durante la stagione invernale.

Nemmeno questo è bastato. Con gli uffici della Fondazione occupati da novembre, a San Silvestro il Consiglio d’indirizzo ha calato la scialuppa d’emergenza: richiesta al Mibact per accedere al fondo di rotazione garantito dalla legge Bray. Come a dire un finanziamento a lungo termine e tasso agevolato, ma con piccole contropartite quali una riduzione fino al 50% del personale, quei 280 dipendenti stabili che da un decennio hanno visto congelati i loro stipendi. Più un piano di rientro dal debito entro l’estate, la rendicontazione della passata finanza creativa e l’assenso dei «tre sindacati maggiormente rappresentativi». Pura fantascienza. Stando così le cose, meglio forse il commissariamento e l’esonero di una dirigenza mostratasi culturalmente inadeguata. Volevano, pensate, coprire l’Arena con un tetto mobile.

Carlo Vitali

Fonte: “Musica” febbraio 2016

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