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IL CASO PEREIRA E LA GENERAZIONE PERDUTA. LA SCALA DI MILANO METAFORA DELL’ITALIA

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Teatro La Scala di Milano


Enrico Votio Del Refettiero

UNA CLASSE DIRIGENTE CHE NON C’È

La sorte di Alexander Pereira sembra segnata ancora prima di incominciare ufficialmente a prendere le redini del Teatro alla Scala. All’inizio sembrava un rumore lontano, ne aveva parlato solo la stampa austriaca ripresa dal MUSICAL AMERICA: sull’onda del nostro Luigi Boschi (quante notizie sono apparse prima di tutto – e a volte solo – sul suo eroico blog) sono poi arrivati gli altri, il CORRIERE, la STAMPA, LA REPUBBLICA e perfino il NEW YORK TIMES. Certo il “caso” sembra incredibile: il Sovrintendente di Salisburgo, nominato nell’Ottobre 2011 e dimissionato tra mille critiche prima del tempo (Alexander Pereira) che vende al futuro sovrintendente del Teatro alla Scala (sempre Alexander Pereira) ben 6 – o addirittura 7 – allestimenti usati per la bella somma di 1.6 milioni di Euro, ripianando così parte del debito accumulato sotto la sua gestione dal glorioso festival austriaco.

Ride sotto i baffi la Presidente del Festival Helga Rabl-Stadler, politica abile alla guida dal 1995, che in un’intervista alla radio austriaca dice “Pereira sta risolvendo i problemi da lui stesso creati”. Sì perché quel che è vero è che in sole due edizioni – la terza è quella in corso, ultima per lui di un contratto che era invece previsto durare almeno fino al 2016 – Pereira ha accumulato ben 4 milioni di Euro di deficit, un inedito per un Festival abituato a macinare profitti e a chiudere in pareggio. Lui, Pereira, sostiene che in verità di allestimenti ne ha confermati solo tre e opzionati altri tre, che in realtà è un affare per la Scala e che tutto va bene. Solo che il Sindaco di Milano Pisapia, che con la sua rivoluzione arancione aveva fatto della correttezza e della trasparenza dell’amministrazione una bandiera, si è arrabbiato non poco per aver appreso la storia sui giornali e per essersi pure presa una tirata d’orecchi dal Ministro Franceschini, anche lui sul chi vive: perché in un momento in cui si parla solo di “spending review” e tutti i teatri devono tirare la cinghia, di fare la figura del finanziatore dei debiti di Salisburgo il più importante teatro lirico d’Italia proprio non ci sta. Risultato: due riunioni straordinarie del CdA convocate d’urgenza spiegazioni (scritte) richieste a Pereira e notizia che la “conferma” della sua nomina sarà data solo tra 20 giorni (ma allora ci viene un dubbio: in questi mesi, sulla base di quali poteri e quali deleghe ha operato?). Davvero un “pasticciaccio brutto di Via Filodrammatici” per dirla con Gadda,  e per giunta alla vigilia ormai dell’EXPO 2015 quando la macchina dovrebbe essere lanciata e non trovare inciampi. La verità vera, quella che da tempo denunciamo, è che la Scala vive una profondissima crisi di identità che un sovrintendente come Pereira, che ha dimostrato di servirsi delle istituzioni per cui lavora più che servirle, che resti o che non resti, non sarà certo in grado di risolvere. Alla traumatica “cacciata” di Riccardo Muti nel 2005 sono seguiti dieci anni di un sovrintendente come Stephane Lissner, che apertamente detesta l’opera italiana e la considera come ciarpame inutile, che ha nominato un direttore musicale come Daniel Baremboim che un’opera italiana in vita sua non l’aveva praticamente mai diretta e invitato una serie di giovanotti foresti (da Wellber a Harding a Dudamel) che alla Scala le opere italiane vengono a impararle invece che a lavorarle come si deve portando il loro contributo di idee e di esperienza. Risultato, la Scala perde la leadeship nel repertorio italiano e nella “formazione” di cantanti italiani, se è vero come è vero che l’Accademia della Scala sforna di tutto, da coreani a giapponesi, georgiani e sudafricani ma nemmeno un italiano. Nessuno viene più alla Scala a vedere come si fa il repertorio italiano ne’ a imparare le nuove tendenze nella messa in scena dei capolavori del nostro teatro musicale, da Bellini a Donizetti a Verdi a Puccini fino a Mascagni e Giordano. E giù una serie di allestimenti francamenti discutibili, persino da parte del giovane di più grande talento e capacità – Damiano Michieletto – che tanto ci aveva fatto sperare per una definizione del “gusto” italiano contemporaneo nella messa in scena di opere del repertorio italiano e invece ha finito per scimiottare il nuovo divo del teatro musicale internazionale, quello psicopatico (la definizione è sua) di Dmitry Tcherniakov. Alla base di questa tragica crisi d’identità vi sono infatti precise responsabilità che una certa critica musicale italiana, capitanata da figuri ormai senza nessuna credibilità, si guardan bene dal denunciare. Ci sono personaggi che hanno poco a che fare con la musica, ma piuttosto con una malintesa gestione del potere come esercizio di arroganza invece che di responsabilità. Certo, perchè il signore che da anni nomina i Sovrindendenti della Scala, alla faccia del consiglio di Amministrazione e dei Sindaci di Milano, dalla Moratti a Pisapia, ha un nome e un cognome e si chiama Bruno Ermolli. Un signore che un merito senz’altro ce l’ha, ovvero quello di aver salvato l’impero di Berlusconi dal fallimento inventandosi insieme a Ubaldo Livolsi la quotazione alla Borsa Italiana della Mediaset ma che di opera e di musica proprio dimostra di non capire nulla. E invece da tempo immemorabile siede nel Consiglio di Amministrazione della Scala (ne è il Vice Presidente) forte del suo titolo incontrastato di “più potente lobbista del nord Italia” (devo la definizione al giornalista Giovanni Pons, non millanto nulla). Vero è anche che Ermolli, brillante cacciatore di teste per l’impero berlusconiano con la sua Sin&rgetica – ma è anche consigliere di Fondazione Cariplo, Fininvest, Mediaset, Mondadori, Mediolanum, Mediobanca, Pellegrini, Università Bocconi, Politecnico di Milano, Censis, ecc. Presidente di PROMOS, l’azienda della Camera di Commercio di Milano dedicata all’attività internazionale delle piccole e medie imprese, dal 2008 in Jp Morgan (fonte: Corriere della Sera) – forse una qualche difficoltà a trovare la persona giusta ce l’ha. Bruciato per sempre nel 2005 il chitarrista-motociclista Mauro Meli, dove lo trova un Sovrintendente per il teatro più importante d’Italia? Già perché la categoria sembra estinta, la categoria che nella storia d’Italia – e della Scala in particolare – ha avuto come rappresentanti personalità di spessore culturale e umano prima ancora che manageriale come Gatti-Casazza, Antonio Ghiringhelli, Paolo Grassi, Carlo Maria Badini … Costoro avevano saputo allevare una classe di assistenti e hanno lasciato loro spazio. Gli ultimi arrivati si sono invece guardati bene dal pensare al ricambio generazionale ed eccoli ancora ad occupare le loro poltrone: casi esemplari Bruno Cagli (classe 1942) e Francesco Ernani (classe 1937) che ancora siedono come Sovrintendenti all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e al Comunale di Bologna, ma anche Carlo Fontana (classe 1947) e Walter Vergnano (classe 1952) non sono proprio di primo pelo. Ed ecco allora Ermolli rivolgersi ancora una volta all’estero: e se il nome di Lissner era uscito da un patto bipartisan con l’allora potentissimo avv. Vittorio Ripa di Meana, pace all’anima sua, ora quello Pereira deve essere stata una trovata tutta sua. Nato nel 1947, all’età in cui in Francia si è obbligati per legge a lasciare gli incarichi apicali nelle aziende di Stato (doloroso fu il caso all’Opéra Bastille di Hugues Gall, classe 1940 e pensionato di forza già dal 2004) Pereira arriverebbe alla Scala a 67 anni suonati avendo passato i suoi anni migliori all’Opera di Zurigo (venti per l’esattezza), subìto il rumoroso insuccesso della sua gestione di Salisburgo e la testa oggi probabilmente più nella scollatura della sua giovane e affascinante compagna brasiliana neanche trentenne che nelle delicate vicende scaligere. E sì che gli sembrava di avere tirato fuori dal cappello il coniglio a Ermolli: per lui che di anni ne ha 75, Pereira deve essere un ragazzino… Certo che se poi arriva il grande rinnovamento a dettar legge, ci si augura almeno non imponga alla Scala la sua già favorita del Maggio Musicale.

 

Appresso ciò lo duca “Fa che pinghe”,

mi disse “il viso un poco più avante,

sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l’unghie merdose,

e or s’accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo quando disse “Ho io grazie

grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.

E quinci sian le nostre viste sazie”. 

Dante, La Commedia (Inferno, Canto XVIII)


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