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‘Lucia di Lammermoor’, la magia di Chailly esalta la ballata romantica di Donizetti

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Lucia di Lammermoor di Donizetti alla Scala.
Lucia di Lammermoor di Donizetti alla Scala.


Alla Scala finalmente la prima dell’opera, cancellata nel 2020 per pandemia


Annunciata e preparata come inaugurazione 2020. Cancellata per pandemia a pochi giorni dalla prima la nuova produzione di Lucia di Lammermoor di Donizetti ha infine debuttato alla Scala. Per Riccardo Chailly è il secondo cimento operistico di stagione. Il secondo debutto in un grande titolo di repertorio, e il secondo eloquente successo. Gli applausi hanno riconosciuto l’efficacia e lo spirito del prezioso lavoro di concertazione del direttore. Minuzioso, se non ostinato, nel dare sostanza sonora e colore ai mutamenti emotivi dei personaggi e agli specchiamenti accolti e rilanciati dalla romantica natura circostante che custodisce e aderisce alla tragica narrazione.
Quella di Lucia di Lammermoor (Napoli, 1835) è una scrittura senza uguali nella storia dell’opera italiana dell’Ottocento: per precisione drammaturgica, invenzione armonica e tavolozza timbrico-strumentale. Un pozzo inesauribile. Le soluzioni orchestrali dipingono con tratti indelebili, affidati spesso ai soli (quadriglia di corni, di clarinetto, arpa, glassharmonica e violoncello), paesaggi e anime della feroce Scozia ritratta nel romanzo di Walter Scott. Quasi avesse sottomano il tesoro dei Nibelunghi, Chailly lo inventaria con passo pacato ed entusiasta. Restituisce l’integrità testuale all’edizione critica con sorprendenti esiti teatrali nei recitativi e negli episodi di raccordo – ma non può riscattare musicalmente la poco ispirata parte di Raimondo, nonostante la maiuscola presenza di Michele Pertusi -, antepone la messa a fuoco del dettaglio allo slancio romanzesco. Privilegia la discontinuità dell’articolazione, anzi la flessuosità e i rubati, rispetto alla costruzione d’una forma narrativa unitaria.
La magnifica ballata romantica, quale il capolavoro di Donizetti è, va per così dire ricostruita mentalmente da chi ascolta, rapito in estasi per la coerente bellezza della resa orchestrale: il direttore ci fornisce le tessere del mosaico già nel verso giusto. A cominciare dalla concezione vocale: la scelta dei cantanti fatta da Chailly si dichiara convinta e confidente nello stile belcantistico. E viene ribadita dal podio a ogni passo. Anche se, verosimilmente, con protagonisti di rara competenza stilistica, civiltà e tecnica di canto, e ben meditata espressività come Lisette Oropesa  (soprano statunitense), una Lucia interiorizzata anche nel quadro clou della pazzia, e Juan Diego Flórez (impeccabili e ampiamente ripagati dall’accoglienza del pubblico), sonorità rossiniane e maggiore autonomia al loro estro ne avrebbero sciolto pathos e comunicativa. 14 APRILE 2023

Fonte Link: repubblica.it