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Palermo e Roma. Due teatri d’opera segnati dalle modeste pretese dei dipendenti. Non dei capi

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Pietro Acquafredda

Palermo e Roma. Due teatri d’opera segnati dalle modeste pretese dei dipendenti. Non dei capi

Curioso che i due teatri che per anni hanno avuto dal Comun, Roma, e dalla Regione, Palermo, i finanziamenti più sostanziosi, dei quali tutti INDISTINTAMENTE hanno approfittato, oggi abbiano deciso che, essendo tutte morte le vacche grasse, e non potendosi più mungere alcunchè, valeva la pena rassegnarsi a far penitenza:  cingendosi di cilicio i fianchi  e coprendosi il capo di cenere. I dipendenti dei due teatri hanno cioè detto, quasi sottoscritto, accordi in tal senso: dobbiamo , anche perché  lo vogliamo, lavorare di più per  meritarci gli stipendi che abbiamo, comunque decurtati delle indennità, alcune ridicole, altre offensive, di cui abbiamo goduto finora.

Giusta decisione, in attesa di vederla sottoscritta e poi osservata alla lettera. Tutti dobbiamo soffrire, tranne uno. Il sovrintendente, l’unico che gode per tutti. Insediatosi a luglio, Francesco Giambrone, ha un compenso fra i più alti d’Italia, e stessa sorte, felice sorte, tocca a Fuortes che guadagna 240.000 Euro l’anno, anche se quei soldi glieli dà Musici per Roma, mentre il teatro gli dà un gettone di presenza di 1000 Euro al mese, gli stessi maledetti della storica canzone. Ma quando lascerà Musica per Roma( noi continuamo a volere che lasci l’Opera , anzi ce lo auguriamo, per far ritorno all’Auditorium) guadagnerà sempre 240.000 Euro, ponendosi quindi in cima alla classifica dei sovrintendenti italiani, per essere il più pagato? No, scusate, il più pagato è Cagli che fino a qualche mese fa aveva la bella cifretta di 340.000 Euro, giacchè lui da solo nella sua esile persona assommava il triplice incarico di presidente/sovrintendente e direttore artistico dell’Accademia di Santa Cecilia. Troppo per le sue spalle per non pretendere di essere pagato a dovere.
 La storia dei dipendenti dei teatri che finalmente sono stati indotti a ragionare e quella dei loro superiori che continuano a pensare di vivere nel paese di bengodi propongono l’annoso vecchio dilemma italiano. il popolo piange e si dispera, mentre chi comanda ride  e se la gode.

La Toscanini