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Rof di Pesaro: lenta decadenza?

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La fresca designazione dal 1 Gennaio 2016 (link) di Ernesto Palacio come direttore artistico del Festival Rossini di Pesaro non fa altro che mettere ancora una volta in evidenza l’inadeguatezza del management culturale del nostro Paese, soprattutto nel campo della lirica, che risponde non già a logiche condivisibili di efficienza e programmazione a lungo termine, ma semplicemente a piccoli, personali interessi di bottega. Il caso del ROF è emblematico e qui di sotto se ne spiegheranno le ragioni, che peraltro sono sotto gli occhi di tutti, basterebbe solo vederle.

Vale la pena di ripercorrere brevemente la storia di questa manifestazione, perché già nello splendore che fu si celavano, come avrebbero detto Adorno e Horkeimer, i germi della sua inarrestabile decadenza.

Quando venne fondato, negli ormai lontani anni Ottanta, il Festival si presentava come punta di diamante di quella che poi sarebbe stata definita la “musicologia applicata”, vale a dire non limitata agli studiosi o ai grandi esperti, alla pubblicazione di libri o saggi, bensì portata fuori dalle aule dei Conservatori e delle Università e realizzata in scena, sulle tavole di un palcoscenico. Fuor di metafora, l’intuizione vincente fu quella di associare la propria storia artistica al recupero dell’immenso patrimonio rossiniano, per la maggior parte sconosciuto e – anche quando conosciuto – vittima di pesanti interpolazioni e incrostazioni della tradizione, che ne svilivano l’autentico pensiero estetico-musicale. Dunque, ogniqualvolta veniva ultimata una “edizione critica”, questa veniva portata sulla scena e fatta così conoscere al mondo. Merito del festival è stato anche quello di far comprendere ai più che l’autentica grandezza di Rossini non risiedeva nelle pur magnifiche opera buffe, bensì nella quasi completamente sconosciuta (a quel tempo) produzione seria, dove giacevano inascoltati capolavori della portata di Ermione, La donna del lago, Tancredi (nella sua versione originale col finale tragico), Armida, Mosè in Egitto, Maometto II.

Tutto nacque grazie al coraggio e all’energia di un gruppo di giovani funzionari del Comune di Pesaro, capitanati da Gianfranco Mariotti, il quale ebbe sin da subito chiaro l’obiettivo di fare del festival un punto di riferimento a livello internazionale; poi, vi fu l’appoggio di direttori del calibro di Claudio Abbado, Maurizio Pollini (che lì diresse l’unica opera della sua carriera, sino ad ora, uno storico allestimento della Donna de lago), Gianluigi Gelmetti, il giovanissimo Daniele Gatti, accompagnati da cantanti del livello di Lucia Valentini-Terrani, Marylin Horne, Katia Ricciarelli, Samuel Ramey, Raúl Giménez, Chris Merrit, senza dimenticare registi quali Luca Ronconi, Pier Luigi Pizzi, Jean-Pierre Ponnelle, Graham Vick. Tutto ciò, miscelato dalla sapiente mano di Alberto Zedda (già a quel tempo il più eminente rossiniano vivente) e Philip Gossett, l’uno alla guida del festival, l’altro della Fondazione Rossini incaricata del recupero musicologico dei manoscritti.

Orbene, questa miscela inusuale diede vita per anni a una delle punte di eccellenza nel novero dei festival a livello mondiale, che però da tempo si è trasformata in una personale signoria dei Mariotti, in un feudo dove l’unica cosa che conta è il mantenimento del potere, dove la gestione di fondi pubblici (giacché non va dimenticato che di soldi pubblici si tratta) avviene senza la minima trasparenza e dove ciò che importa è solo mantenere la propria poltrona.

La decadenza del festival è chiara a tutti: dopo aver raschiato anche il fondo del barile delle edizioni critiche (tant’è che si stanno producendo edizioni critiche di opere di cui si è perso il manoscritto, ossia una sorta di contraddizione in termini; non a caso uno studioso del rigore di Gossett da tempo ha abbandonato la direzione della Fondazione), la crisi artistica è stata resa evidente dalla riproposizione della medesima formula sino alla noia, vale a dire le opere di Rossini e niente altro, senza il pur minimo tentativo per esempio di aprire a compositori contemporanei, antecedenti o susseguenti la grande fioritura rossiniana, in modo da gettare uno sguardo più completo sull’opera italiana del secolo decimonono, sul fenomeno del “belcantismo”. Chiusura assoluta anche a diverse scuole interpretative (una su tutti, quella con gli strumenti originali), che invece avrebbero potuto rivitalizzare un festival da tempo stanco, stantio nelle proposte e che ha giocato tutto, alla fine, sulla vertente scenica delle opere, senza peraltro cogliere memorabili successi.

Dopo la direzione artistica di Luigi Ferrari, che se ne andò per assumere l’incarico di Sovrintendente del Comunale di Bologna e forse con vedute non più in linea col padre-padrone Mariotti (un ginecologo che crede di sapere tutto di Rossini, di voci come di direttori musicali), il ritorno di Zedda – già in età avanzata – avrebbe dovuto essere una sorta di ponte verso un rinnovamento intelligente, una transizione morbida verso il futuro, verso l’iniezione nel festival di sangue fresco, di idee nuove, garantita appunto dall’enorme prestigio del direttore milanese. Invece, questo secondo, lunghissimo mandato di Zedda è servito a Mariotti solo per consolidare sine die il proprio potere; sotto il lemma di “squadra vincente non si tocca”, l’ormai anziano sovrintendente ha cercato di congelare il tempo però senza più avere nemmeno il budget degli anni d’oro, altro motivo di una decadenza che appare inarrestabile. Dunque, dopo Abbado e Gatti, a Pesaro si sono ascoltati Will Crutchfield e José Ramón Encinar, vale a dire direttori di un livello ben diverso; dopo Ronconi e Pizzi sono arrivati registi di terza fila, dopo Ramey e Valentini-Terrani, cantanti alle prime armi, quasi sempre fuori ruolo e senza futuro, eccettuato il caso, ovviamente, di Juan Diego Florez; e qui, dunque, torniamo all’inizio. Infatti, Ernesto Palacio, il nuovo direttore artistico (che peraltro non ha mai diretto un teatro europeo, né grande né piccolo), di Florez è stato il mentore e l’agente per vent’anni, costruendone la carriera e proteggendola in modo quasi claustrofobico, imponendo ai direttori artistici che volevano contrattare il suo pupillo direttori e registi graditi in primis a lui, e poi anche al suo assistito. La presenza di Florez in cartellone, dunque, portava con sé un corollario di contratti di varia natura, a cantanti grandi e piccoli, a direttori musicali, persino a registi. Naturalmente, chi cadeva in disgrazia, veniva automaticamente cancellato dagli orizzonti del festival e dei teatri calcati da Juan Diego. Un esempio? Riccardo Frizza, un giovane direttore emergente, con delle buone qualità, prima fidanzato con la sorella del tenore, e dunque lanciato e proposto a ogni piè sospinto; però, una volta finita la sua relazione con la fanciulla (e contestualmente quella professionale con Palacio), venne bandito dal festival sine die. Un altro? Marco Vinco, il giovane baritono prima di casa al Festival poi, una volta finito il suo rapporto professionale con Palacio, allontanato per sempre. Insomma, sono anni che Palacio, con la minaccia di non far tornare Florez al festival, impone cantanti, direttori e registi a Pesaro; non a caso, è stato anche il primo agente di Michele Mariotti, il figlio di Gianfranco, direttore di indubbio talento ma che non avrebbe mai dovuto dirigere (come è invece accaduto e accadrà sicuramente ancora) al ROF, per ovvie ragioni. Dunque Palacio, di fatto, ha orientato in maniera decisiva le scelte artistiche delle ultime venti edizioni del festival, ragion per cui la sua nomina a direttore artistico non fa che ratificare ciò che era già ben noto agli addetti ai lavori.

C’è però un piccolo problema, che i soldi per fare andare avanti la baracca, come detto sopra, non sono privati, bensì pubblici; inoltre, c’è una legge dello stato, la Legge Madia (la legge 90/2014) che impedisce ai percettori di pensioni statali pubbliche o private di avere altri emolumenti (con soldi pubblici), imponendo loro l’immediata cessazione dall’incarico. Ma non è l’Italia il paese degli Azzeccagarbugli? Non è forse Pesaro la patria del Dottor Bartolo? Si legga infatti cosa scriveva il locale Resto del Carlino in data 8 dicembre 2014, in un pezzo dal titolo significativo: “Il ROF tira un sospiro di sollievo: Mariotti può restare”. Citiamo testualmente: “Diciamo che lo statuto della Fondazione Rof, scritto da quel mago della burocrazia comunale che era il compianto Dario Zini pare un vero capolavoro. Il sovrintendente del festival non lo dirige dal punto di vista amministrativo. Tutte le responsabilità sono in capo ai membri del consiglio d’amministrazione, presieduto per statuto dallo stesso sindaco, e i contratti vengono firmati dal direttore amministrativo. Insomma Gianfranco Mariotti dovrebbe occuparsi dei cantanti, delle orchestre, delle scenografie e, forse, del marketing. Niente di più.

Questo statuto è anche la salvezza di Gianfranco Mariotti rispetto alla legge 90 del 24 giugno 2014 che impedisce agli enti pubblici di nominare per consulenze, studi e incarichi direttivi dei pensionati del settore pubblico o privato. Legge nella quale il Rof rientrava essendo indicato tra gli enti privati o fondazioni che percepiscono consistenti risorse pubbliche. Di fronte a questa norma, il consiglio del Rof aveva chiesto un parere legale all’avvocato Graziosi di Bologna e poi era andato alla fonte: al ministero della Funzione Pubblica. Risposta? Chiarissima: Mariotti può essere riconfermato sovrintendente dal primo gennaio in quanto non ricopre nessuna carica dirigenziale. In sostanza il Festival è guidato, formalmente e legalmente, da altri. Almeno secondo lo statuto e la valutazione del ministero”.

Dunque, nel feudo dei Mariotti di Pesaro, non valgono le leggi dello Stato Italiano, giacché un cavillo studiato da un “mago della burocrazia”, ovviamente compianto, permette a un ottuagenario come Mariotti di nominare un settuagenario come Palacio (col quale c’è un evidente conflitto di interessi per il suo passato come agente) e di continuare a perpetrare la propria dinastia, sino a che non arrivi per tutti (speriamo ovviamente il più tardi possibile) il “momento supremo”. Il tutto in barba allo sbandierato “rinnovamento”, alla cosiddetta “rottamazione”, che evidentemente riguarda solo le persone non gradite, mentre per alcuni personaggi (da sempre vicini, anzi vicinissimi alla sinistra come Mariotti) le regole non valgono, valgono, appunto, i cavilli. Nel frattempo il festival, con buona pace di tutti, è già morto e sepolto da un pezzo, ma questo non interessa a nessuno. (28/05/2015)

Karmel Winter 

La Toscanini