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Sebastiano Rolli ricorda Angelo Campori

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Sebastiano Rolli

Caro Luigi,
Scusa il ritardo con cui ti scrivo un pensiero sul Maestro Campori, e mi trovo in grande imbarazzo in quanto si tratta del maestro della mia giovinezza, del primo direttore d’orchestra che ho visto e che ha esercitato su di me un fascino misto di soggezione e incanto. Mio padre ha suonato con lui sia da allievo di Conservatorio che da primo contrabbasso dell’orchestra Toscanini per vent’anni (e io, bambino, lo seguivo spesso a Busseto, Parma, Ravenna…alle prove e ai concerti). Quei vent’anni che furono del Regio di Campori, di Angela Spocci, di Piero Faggioni, di Edgardo Egaddi, di Adolfo Tanzi…un Teatro che oggi non c’è più giacché non sono più quei giorni, quel mondo, quel tempo. Erano anni forse non troppo diversi dagli attuali, ma che vedevano la partecipazione protagonista di uomini che mettevano la musica avanti a tutto con un calore, una passione, una dedizione oggi sconosciuta. Erano gli anni del grande coro del Regio (quello descritto da Renzo Pezzani in I dan l’Otello a presi popolar-come la declamava il povero Pavlen-dove i coristi erano la voce della città!) Erano gli anni in cui facevo il Conservatorio e Adolfo Tanzi, che quotidianamente ci citava Campori, teneva lezioni indimenticabili a noi scalpitanti adolescenti sul Requiem di Verdi nelle quali immancabilmente scoppiava in lacrime…e noi capivamo, come non ci sarebbe più capitato di capire, il significato intimo della Bellezza. (Un giorno facevamo lezione in sala Verdi e cantavamo Sepulto Domino di Da Victoria.

Ad un certo punto suona la campanella della ricreazione e noi, un’orda di quindicenni assatanati, non fiatiamo. Guardiamo Tanzi che, già rassegnato sta riponendo lo spartito, e gli chiediamo: “Maestro, ci fa cantare ancora il mottetto?” Lui, in lacrime: “Grazie ragazzi!”). Erano gli anni nei quali dopo le prime del Regio gli artisti andavano a brindare nella taverna della villa di Vender (a proposito, sai che quella casa sta per essere abbandonata per una residenza più centrale? Sono andato qualche giorno fa a trovare Vender e mi ha fatto vedere alle pareti in legno tutti gli autografi con data degli artisti da li passati. Che emozione! E che tristezza sapere che tutto questo passerà anche dai ricordi. Le firme di Bruson, Kraus, Siepi, Christoff, Freni, Bergonzi, Cappuccilli, Corelli, Ghiaurov, Ricciarelli, Del Monaco…Campori, stagioni passate per sempre).
Si, erano gli anni di Campori, del suo teatro, di serate indimenticabili nelle quali era capace di mandare in delirio il pubblico avendo un gattino trovato per strada sotto l’acqua prima di entrare a teatro nascosto in una tasca del frac. Aveva in se’ qualcosa di demoniaco e di geniale. La sua passione per l’alcol è nota…forse l’unico esempio che io conosca di genio e sregolatezza (giacché il genio raramente viene alimentato da una vita poco equilibrata!); in lui la sensibilità artistica raggiungeva vertici incredibili. Era troppa la bellezza della musica per essere sopportata! Beveva per non essere solo mentre affrontava i grandi capolavori che i suoi occhi e il suo cuore sapevano decifrare e trasmettere. 
L’aneddotica su di lui è vasta quanto quella su Toscanini, e di tantissimi episodi sono stato testimone oculare e, a volte, esclusivo; non mi sento però di elencare fatterelli riguardanti un uomo assolutamente unico e irripetibile. Come credo sia inutile ricordare i suoi rapporti con personalità come Bernstein o Karajan…Campori era Campori: quanti avrebbero voluto avere il suo braccio, la sua capacità di capire i cantanti, la sua sensibilità, la sua capacità di accompagnare (farsi compagno e quindi condividere la stessa meta e lo stesso cammino!), il suo totale disinteresse per la carriera (fu lui a dire a Bernstein, mentre questi gli proponeva di condividere la direzione della New York Philarmonic, che doveva tornare a Parma perché lo aspettavano i suoi ragazzi del Conservatorio dando così un calcio a una carriera strepitosa)!!
Con Campori, come ti ho già detto, se ne va un altro pezzo di una città e di una società che di questi suoi figli si era già dimenticata da tempo, e li vedeva attraversare le strade come fantasmi barcollanti a ricordarci cosa era la grandezza. Oggi celebriamo ragazzini (in tutti i sensi!) che probabilmente non sanno nemmeno chi era Angelo Campori, e forse mentre si recano a dirigere una prova al teatro Regio gli passano a fianco (ora non più) senza notarlo o in atteggiamento di sprezzante superiorità, e non potrebbero nemmeno allacciargli le scarpe! Ma cosa vuoi, caro Luigi, viviamo in tempi nei quali la memoria di anni e persone grandi si vuole perdere per non sentirsi troppo piccoli. 
Personalmente sento una struggente nostalgia di quel tempo! Forse i giorni passati ci sembrano migliori solo perché in fondo non li ricordiamo più…o forse perché il tempo si incarica di farci trattenere solo il bello espellendo il resto…o forse erano giorni grandi davvero, non lo so. So solo che spesso mi commuovo nel ricordo delle tante persone che ho conosciuto e visto. Delle tante persone che hanno accompagnato la mia giovinezza, che hanno popolato il mio mondo di bambino (Campori veniva spesso a bere nell’osteria di mio nonno a Colorno e mio padre me lo additava con rispetto e ammirazione: “quello è il Maestro!”…con quella chioma bianca!! Io avevo dieci anni su per giù…); il mio mondo di adolescente, poi di studente, quindi di professionista (un incontro durante una mia prova qualche anno fa…una parola scambiata al telefono lo scorso anno…vederlo ancora al mattino camminare per via della Repubblica senza avere, la maggior parte delle volte, il coraggio di fermarlo…). Mi mancano quegli anni perché mi manca l’umanità delle persone che li hanno popolati. 
Ora è meglio che chiuda qui queste riflessioni estemporanee, frettolose, scritte sotto l’impulso dell’emozione. Magari fra un po’, se vorrai, ti scriverò cosa rendeva speciali e totalmente differenti queste persone da quelle che oggi si occupano di musica, di teatro, di cultura, di arte…quante circostanze possono essere citate come indicative di un mondo che non c’è più!
Mentre ti scrivo sto ascoltando Un ballo in maschera diretto da Campori al Regio, e subito senti quel suono, quel fraseggio, quel tipico modo di fare il melodramma. Me lo vedo davanti come me lo vedevo quando, bambino, seguivo il mio papà durante le prove e le recite a Parma, Ravenna, Piacenza, Modena, Lugo…all’Angela gliel’ho detto che riuscivo ad intrufolarmi in teatro per vedere le prove di Campori…mi ha risposto: Lazaron!!!

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