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Silicon Valley, sacco di cervelli soldi per farli tornare in patria

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Ecco come Cina, India, Germania e altri paesi riescono a convincere i loro giovani geni dell’hi-tech a lasciare il cuore dell’innovazione mondiale e tornare a casa con tutto il loro know-how. Quattrini e autonomia dalle startup che voglioni diventare le Amazon e le Google del futuro di PAOLO PONTONIERE

(repubblica.it) SAN FRANCISCO – Che la Silicon Valley si trovi al centro d’un assalto globale, teso a sottrarle quei cervelli che ne fanno l’epicentro dell’innovazione tecnonologica planetaria, non è difficile da credere. La conferma è tutta nei programmi con i quali paesi come la Cina, l’India e anche la Germania convincono i loro talenti nazionali emigrati nella gran valle di silicio a ritornarsene in patria. Con tutto il loro know-how.

Basta fare un giro per i laboratori delle migliori università di questi paesi per capire che questa politica funziona. Così, allettati da offerte che oltre a salari profumati promettono pure la totale autonomia scientifica, migliaia di ricercatori statunitensi di origine straniera tornano nel paese d’origine. Li si trova nei migliori laboratori di Shanghai, di Delhi e di Francoforte, impegnati a innalzare il coefficente di innovazione tecnologica.

Di recente questo fenomeno si è intensificato. Con una variabile di assoluto interesse: le grandi aziende multinazionali straniere sottraggono talenti non solo ai giganti dell’hardware come la Hewlett Packard, Cisco e la Intel, ma anche alle regine di internet e del social networking, come Google e Facebook, che nella Silicon Valley impiegano decine di migliaia di addetti.

E se prima si trattava di un fenomeno periferico, diretto esclusivamente a far rimpatriare gli emigranti hi-tech dei paesi emergenti, adesso si tratta di un vero e proprio assalto all’arma bianca. Una strategia che non lascia nulla al caso e non richiede nemmeno più agli assunti di ritornarsene a casa. Anzi, se rimangono in California è pure meglio. Così, non solo approfittano dei vantaggi offerti dall’humus tecnico-finanziario-accademico della regione (dove si realizza una convergenza unica tra gli interessi delle grandi aziende, delle banche e delle istituzioni universitarie locali) ma possono anche avvantaggiarsi della cultura lavorativa statunitense, che richiede una grande mobilità aziendale da parte dei lavoratori ed è caratterizzata da un basso livello di sindacalizzazione.

La guerra per la supremazia innovativa però non bersaglia solo i sino-americani e gli indo-americani: anche i talenti hi-tech provenienti da altre latitudine sono oggetto di attenzione, a prescindere dalla loro etnicità e dalle loro posizioni religiose. I giornali statunitensi ne parlano come di un vero e proprio “sacco dei cervelli” della fortezza tecnologica della nazione.

A condurlo sono le maggiori aziende IT europee e asiatiche che – approfittando dell’incertezza occupazionale creata dalla crisi economica negli Usa, in particolare in California dove la disoccupazione ha raggiunto ufficialmente il 12 per cento, e del rafforzamento dell’euro – stanno facendo man bassa di ingegneri e programmatori.

Si tratta di ditte colossi come la svedese Ericsson, la tedesca SAP, la francese Alcatel-Lucent, la finlandese Nokia, la cinese Huawei e la giapponese Fujitsu, per fare solo alcuni esempi. Il gigante svedese della telefonia mobile, il cui Chief Technology Officer opera da San José (capitale della Silicon Valley) invece che a Stoccolma, nella Valley conta oltre 1200 ingegneri e programmatori impegnati in ricerca e sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie. La SAP invece di ricercatori ne conta circa mille, mentre la Huawei, la Alcatel e la Nokia ne hanno oltre 400 caduno.

A spingere le compagnie straniere ad aprir bottega nella Silicon Valley però non è solo l’abbondanza di talenti tecnologici in cerca di lavoro – o il loro costo che si abbassa – ma anche il fatto che la Valley sta diventando il centro mondiale della telefonia mobile: “Il cuore di questo mercato – ha osservato Hakan Eriksson, Cto della Ericsson – s’è spostato dalla Finlandia alla California”. Ed infatti la ditta svedese che s’era avvantaggiata della sua prossimità alla Nokia, adesso conta di stabilire lo stesso rapporto con la Apple e Google, produttori rispettivamente dell’iPhone e del sistema operativo Android.

“Il nostro futuro dipende dalle innovazioni che emergeranno da questa regione”, ha detto a tal proposito John Roese, responsabile ricerca e sviluppo della Huawei. La crescita dell’innovazione IT dipende sicuramente da quelli che a Silicon Valley ci lavorano. La Snapdeal, una startup di Bangalore, in India, che fa il verso a Groupon, ha recentemente ha assunto circa 70 ingegneri dalla Silicon Valley. “Per la prima volta gli emigranti hanno qualche possibilità fuori dagli Stati Uniti”, ha dichiarato di recente Vivek Wahada, un ricercatore della Berkeley University che collabora con Snapdeal.

Il dato di questo movimento di cervelli per adesso è ancora difficile da determinare. Secondo il governo cinese, sarebbero decine di migliaia gli ingegneri e i ricercatori che ogni anno se ne tornano in Cina e India. Cifre rese note dal Ministero dell’educazione di Pechino dimostrerebbero per esempio che l’anno scorso 134 mila professionisti cinesi sono tornati a casa dagli Stati Uniti, una cifra questa che marca un aumento del 25 per cento rispetto al 2009.

Le perdite della Valley sembrano beneficiare particolarmente l’India che, una volta famosa solo per i suoi programmatori e i call center, adesso sta emergendo come uno dei maggiori centri mondiali di internet grazie a una schiera di startup pronte a sfornare le Amazon e le Google del futuro.

(06 agosto 2011)

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