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Il secolo di Kissinger, l’uomo che non si è mai fermato

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Paolo Mastrolilli
Dalla nascita in Baviera all’ultimo viaggio a Pechino lo scorso luglio, il diplomatico americano non ha perso la sua rilevanza fino all’ultimo


NEW YORK – Ancora nel luglio scorso, a cent’anni compiuti, Henry Kissinger era andato a Pechino per essere ricevuto in pompa magna dal presidente cinese Xi Jinping. Un po’ per ricordare i tempi andati del principale successo in politica estera dell’amministrazione Nixon, e molto per segnalare a Washington che l’assenza di dialogo stava spingendo la Repubblica popolare nella direzione opposta a quella della Guerra Fredda, ossia all’abbraccio con Putin, vanificando la separazione dei due principali avversari di Washington che a suo tempo il segretario di Stato nato in Germania era riuscito ad orchestrare. Un segno di quanto Kissinger, morto ieri nella sua casa in Connecticut, sia rimasto rilevante fino all’ultimo respiro della sua lunga vita, qualunque sia il giudizio su di lui che nessun protagonista della politica internazionale può scampare. Inclusa Giorgia Meloni, che lui era andato a trovare a Washington il 28 luglio scorso, appena rientrato da Pechino. Per dire di un uomo che non si è fermato mai.

Heinz Alfred Kissinger era nato il 27 maggio del 1923 a Furth, in Baviera, da una famiglia ebraica scappata al nazismo nel 1938. Lo spesso accento tedesco non l’avrebbe mai più perso, ma ciò non gli aveva impedito di servire nell’intelligence delle forze armate americane, laurearsi ad Harvard, diventarci professore di relazioni internazionali, ed entrare nel cuore del potere Usa con Nixon, senza in realtà mai lasciarlo. Perché anche dopo essere sopravvissuto al Watergate, e lasciate le cariche di consigliere per la sicurezza nazionale e segretario di Stato, era rimasto suggeritore di ben dodici capi della Casa Bianca, da Kennedy e Biden. Senza saltare Donald Trump, che lo aveva incontrato per ricavarne autorevolezza, ma poi non era riuscito a spiegare ai giornalisti una sola nuova idea ricavata dal colloquio. “Non è la prima persona a cui ho dato consigli – aveva commentato con l’abituale sarcasmo Kissinger – che non ha capito cosa stavo dicendo, o non ha voluto farlo”. Salvo poi ricevere da Trump l’incarico di fare da canale di comunicazione dietro le quinte con Pechino, e aiutarlo a gestire il discusso rapporto con Mosca.

Elencare le vicende storiche di cui Henry è stato protagonista richiederebbe di scrivere un libro sull’ultimo secolo, segnato insieme dal suo realismo, in certi casi il cinismo, e in molti altri la concretezza necessaria a risolvere le crisi mondiali. Prima fra tutte, certamente la guerra in Vietnam, dove il negoziato di pace con Le Duc Tho a Parigi gli era valso il premio Nobel. Anche qui, prima aveva sposato la teoria del domino, secondo cui la caduta dell’ex Indocina francese avrebbe trascinato con sé il potere americano in Asia ed oltre, ordinando quindi anche i bombardamenti della Cambogia per evitarla; ma poi si era convinto che strategicamente non sarebbe stata una catastrofe. Da qui la ricerca del “decente intervallo” tra l’accordo di pace e la caduta di Saigon, che avrebbe consentito a lui e a Washington di salvare la faccia. Il tutto nel mezzo del Watergate, di cui non è stato protagonista, nonostante Nixon ne avesse fatto in sostanza il suo vero vice, o il Richelieu della Casa Bianca.

Nel frattempo aveva costruito l’apertura alla Cina, con viaggi segreti, proprio allo scopo di isolare l’Unione Sovietica, che allora era insieme il principale nemico degli Usa e la sua personale ossessione. Una lezione ormai perduta, o resa impossibile dalla “trappola di Tucidide” (nasce dall’antica Grecia. In quel tempo Sparta era la potenza egemone del mondo allora conosciuto, mentre Atene era quella emergente;oggi è la tendenza che porta alcune tensioni politiche per la supremazia tra entità statali a sfociare in vere guerre combattute), che avrebbe comunque e inevitabilmente spinto Xi all’abbraccio col vassallo Putin, allo scopo di lanciare la sfida epocale delle autocrazie contro le democrazie.

Il terrore del comunismo e la lotta globale per fermarlo lo avevano spinto anche ad appoggiare il golpe del generale Pinochet in Cile, come ormai le carte declassificate di recente hanno confermato. Perché aveva maturato la certezza che Allende ne avrebbe fatto un’altra Cuba.

Molto si è discusso poi sulla propensione di Kissinger di mettere la realpolitik davanti al rispetto dei diritti umani e dei valori della democrazia, ma lui stesso aveva risposto con sarcasmo, forse proprio per far infuriare i suoi detrattori: “Le cose illegali le facciamo subito. Quelle anti costituzionali invece richiedono un po’ più di tempo”.

In questi giorni in cui il Medio Oriente è in fiamme, torna anche alla mente il lavoro fatto con Golda Meir per fermare la Guerra del Kippur (il conflitto armato combattuto dal 6 al 25 ottobre 1973 tra una coalizione araba, composta principalmente da Egitto e Siria, e Israele) e la “shuttle diplomacy” (diplomazia della navetta”), che aveva messo le basi per trasformare quel conflitto nell’occasione per costruire la pace tra Israele ed Egitto. Un modello che lo stesso Biden, per certi versi, vorrebbe imitare oggi a Gaza.

Proprio il Medio Oriente era stato l’oggetto della prima intervista che mi aveva concesso, dalla casa in Connecticut dove è morto, per discutere il futuro della regione con “Avvenire”, in un tipico segno di realismo e attenzione per la Santa Sede. Lo stesso aveva fatto quando l’ambasciatrice americana in Vaticano Mary Ann Glendon me lo aveva fatto incontrare per il Tg1, durante un convegno che aveva organizzato a Roma. L’argomento principale era allora la guerra in Iraq e con l’abituale sarcasmo, a telecamere ancora spente, lui aveva avvertito: “Quando dico questa cosa finisco sempre per cacciarmi nei guai, ma lo farò lo stesso. Dirò che l’intervento è stato sbagliato, non perché Saddam non meriti di essere rovesciato, ma perché non fa gli interessi degli Stati Uniti”.

Durante un recente incontro a margine dei lavori della Trilateral Commission a Washington, aveva invece espresso giudizi che non sono invecchiati altrettanto bene: “Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”. E poi ancora: “Sulla Russia credo ci sia una certa incomprensione. Putin non intende lanciare una politica di conquista. Il suo obiettivo è ripristinare la dignità del proprio Paese, da San Pietroburgo a Vladivostok, come è sempre stato. Ciò risponde ad un antico nazionalismo, ma anche ad una storia diversa dalla nostra. Considerare Mosca come un potenziale membro della Nato è sbagliato. E dipingere Putin come il super cattivo globale è un errore di prospettiva e di sostanza”.

L’ex segretario di Stato, prima dell’invasione dell’Ucraina, riteneva anche che ci fosse una dose di esagerazione nella minaccia posta dal Cremlino: “Sul piano militare, la Russia non è in grado di batterci. Ha un’economia più piccola di quelle di tutti i Paesi europei del G7 presi singolarmente, e il suo peso non è paragonabile a quello della nostra rivalità strategica con la Cina”. Ma se anche l’Occidente fosse stato in condizione di provocare la disintegrazione della Russia, “questo non dovrebbe essere il nostro obiettivo, perché creerebbe una situazione di instabilità che non giova a nessuno”. Perciò favoriva il dialogo, perché «l’alternativa sarebbe uno scontro dannoso per tutti, anche se Mosca non è in grado di sconfiggerci sul piano militare». La mediazione diplomatica però andava ancorata ad alcune condizioni ben precise: «L’Ucraina deve restare indipendente, ma senza entrare nella Nato, mentre il destino della Crimea può fare parte del negoziato”. Quanto alla Siria, dove Putin aveva puntellato Assad più che combattere l’Isis, bisognava “stabilire con chiarezza che la Russia non ha diritto a stare in Medio Oriente”, altro grande risultato che lui aveva ottenuto ai tempi in cui faceva il segretario di Stato. 

Con la Cina invece suggeriva di tenere aperto il dialogo, anche per contenere la Corea del Nord: “Sono contrario – aveva detto con fermezza – ad un intervento militare unilaterale americano contro le strutture nucleari di Pyongyang. La soluzione sta invece in un negoziato diretto tra Washington e Pechino, per raggiungere un accordo complessivo sulla sicurezza dell’intera regione. In altre parole, non possiamo discutere delle atomiche della Corea del Nord, senza accennare a quelle esistenti nel Sud e alla presenza militare americana”. Il suggerimento implicito era che gli Usa avrebbero potuto rinunciare ad alcune posizioni in Estremo Oriente, se la Repubblica popolare si fosse impegnata non solo a neutralizzare il programma nucleare di Pyongyang, ma anche a dare garanzie di sicurezza agli altri alleati come Tokyo, Seul, e tutti i Paesi coinvolti nella disputa sulle isole del Mar Cinese Meridionale.

Aveva anche consigliato pazienza con Trump: “Non date troppo peso alle dichiarazioni estemporanee, ma concentratevi sulla sostanza, perché il totale fallimento di un Presidente americano non conviene neppure a voi». Alcune prese di posizione di Donald avevano messo in discussione proprio le due colonne storiche del rapporto tra Usa ed Europa, cioè la Nato e la Ue, ma secondo Kissinger anche questo poteva essere trasformato in uno spunto per migliorare le relazioni: “Io ero contrario alla Brexit, ma ora che è avvenuta penso possa diventare un’occasione per ridiscutere il futuro dell’Unione, che non può avere solo una dimensione burocratica. Come la Nato, che resta essenziale, ma è anche giusto rivedere i suoi strumenti e i suoi obiettivi nel corso del tempo».

Complesso era stato anche il suo rapporto con l’Italia, a cominciare dai giudizi sprezzanti su Aldo Moro, che secondo lui dormiva durante i loro incontri. Oltre a vedere la Meloni, però, nel settembre del 2022 Kissinger era venuto alla premiazione di Mario Draghi come “Statista dell’anno” da parte della Appeal of Conscience Foundation fondata dal rabbino Arthur Schneier. Elogiandolo, aveva detto che “ho sempre avuto fiducia nella sua straordinaria capacità di analisi intellettuale”. In quell’occasione aveva anche raccontato di aver conosciuto l’ex premier italiano durante un incontro in areo: “Eravamo insieme su un volo in cui non si serviva cibo. Sapendolo, mi ero portato dei panini, che avevo finito per condividere proprio con Mario”. Per riservatezza, non aveva rivelato che il volo avveniva sull’aereo di Gianni Agnelli, altro grande punto di riferimento del suo rapporto con l’Europa e con l’Italia. 30 NOVEMBRE 2023

Fonte : repubblica.it