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Chirac: «Mi rifiuto di andare in tribunale»

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Il capo dello Stato francese chiamato a testimoniare su un giro di tangenti all’ epoca in cui era sindaco di Parigi. Lettera a Jospin: «Violato il segreto istruttorio». Il premier replica: «L’ esecutivo non c’ entra»
Il capo dello Stato francese chiamato a testimoniare su un giro di tangenti all’ epoca in cui era sindaco di Parigi Chirac: «Mi rifiuto di andare in tribunale» Lettera a Jospin: «Violato il segreto istruttorio». Il premier replica: «L’ esecutivo non c’ entra»

Nava Massimo

(corriere.it)– Non ha avuto il tempo, Jacques Chirac, di digerire la sconfitta nella sua Parigi, né di utilizzare il buon risultato nazionale dei gollisti per affilare le armi per le presidenziali e lanciarsi nella mischia con la forza dei sondaggi ancora favorevoli. Per il presidente della Repubblica francese, quella di ieri è stata la giornata più nera del suo settennato. Ma anche il barometro della Francia riflette il cielo grigio della sua capitale: scossa da scandali e invelenita da rivelazioni, vede tremare le istituzioni, entrare in conflitto i poteri, duellare i vertici politici. All’ alba, fra gli stucchi dorati dell’ Eliseo, i consiglieri del presidente erano al lavoro per rispondere alla notizia-bomba pubblicata dal tabloid Le Parisien: il presidente è stato convocato come testimone dal giudice Eric Helphen, che indaga su un giro di tangenti collegato agli appalti per le case popolari, all’ epoca in cui Chirac era sindaco di Parigi. Anche se non si tratta di una messa sotto accusa, per l’ immunità prevista per il capo dello Stato, Chirac ha invocato la Costituzione e il principio della separazione dei poteri per rifiutarsi di comparire davanti al giudice. Nel dicembre scorso, aveva definito l’ affaire una serie di maldicenze e insinuazioni.

«Nessuna legge impedisce la convocazione del presidente come testimone», ha replicato il sindacato che rappresenta la maggioranza dei magistrati, mentre il Procuratore capo dichiara di non essere a conoscenza dell’ iniziativa del suo sostituto. Ieri Chirac non ha potuto limitarsi all’ aggettivo con cui aveva liquidato i sospetti: «abracadabrantesque». Ha scritto al Primo ministro, Lionel Jospin, invitando il governo «a trarre le conseguenze della violazione del segreto istruttorio» e a «prendere tutte le misure per il rispetto della Costituzione». E Jospin gli ha risposto per iscritto. Con una carezza e un pugno. Ha ordinato un’ inchiesta sulla fuga di notizie, ma ha aggiunto che «non è compito del governo dare giudizi sulle procedure seguite da un magistrato». Così, risuona nei palazzi del potere la grancassa delle speculazioni (la convocazione porta la data del 20 marzo, giornata fra i due turni delle elezioni) e l’ indignazione di esponenti gollisti: «I giudici hanno passato il Rubicone». E lo scambio di lettere lascia capire quale sia il clima nella coabitazione fra l’ Eliseo e Matignon. Come in ogni scandalo, non soltanto francese, i temi, agitati come scimitarre, sono l’ invadenza dei giudici e il conflitto fra organi dello Stato, mentre il solco garantista o giustizialista divide le parti politiche a seconda della personalità coinvolta. La scena francese è già infiammata da scandali che hanno fatto tremare il passato e il presente della Repubblica, coinvolgendo ministri, alti funzionari, faccendieri e sindaci, compreso quello di Parigi, Jean Tiberi che, anche per questo, ha perso le elezioni. Sono in corso i processi a carico dell’ ex ministro degli Esteri socialista, Roland Dumas, e del figlio dell’ ex presidente della Repubblica Mitterrand. Due storie che alternano un vaudeville di amanti e regalie a più inquietanti retroscena di traffici d’ armi, riciclaggio di denaro e commesse d’ industrie di Stato. Proprio ieri, la Corte di giustizia ha concesso l’ autorizzazione a procedere per Michel Sapin, ex ministro dell’ Economia, attuale responsabile della funzione pubblica, in merito al disastro finanziario del Crédit Lyonnais. L’ «affaire Chirac» non è da meno, non soltanto per la gravità dei sospetti: le tangenti sarebbero servite al finanziamento del partito. C’ è anche il «giallo col morto»: Jean-Claude Mery, dirigente del partito gollista, considerato il «cervello» del sistema di tangenti che avrebbe permesso di dirottare ai partiti una percentuale sui lavori che il municipio di Parigi assegnava ad imprese amiche. Scomparso per un tumore, Mery ha lasciato una cassetta con la confessione registrata. In carcere, è già finito Michel Roussin, collaboratore di Chirac. «Ho consegnato a Roussin, in presenza di Chirac, cinque milioni di franchi in contanti», ha lasciato «detto», post mortem, Mery. Emblematici del clima politico sono i percorsi occulti che la cassetta aveva seguito per finire sui giornali. L’ Express rivelò che l’ originale era in possesso di Dominique Strauss-Kahn, ex ministro delle Finanze del governo Jospin, dimessosi nell’ ambito della stessa vicenda. Massimo Nava Lo scandalo sfiora l’ Eliseo LE INCHIESTE Sono 4 e ruotano intorno a un presunto sistema di finanziamento illegale del partito neogollista (Rpr, Rassemblement pour la Republique) di Chirac LAVORI FITTIZI E’ l’ inchiesta dove maggiore sarebbe l’ ombra di Chirac. Riguarda impiegati del partito retribuiti dal Comune di Parigi: 285 dossier, 460 nomi LA LETTERA E’ agli atti una lettera del ‘ 93 in cui Chirac, all’ epoca sindaco, propone all’ amministrazione una promozione per una donna che lavora di fatto al partito LA VALIGIA Jean-Claude Mery, dirigente neogollista, prima di morire di tumore ha lasciato una cassetta in cui confessa «di aver dato a Michel Roussin (collaboratore dell’ attuale capo dell’ Eliseo, ndr), alla presenza dello stesso Chirac, una valigia con 5 milioni di franchi in contanti (oltre 10 miliardi, ndr)»

Fonte: Corriere della Sera – Pagina 13 – 29 marzo 2001 –

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