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Croce Rossa Internazionale. Rapporto Novembre 2007

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26 Dicembre, 2007 @ 01:23 · Archiviato in:
Democrazia e Israele
Negazione della dignità nei Territori Palestinesi Occupati

(rapporto originale in http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/palestine-report-131207)
traduzione italiana di Rabii El gamrani

Essere palestinesi significa affrontare una miriade di limiti ad ogni momento della vita quotidiana.
Ci ostacolano il cammino in qualsiasi campo: perdiamo il lavoro, non possiamo viaggiare liberamente, siamo divisi dalle nostre famiglie. Essere palestinesi significa non avere il diritto a tante cose che per chiunque altro nel mondo sono cose del tutto semplici. Mohammed di
Gerusalemme.

In tutti i Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza che in Cisgiordania, i palestinesi quotidianamente debbono lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale della maggior parte della gente. Sul piano umano i territori palestinesi sono inabissati in una crisi profonda. Milioni di persone si trovano prive della loro dignità. Non ogni tanto ma ogni giorno.
Per i palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né spiegazione. Vivono in un clima arbitrario adattandosi costantemente a delle circostanze sulle quali non possono agire e che riducono sempre di più la sfera delle loro possibilità.
Nel 2006 il muro in Cisgiordania divideva il villaggio di Abu Dis, dove vivono 30.000
persone, in due parti, separando le famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu Dis una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere la loro attività.

Intrappolati nella striscia di Gaza

"Anche dopo il ritiro non ci hanno lasciati in pace, tornano spesso a radere le nostre terre,
strappare i nostri alberi o a distruggere le nostre case. Inoltre è solo quando ti hanno sparato che capisci che sei nella zona cuscinetto" Saleh, agricoltore di Gaza
Mentre la striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente. I primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni, raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La popolazione civile è presa in trappola senza possibilità di scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri costanti fra gli stessi palestinesi. Da quando sono cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È diventato praticamente impossibile andare a studiare o a farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele o all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di interventi critici. Ma a volte anche essi non sono autorizzati a partire.Da quando Israele si è
unilateralmente ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza, ha però progressivamente stabilito delle zone cuscinetto lungo la recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano sul territorio della Striscia, gia di suo esiguo e sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla popolazione. L’estensione per niente definita di queste zone cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle terre agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si avvicini troppo. In effetti, accade spesso che gli abitanti di Gaza rimangono uccisi, feriti o vengono arrestati quando si trovano nelle vicinanze della recinzione.
L’equipe della CICR attraversa a piedi il valico di Erez per evacuare dalla Striscia di Gaza verso Israele, dove l’aspetta un’ambulanza, un palestinese rimasto ferito. Giugno 2007.

Abbastanza per sopravvivere ma non abbastanza per vivere
"È molto difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad esempio, gli antibiotici. I cereali sono esauriti del tutto dal mercato, mentre il latte in polvere per i bambini è difficile trovarlo e anche quando si trova,
costa troppo perché le famiglie possano acquistarlo." Dottor Salah, farmacista a Gaza.
Le preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli scaffali dei commercianti si svuotano a causa dell’embargo. I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco di merce che entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei generi alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in questi ultimi 4 mesi perché gli stock diminuiscono e i negozi non vengono mai riforniti.
Secondo il Programma Alimentare Mondiale circa 80.000 palestinesi hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo crescere una percentuale di disoccupazione già alto: circa il 40% della popolazione attiva è attualmente senza occupazione.
Molte industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il loro personale perché il 95% della produzione locale dipende dall’importazione delle materie prime provenienti da Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che considera "beni esenziali" -fondamentalmente generi alimentari di base – mentre altri articoli indispensabili al funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle infrastrutture non
possono entrare nella Striscia di Gaza.

Diminuzione della produzione agricola

"All’inizio mi hanno espropriato alcuni terreni per costruire la strada, dopo ne hanno presi altri per fare una zona di sicurezza lungo la strada che hanno costruito. Alla fine hanno distrutto la mia casa perché dicevano che era troppo vicina alla zona di sicurezza. Ed oggi sono tornati per radere al suolo tutto, non mi rimane nulla" Abdul. Gaza.
Gli agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un passato recente le loro terre erano verdi e fertili. Le abbondanti raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo le ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle loro terre sono state rase e gli alberi sradicati.
Circa 5000 produttori agricoli che campavano con le loro famiglie grazie all’esportazione di pomodori, fragole e garofani, hanno visto le vendite crollare – una perdita del 100% .
La raccolta di queste colture importanti è incominciata a giugno, ma a causa dell’embargo sulle esportazioni, i prodotti marciscono nei container bloccati nei punti di passaggio.
Donna cerca i suoi effetti personali fra le macerie della sua casa distrutta dall’esercito israeliano in seguito ad un’incursione a Gaza.

Settembre 2007.

Il crollo delle infrastrutture "Non sappiamo come andrà a finire. Gli ospedali combattono per avere delle riserve sufficienti in materia di combustibile, se questi mancano si comincerà a risparmiare sulla biancheria degli ospedali poi dopo sulla apparecchiatura medica, e questo non sarà che l’inizio di una terribile fine". Abu Hassan, Gaza.
Le infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua non trattata delle fogne si sono rotte inondando un villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone, ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora nessuna ristrutturazione importante è stato possibile effettuare a causa della
scarsità dei fondi e delle restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei pezzi di ricambio.
Il funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o
di depurazione delle acque usate dipendono nel loro funzionamento dal collegamento alle centrali elettriche se quest’ultimi non riescono a fornire energia, tutti i servizi essenziali ne saranno colpiti.
5 persone sono morte e 250 case sono state distrutte dalla rottura delle dighe di un bacino contenente le acque delle fogne a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza
Da quando la centrale elettrica di Gaza è stata largamente distrutta dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non funziona che a metà rispetto alla sua reale capacità. L’approvvigionamento di elettricità nella
Striscia di Gaza è molto precario nonché debole e dipendente da risorse esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per soddisfare i bisogni della popolazione.
Perciò, le infrastrutture essenziali come gli ospedali o i sistemi d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto di dover contare su dei generatori di sicurezza è molto rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle importazioni impediscono la consegna di carburante e dei pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali rischia di crollare completamente.

Una vita di restrizioni in Cisgiordania
"Prima lavoravo al mercato di Nablus. Ma dal 2002 a causa della chiusura completa della città,
sono dovuto andare ad installare il mio chiosco a Beita, a 12 chilometri da casa mia. Con i check point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro quindi sono dovuto andare ad abitare a Beita e torno a trovare la mia famiglia solo il mercoledì quando il mercato è chiuso. I miei figli mi mancano." Murad, distretto di Nablus
Un contadino palestinese attende alla barriera in Cisgiordania che lo separa dal suo oliveto situato oltre la barriera, nella zona di Ariel

Accesso alle terre
"Siamo stati svegliati dalle fiamme, siamo corsi fuori e abbiamo visto bruciare i nostri olivi.
I vigili del fuoco non potevano arrivare nei campi perché i check point erano chiusi. I nostri campi sono dietro al muro di Cisgiordania e noi non possiamo accederci tutti i giorni per curarli meglio. Quella mattina non potevamo spegnere le fiamme perché i punti di passaggio erano sbarrati."
Agricoltore di Beitunia, Distretto di Ramallah.
In Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre che erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie. Da quando è stato costruito il muro di Cisgiordania, muro che penetra profondamente nel territorio palestinese, delle grandi distese di terre coltivabili sono diventate inaccessibile ai loro coltivatori. Il muro separa molti villaggi dalle loro terre.
L’estate scorsa gli agricoltori hanno assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano accedere a quella zona perché in quel momento non era previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi avevano impegnato più di 50 anni per raggiungere la dimensione del momento in cui bruciavano. Due generazioni di fatica e di sudore perse in una sola notte. Per ottenere i permessi che gli consentono ad accedere alle sue terre, un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una burocrazia assurda dove gli si chiede di
presentare tutta una serie di documenti attestando la sua residenza e il fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede l’accesso. La maggior parte degli agricoltori passano interminabili ore negli uffici dell’amministrazione civile israeliana per cercare di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe che un membro della famiglia del richiedente fosse stato nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.
Palestinesi in coda al check point di Huwara,uno dei check point che collegano Nablus al resto della Cisgiordania. Le auto private non hanno il diritto di attraversare questo check point a meno che il conducente non abbia un permesso speciale.

Accesso alle strade

In Cisgiordania, diversi strade che legano villaggi palestinesi a città vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento, fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una separazione fra i villaggi e le
città, fra le comunità e i distretti.
Gli abitanti di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli israeliani che possono usare delle strade perfettamente asfaltate, costruite su terre palestinesi, collegando le colonie fra loro e assicurando un confortevole collegamento con Tel Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a visitare un
amico o un parente devono utilizzare delle strade sterrate facendo delle deviazioni assurde. A Nablus, città nel nord della Cisgiordania, una volta prospera, i suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo due strade per uscire della città. Non hanno il diritto di guidare le loro auto verso sud e per poterci andare devono per forza prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro risorse economiche gia terribilmente limitate.

Intimidazioni dei coloni
"Ho dovuto costruire un’altissima recinzione attorno a casa mia per proteggere i miei bambini, perché quando loro giocavano fuori i coloni gli tiravano delle pietre. Ci tirano le pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle nostre terre" Anwar, di Hébron
I palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non solo sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche spesso aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di aggressioni di cui è vittima la popolazione civile palestinese è in crescendo. Le informazioni che il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha potuto ottenere, indicano che il numero delle aggressioni è cresciuto più del triplo negli ultimi cinque anni; di contro la polizia raramente indaga seriamente su questi fatti e nella maggior parte dei casi conclude con la consueta formula "i colpevoli non sono stati identificati."
Olivi abbattuti dai coloni a Wadi al-Hussein/Hébron nel 2005. fino ad oggi i coloni continuano ad entrare senza autorizzazione in queste terre che appartengono a famiglie palestinesi.

Appello per una vita dignitosa

Giorno dopo giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità dei palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli Israeliani. Le misure di sicurezza estremamente eccessive presi da Israele hanno un costo molto alto dal punto di vista umanitario, lasciando a coloro che vivono sotto occupazione solo il giusto per sopravvivere
ma nulla con cui vivere una vita normale e dignitosa. Israele ha il diritto di proteggere la propria popolazione civile. Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della misura fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai avuto questo senso della misura. 1,4 milioni di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di elettricità e
di combustibile non fa che aggravare ancora di più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai principi umanitari fondamentali. In Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la perdita di vaste distese di terra e d’importanti rendite, senza parlare della violenza dei coloni. Le massacranti restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al lavoro e causano dei
livelli di disoccupazione e di povertà senza precedenti. Solo un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga occupazione e magari assicurare al popolo palestinese la riconquista di una vita economica e sociale normale e consentirgli di vivere nella dignità.
Una vecchia donna di Boudrous, nel distretto di Ramallah, aspetta l’apertura del cancello che gli
permette di accedere ai suoi olivi. Ha perso quasi tutti gli alberi negli incendi causati dal cumulo delle erbe secche che gli agricoltori non riescono a levare essendo impediti ad entrare liberamente nelle loro terre. Gli incendi hanno privato lei e la sua famiglia dell’unica fonte di rendita, gli olivi.
Una famiglia attraversa il check point; uno dei due punti di passaggio lungo la strada che collega Nablus al resto della Cisgiordania. Le auto private non hanno il diritto di attraversare questo check point a meno che il conducente non abbia un permesso speciale.

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