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Kennedy, Marilyn e le altre: se il sesso dei potenti non è più segreto

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Alessio Altichieri

(corriere.it) "Il soggetto è un cittadino americano eletto a un’alta carica, sposato, genitore di una giovane famiglia, il quale è dell’opinione che la monogamia non sia stata, generalmente, il motore della vita dei grandi uomini". Il "soggetto" di cui si parla è il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, ma il suo ritratto può essere il modello, o l’archetipo, dell’uomo di potere che, quando ha tutto, vuole ancora di più: "Egli ha sempre avuto donne – abbondantemente, in successione, contemporaneamente, sotto forma di amiche di famiglia o di società, ereditiere, modelle, attrici, conoscenze professionali, mogli di colleghi, ragazze incontrate ai ricevimenti, commesse, prostitute – fin da quando scoprì da ragazzo che le donne gli piacevano, e che lui piaceva alle donne".

Che strano, fantastico libro s’è inventato Jed Mercurio, scrittore e sceneggiatore inglese, che racconta i mille giorni del presidente Kennedy, dall’ingresso alla Casa Bianca all’assassinio a Dallas, attraverso il duplice catalogo delle sue conquiste (un erotomane che pretendeva sesso come "servizio alla nazione") e il referto delle sue malattie: un caso clinico, il cui la brama del donnaiolo diventa una patologia psico-sessuale. Mercurio, medico di formazione, scrive come un anatomo-patologo, a parte qualche caduta di gusto, e quindi non sai mai se condividere le avventure del suo eroe malato, o provarne ribrezzo: "Ho dovuto farmi aiutare per entrare in questo vestito – mormora Marilyn Monroe la sera in cui gli canterà "Happy Birthday, Mr President" – e avrò bisogno d’aiuto per uscirne". Ma non c’è romanticismo quando il soggetto, nell’Oval Office della Casa Bianca, fa inginocchiare sotto la scrivania la stagista indifesa e, perché fra dieci minuti ha un meeting, le intima: "Svelta!". Faceva sesso come uno gioca a golf, "un paio di buche, alla svelta".

Si sgretola il mito di Camelot, di cui tuttora s’ammanta la memoria kennediana, in questo "American Adulterer". Appena quarantenne, JFK era un uomo precocemente decrepito, con la schiena a pezzi per le ferite di guerra subite nel Pacifico, tanto da dover portare il busto rigido che gli costerà la vita, impedendogli di chinarsi al primo colpo di Oswald ed esponendolo rigido al secondo, in testa. Ma soprattutto soffriva della sindrome di Addison, una deficienza endocrina, curata con il cortisone, e via elencando: ipotiroidismo, ulcera gastrica, malattie veneree, diarree alternate a stitichezza, allergie, uretrite e prostatite, asma, collasso delle vertebre lombari. Così quest’uomo, che doveva farsi aiutare per infilare le calze o allacciarsi le scarpe, s’imbottiva di medicine, più le cure empiriche di un misterioso Dr Benessere, per mantenere la facciata del leader giovanile, pronto a dare una nuova gioventù alla nazione.

Mercurio sostiene, con qualche fondamento, che la straordinaria libido che Kennedy stesso confessò al primo ministro britannico Harold Mcmillan, "Se non vado con una donna per tre giorni mi viene una terribile emicrania", fosse dovuta, se non alle malattie stesse, alle massicce dosi di ormoni che i medici gli davano per sostenere la facciata del presidente agile e prestante. Comunque sia, Kennedy pensava solo a quello, o quasi. Appena eletto dà retta ai generali che lo inducono alla disastrosa missione della Baia dei Porci, ma il presidente è ansioso perché, con un agente che lo segue a ogni passo, non può più permettersi le fughe clandestine. Poi c’è la crisi dei missili di Cuba, che vince perché ignora i militari e stima giustamente che anche il sovietico Kruschev voglia evitare l’apocalisse nucleare, eppure s’ingegna per restare solo con la nuova segretaria. Compie il viaggio a Parigi che rivelerà all’ Europa la classe della First Lady, Jacqueline, ma cerca con gli occhi la possibile preda. Sono mille giorni d’ansia erotica, di sotterfugi, rischi calcolati, complicità dei servizi segreti. Jacqueline non vede, o non vuole vedere, e spende una fortuna in vestiti: "Spendere è il mio vizio, Jack, qual è il tuo?", chiede al presidente, che non s’azzarda a dare una risposta.

La fine è nota. Ma Mercurio argomenta che, comunque fosse andata, la stella di Kennedy era destinata a spegnersi. Il "soggetto" era terribilmente malato, e il suo vizio era ormai noto: anche la stampa, che aveva appena osato far cadere a Londra il ministro Profumo per la sua relazione con una possibile spia, stava diventando in America irrispettosa del segreto presidenziale. Quando il potente e sulfureo capo del FBI, Edgar Hoover, gli porrà esplicitamente la questione delle "fornicazioni", che potrà ribattere il presidente? Il libro di Mercurio non è un saggio, ma solo un romanzo, sicché la riposta resta ipotetica. Ma come Bill Clinton imparerà a sue spese, e poi altri capi di Stato e di governo d’oggi, la vita sessuale dei potenti resta privata finché non diventa pubblica.

("American Adulterer", di Jed Mercurio, 354 pagine, 12,99 sterline, è pubblicato da Jonathan Cope. Nelle foto, dall’alto: il ritratto di John e Jacqueline Kennedy, scattato da Richard Avedon, che inaugurò il mito di Camelot; Marilyn Monroe, il 19 maggio 1962, canta "Happy Birthday" al presidente Kennedy, in una foto di Bill Ray: il clip si può vedere cliccando qui; i Kennedy a Parigi ricevuti dal generale Charles De Gaulle; Mary Meyer, una delle amanti di Kennedy; il presidente a Berlino con il sindaco Willy Brandt e il cancelliere Konrad Adenauer, davanti alla porta di Brandeburgo, dove pronuncerà il famoso discorso: "Ich bin ein Berliner"; Christine Keeler, l’amante che fece cadere il ministro britannico John Profumo e, di conseguenza, il governo di Harold Macmillan; Dallas, 22 novembre 1963, il corteo presidenziale pochi minuti prima dell’attentato mortale al presidente, in una foto Bettman/Corbis).