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SE MI AIUTI, EMIGRO

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Filippo Belloc e Antonio Nicita

(lavoce.info) 01.09.2010 – Serve aumentare gli aiuti per fermare l’immigrazione dall’Africa verso l’Europa? L’analisi econometrica mostra che tanto più un paese riceve aiuti economici internazionali, tanto più da lì si origineranno flussi di migrazione e tanto più un paese eroga aiuti, tanto più riceverà immigrazione. Perché la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa e non dalla povertà assoluta. Gli aiuti vanno dunque ancorati a progetti specifici e verificabili, volti a generare un flusso di reddito certo per i lavoratori residenti.

Per fermare l’immigrazione dall’Africa verso l’Europa servirebbero almeno 5 miliardi di euro all’anno di aiuti economici. Parola del Muammar Gheddafi. Tuttavia, al di là dei possibili problemi umanitari connessi con misure di contrasto indiscriminate, la relazione tra aiuti e immigrazione è tutt’altro che univoca.

RISORSE PER FUGGIRE

In linea generale, gli aiuti economici dovrebbero ridurre gli incentivi all’emigrazione e porre le basi per l’avvio di forme durature di sviluppo locale. Ma, dati alla mano, aprire il portafogli degli aiuti non basta e anzi, sotto certe condizioni, può generare effetti opposti a quelli desiderati.
Questo è il risultato paradossale dell’analisi econometrica che abbiamo effettuato sulla relazione (1) che intercorre tra l’Official Development Assistance (Oda) erogata dai paesi Ocse ai paesi africani e i flussi di migrazione internazionale dai paesi africani ai paesi Ocse: tanto più un paese riceve aiuti economici internazionali, tanto più da quel paese si origineranno flussi di migrazione internazionale; tanto più un paese eroga aiuti, tanto più riceverà immigrazione (come in figura 1). (2)

Figura 1

 

Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)

Alla base di questa dinamica contro-intuitiva tra sviluppo e migrazione vi sono almeno due ragioni.
La prima si riferisce alla circostanza che anche i migranti rispondono agli incentivi. In un contesto di estrema povertà, un piccolo aumento dei redditi individuali generato dagli aiuti può non esser sufficiente a garantire permanentemente uno standard di vita sostenibile per la propria famiglia. Al contrario, quel piccolo aumento di reddito può generare (poche) risorse sufficienti per emigrare, affrontando così i costi di spostamento per trovare una fonte di reddito in Europa, finanziando poi la famiglia con un flusso di rimesse. Ciò è ancor più vero per coloro che fuggono da regioni infestate dalla guerra. Un dato peraltro confermato dal fatto che i paesi con maggiori flussi migratori non sono i più poveri in assoluto, ma quelli che, proprio grazie agli aiuti, vedono migliorare il reddito pro-capite. (3)
La seconda ragione è più complessa e si riferisce alla natura multidimensionale dei fenomeni migratori. Secondo diversi autori, la scelta di emigrare sarebbe sempre più guidata dalla percezione della povertà relativa, piuttosto che dalla povertà assoluta. (4) Gli aiuti internazionali associati a programmi di sviluppo delle telecomunicazioni, delle reti commerciali internazionali e delle opportunità di lavoro all’estero, tenderebbero ad amplificare l’attrattività della vita nei paesi sviluppati, specie in quelli caratterizzati da minori livelli di diseguaglianza e disoccupazione, nei quali la domanda di immigrati serve a coprire mestieri altrimenti scoperti (figure 2 e 3).

Figura 2

 

Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)

Figura 3

 

Fonte: elaborazione da Belloc e Nicita (2010), su dati Ocse (2009)

Ecco perché, in questo contesto, gli aiuti tendono a essere usati come risorse per fuggire anziché restare. A ciò si aggiunga che, come recentemente denunciato dagli economisti africani James Shikwati e Dambisa Moyo, gli aiuti possono finire nelle mani sbagliate, alimentando dipendenza, corruzione e disuguaglianza e ritardando la presa di responsabilità collettiva delle popolazioni "beneficiarie" verso spinte democratiche e consapevoli.

SERVONO PROGETTI VERIFICABILI

Con ciò non vogliamo certo dire che gli aiuti vadano eliminati. Anzi. Vanno incrementati e soprattutto ancorati a progetti specifici, piuttosto che a non meglio precisate operazioni di polizia alla frontiera. Progetti verificabili volti a generare un flusso di reddito certo per i lavoratori residenti. Infatti uno dei paradossi delle attuali politiche è che, da una parte, il livello degli attuali aiuti alimenta i flussi migratori verso l’Europa, vanificando le politiche di contenimento. Dall’altra, tale fenomeno finisce per impoverire ancor di più l’Africa stessa, privandola della parte più attiva della forza lavoro. Uno dei risultati da noi rilevati è la circostanza che nella quasi totalità gli emigranti africani restano tali. È vero che in Europa ne entrano tanti, ma quasi altrettanti escono alla ricerca di nuove opportunità: in media per ogni tre immigrati che entrano in un paese europeo, dallo stesso paese ne escono due. (5) Si tratta di una mobilità permanente e "disperata" che finisce per depauperare il capitale umano dei migranti e le loro condizioni di vita.
Il ruolo della politica internazionale deve allora essere rilanciato e gli aiuti internazionali amministrati con estrema cautela e controllo. Le relazioni economiche bilaterali lungo le quali corrono importanti flussi di aiuti economici privilegiano risultati di breve periodo (come partenariati commerciali e commesse per le proprie imprese), ma nascondono inattesi effetti indiretti. Ecco perché una politica unitaria europea, ad esempio, che si ponga responsabilmente al centro delle politiche migratorie e di aiuto internazionale, sarebbe cruciale e vincente sotto molti punti di vista.

(1) In particolare, la nostra analisi econometrica è svolta attraverso la stima di un sistema di equazioni simultanee che garantisce un certo grado di affidabilità sulla direzione di causalità. Da una parte, abbiamo infatti stimato l’effetto dell’Oda sui flussi migratori, dall’altra abbiamo stimato (simultaneamente) la dipendenza dell’Oda dalle caratteristiche socio-economiche del Paese beneficiario (quali povertà, apertura commerciale, e le altre determinanti principali della migrazione stessa).
(2) Belloc F. e A. Nicita (2010) "Understanding the Determinants of Sub-Saharian Migration", Università di Siena.
(3) STAN OCSE 2010 (www.oecd.org).
(4) Si veda ad esempio: Faini, R. e Venturini, A. (1994) "Trade, Aid and Migrations: Some Basic Policy Issues", European Economic Review, 37(2-3): 435-442. De Haas, H. (2004) "International Migration, remittances and Development: Myths and Facts", Third WorldQuarterly, 26(8): 1269-1284.
(5) STAN OCSE 2010 (www.oecd.org).