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Cartacanta: Villa Alba Parma, DAL TRAMONTO ALL’ALBA E POI DALL’ALBA AL TRAMONTO

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DAL TRAMONTO ALL’ALBA E POI DALL’ALBA AL TRAMONTO: “HOI ME, MADONNA MIA SIGNORA, MA CHE SCIAF (SCHIAFFO)”, “C’È QUALCUNO? VENITE PER FAVORE, NON SONO MICA UNA LADRA”!

di Raffaele Zinelli – Presidente associazione CartaCanta onlus

Premesso che anche in tema di tutela della salute siamo per un sistema pubblico e universalistico in grado di garantire attraverso l’organizzazione dei pubblici poteri (Stato, Regioni e Comuni) la costante definizione dei livelli essenziali di assistenza sanitari e sociali e quindi la loro realizzazione, pubblica e uniforme, a livello territoriale, questo tuttavia non significa che non riconosciamo all’iniziativa privata la libertà già riconosciutagli all’articolo 41, comma 1, della Costituzione (l’attività privata è libera) rammentando però che al comma 2 si precisa che questanon può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (e quante volte invece è accaduto) e avvisando che nell’ultimo governo Berlusconi, nell’ottobre 2016, il mese precedente la sua caduta, il dibattito alla Camera sul disegno di legge costituzionale n. C. 4144 si era concentrato sulla modifica del suddetto articolo 41 e in particolare sulla possibilità della cancellazione del limite di “utilità sociale, bene comune immateriale supremo e quindi sempre sotto attacco.

In aggiunta se l’iniziativa privata che sta alla base del “business di successo” delle attuali Case Famiglia è, nei limiti di cui sopra, libera, tuttavia non per questo può essere ritenuta e ancor meno riconosciuta come un’attività “socialmente utile” ma semmai un’attività “economicamente utile” o conveniente (l’esatto contrario di un servizio sociale) e neppure la circostanza che queste svolgono di fatto un ruolo vicario del pubblico può attribuire loro la benché minima valenza sociale. È infatti necessario prendere coscienza che, come avevamo già scritto il 13 luglio 2015 sul nuovo regolamento comunale sulle Case Famiglia scritto a quattro mani dall’assessora Rossi e dalla Ciotti, il Direttore dell’AUSL distrettuale, poi condiviso anche dal PD consiliare e dallo SPI-CGIL, non soltanto il sorgere incontrollato delle Case Famiglia private è direttamente proporzionale alla cronica insufficienza pubblica di servizi per tutti gli anziani, autosufficienti e non autosufficienti, ma lo è anche in relazione alla remissività/complicità con la quale la maggior parte dei medici di base ne acconsente il loro trasferimento e questo per non inimicarsi l’AUSL (che sfrutta le Case Famiglia private come valvole di sfogo alle pressioni dei malati anziani sui pochi posti di lungodegenza ospedaliera disponibili) o per non rinunciare il più delle volte come medici “massimilisti” (da 1.500 assistiti e più) ai 38 euro all’anno che ricevono per ogni assistito over 75 anni e che perdono in caso di suo ricovero in una struttura residenziale.

In ogni caso anche se in campo sociale, sanitario e socio-sanitario l’attività privata è lecita non si può prescindere dal fatto che questa debba essere svolta, esattamente come per il pubblico, nell’ambito di regole ben definite e tra queste noi avremmo voluto che fosse primariamente inserito il divieto a famigliari e parenti (fino a un certo grado) di medici convenzionati, infermieri e operatori dipendenti di servizi sanitari e socio-sanitari pubblici o privati convenzionati di avviare ogni attività correlata o in concorrenza con questi stessi servizi e questo perché in tanti sappiamo di Case Famiglia dove il rischio di reati legati alla parentela è assai elevato.

È poi evidente che dovrebbero esserci regole (e alcune esistono da prima della nascita dell’assessora Rossi) che tutelino innanzitutto la salute dell’anziano e richiamino anche per le Case Famiglia la responsabilità dell’Azienda USL e del medico di base quale suo braccio operativo nel settore delle cure primarie in quanto, come ha confermato la Regione il 13 maggio 2013 su precisa domanda di due Comuni, le Case Famiglia come tutte “le strutture non soggette ad autorizzazione sono da assimilare al domicilio e quindi i residenti usufruiscono di tutti i servizi sanitari a disposizione dei cittadini (assistenza medica di base, assistenza domiciliare integrata o programmata, servizio di continuità assistenziale, valutazione della UVG, etc.)”.

Ebbene tanto era stata chiara (una volta tanto) la Regione nell’esprimere il suo “Parere in merito alle Case Famiglia per anziani” (Reg. PG-2013-118470) che la Rossi e la Ciotti hanno però scritto all’articolo 4 del nuovo regolamento comunale, per ora in sospeso in attesa di conoscere la decisione del TAR, che “La filosofia portante delle Case Famiglia e della loro organizzazione deve basarsi sulla centralità e sul sostegno dell’anziano che viene accolto e inserito in modo da mantenere integri i legami con la sua famiglia, la sua casa, i suoi amici. Devono infatti farsi carico dell’anziano nella sua globalità e, oltre a garantire un soggiorno e un’assistenza di ottimo livello, devono promuovere le potenzialità di salute, di benessere, di affettività e di vita relazionale degli assistiti. In considerazione di tali compiti svolti dalle Case Famiglia, non si possono attivare a favore degli ospiti delle stesse i Servizi del Comune di Parma e dell’AUSL di Parma a sostegno della domiciliarità” (!).

L’abbiamo già scritto e lo ripetiamo con rinnovata incredulità nel rileggere questo articolo: confessiamo apertamente tutta la nostra prevenzione nella capacità di discernimento della Rossi e tuttavia dobbiamo dire che anche molti altri più esperti di noi non sono riusciti a trovare alcun nesso logico tra i compiti delle Case Famiglia sopra descritti e il diniego ai suoi anziani “residenti” di beneficiare dei servizi di domiciliarità disponibili per tutti gli altri cittadini. Al contrario nell’articolo 4 è del tutto evidente la capacità di astuto discernimento della Ciotti e dell’AUSL che seguendo come un’ombra il Comune nel defilarsi dai suoi compiti istituzionali si porta a casa il “tapiro d’oro” del risparmio nella spesa sanitaria nel sociale scaricando su anziani e famiglie tutti i costi esorbitanti (fino a 2.600 euro al mese) dell’assistenza privata non convenzionata ai “residenti” in convivenza anagrafica nelle Case Famiglia ai quali, come sappiamo, almeno una di loro ha riservato anche un trattamento disumano e bene ha fatto la metà delle Case Famiglia a costituirsi parte civile contro i colpevoli.

Pensando infatti alle violenze reali (checché ne pensi l’onorevole avvocato Pagliari), usate contro gli anziani di Villa Alba è fin quasi banale dire che non vi è nulla di più moralmente abbietto e vile che usare violenza fisica e psicologica (quindi commettere un crimine) contro i cosiddetti soggetti deboli “per struttura”, cioè contro le persone di per sé incapaci di difendersi da sole, siano essi bambini, minori, disabili o anziani e come purtroppo testimoniato dalle recenti cronache sugli abusi commessi in strutture sia pubbliche che private dell’intero paese, anche del nostro territorio: dall’asilo comunale di Collecchio fino appunto alla Casa Famiglia Villa Alba, un’alba quest’ultima di terrore per i suoi 6 malati anziani e che in questa “Villa” è spuntata per ben 730 volte, cioè per due lunghissimi anni, avendo la titolare comunicato al Comune come data di inizio attività del lager il 10 febbraio 2014, proprio nel pieno del mandato del sindaco Pizzarotti e della sua assessora al welfare Laura Rossi.

Ciò che invece ad altri è risultato più conveniente tacere, ma non lo è per noi, è sulla biennale catena di comportamenti criminali verso gli anziani (“gli episodi denunciati erano non solo reali ma continui e ripetuti” ha affermato il dirigente della Mobile di Parma in conferenza stampa) tenuti all’interno di Villa Alba dalla titolare e dai suoi famigliari e interrotta giovedì scorso soltanto dall’intervento della Mobile che aveva iniziato a indagare dopo una denuncia presentata nel maggio 2015 da una ex “detenuta” novantasettenne.

E mentre in questi due anni gli anziani segregati in “Villa” venivano percossi, insultati, umiliati, drogati e intimoriti che facevano Comune e AUSL preposti secondo normativa (Commissione DGR 564/2000) ai controlli e alle verifiche oltre che inciuciare sottobanco con la pattuglia del PD consiliare, dello SPI-CGIL e di Parma Ascensori (impresa che controlla un elevato numero di Case Famiglia) per l’approvazione di un nuovo regolamento comunale teso a costringere le piccole imprese titolari di Case Famiglia a chiuderle o a trasformarle in Comunità Alloggio?

Ricordiamo che l’apertura di una Comunità Alloggio richiede un investimento economico maggiore rispetto alle Case Famiglia ed è quindi possibile solo per imprese forti e per i grandi del privato cooperativo che però avranno maggiori profitti perché “garantiti” sottobanco dal Comune e dall’AUSL desiderosi di scaricarvi dentro il doppio degli anziani (12), anche non-autosufficienti, rispetto a quelli previsti per le Case Famiglia (6).

Per tutta la settimana scorsa la candida Laura Rossi ha potuto sciorinare in tutta tranquillità sui giornali e in rete con la sua consueta impudenza una montagna di falsità senza che nessuno provvedesse a sbugiardarla:

FALSO 1, la mancanza di un regolamento comunale sulle Case Famiglia:

Dice l’assessora cercando di giustificare il suo dolce far nulla su Villa Alba che il nuovo regolamento “lo avevamo voluto e preparato con attenzione visto che in precedenza di fatto non esisteva” e così mentendo spudoratamente perché, come si legge proprio alla pagina del sito del Comune di Parma sulle Case Famiglia tra la normativa di riferimento, un regolamento comunale esiste per davvero e non soltanto di fatto (e lo diciamo tappandoci il naso trattandosi di un atto dell’amministrazione Vignali) ed è la delibera di Consiglio comunale n. 84/2008 ad oggetto “Case Famiglia per anziani. Proposta di linee guida la disciplina, la valorizzazione, la qualificazione e standard per le funzioni comunali di vigilanza. Approvazioneche è di gran lunga migliore di quello che adesso la Rossi e i nuovi compagni di strada del suo sindaco vorrebbero propinare ai cittadini.

FALSO 2, con il precedente regolamento i servizi sociali non vengono informati:

Dice l’assessora sulle Case Famiglia (Gazzetta di Parma 11/02/2016), cercando così di proteggersi il di dietro manifestando però al contempo tutta la sua ignoranza in materia di servizi sociali (la sua materia), che “Di fatto, si tratta di un’iniziativa privata in cui sono le famiglie a scegliere la struttura senza che i servizi sociali ne siano informati”.

Una balla dentro l’altra perché di nuovo con il suo di fatto mente proprio sul fatto che nessuna norma vieta al pubblico di aprire Case Famiglia (anzi, queste sono previste all’articolo 22 della legge quadro sui servizi sociali n. 328/2000 tra gli interventi che costituiscono il livello essenziale delle prestazioni sociali) dove gli anziani potrebbero contribuire al costo secondo il loro ISEE (con il Comune e l’AUSL chiamati a fare la loro parte) e poi perché sono ancora le “vecchie” linee guida, in vigore, a sbugiardarla.

Si legge infatti al paragrafo A), comma 2 delle linee guida che una volta ricevuta la comunicazione di inizio di attività dal gestore “il Settore Sportello Unico del Comune di Parma dovrà provvedere a trasmettere tempestivamente le Comunicazioni di Avvio Attività all’Assessorato Politiche Sociali e di Parità-Struttura Operativa Anziani per le successive azioni di verifica e controllo, come stabilito dalla Deliberazione di Giunta Regionale n. 564/2000”.

L’articolo 15 del nuovo regolamento dell’assessora “prevede” invece soltanto che il Comune “ricevuta la Comunicazione di Avvio Attività … provvede in conformità a quanto previsto dalla normativa vigente a darne a sua volta comunicazione agli Organismi competenti”. Anche un bambino capirebbe che la Rossi ha cancellato tutto quello del precedente regolamento che serviva a informare correttamente e tempestivamente i servizi sociali sostituendolo con un articolo semplicemente privo di impegni e di destinatari.

FALSO 3, per quanto riguarda il Comune i controlli ci sono stati:

Dice sempre alla Gazzetta l’assessora che “con gli strumenti attuali è difficile effettuare controlli puntuali sulla rispondenza delle condizioni degli anziani a quanto richiesto dalla legge” e che per quanto riguarda il Comune di Parma, comunque, i controlli da parte nostra sulle strutture ci sono stati, ma, per come è strutturata la normativa, la scoperta di eventuali abusi sulle persone ospiti è affidata soltanto alle loro denunce o a quelle dei parenti”.

Ma purtroppo per lei sempre la precedente normativa ancora in vigore precisa al paragrafo D), comma 1, che “Il Comune esercita l’attività di vigilanza e controllo, avvalendosi del Servizio Sociale, della Polizia Municipale, dei Servizi dell’Azienda USL [capito madama la marchesa?], nonché di altri organi deputati alle funzioni di vigilanza e controllo, ciascuno per la propria competenza” che sono sempre qualcuno in più rispetto alla sola “Commissione interistituzionale composta da professionisti del Comune e dell’Azienda USL” definita all’articolo 16 del nuovo regolamento della Rossi, Commissione che si badi bene dovrebbe svolgere il suo lavoro occupandosi della “analisi della documentazione prodotta, o visionata in occasione di sopralluoghi, o successivamente acquisita su richiesta”, quindi di carte e non anche di malati.

Lo sbugiardamento della Rossi è poi completo con il comma 3 del precedente regolamento, ripetiamo, ancora in vigore, per il quale “L’attività di vigilanza e controllo deve essere esercitata almeno due volte nel corso dell’anno” a differenza di quanto scritto dal nuovo regolamento e cioè che “la Commissione procede tramite sopralluogo, effettuato senza preavviso, presso ogni Casa Famiglia che ha presentato Comunicazione di Avvio Attività, al momento dell’apertura e, successivamente, anche a campione nel corso dell’anno, nonché e ogni qualvolta si renda necessario”. Quindi nessun impegno preciso della Commissione ad effettuare i controlli.

Dunque a a norma del regolamento in vigore vigilanza e controlli sulle Case Famiglia andavano obbligatoriamente svolti, compreso quelli sul lager di Villa Alba della famiglia Neri e nel quale nel biennio 2014-2015 la Rossi & Company secondo quanto stabilito nelle linee guida avrebbe dovuto mettere piede almeno 4 volte e non una volta sola, peraltro avvenuto nel lontano maggio 2014. Speriamo che qualcuno lo voglia tenere a mente.

Dunque ci troviamo sempre davanti a una bugiarda seriale, a un’assessora che davanti alle violenze sugli anziani avvenute a Villa Alba non soltanto non è stata capace di una seppur minima autocritica sulla provata inerzia degli Uffici da lei diretti e ancor meno di una critica anche solo velata all’Azienda USL (la vera grande assente in tutta questa vicenda) e che anzi approfitta dell’accaduto per dire che questo sarebbe dipeso dal fatto che il precedente regolamento in vigore non gli avrebbe consentito di fare i controlli dovuti (bugiarda!) al contrario, dice (ipocrita!), del suo regolamento, che invece è una rampogna di banalità, scopiazzature e ridondanze lessicali tese a dirottare nelle salate Comunità Alloggio private gli anziani (vergogna!), in accordo con l’AUSL, il PD e perfino lo SPI-CGIL, gli anziani che non trovano l’invece obbligatoria risposta del pubblico ai loro bisogni sanitari e assistenziali.

In ogni caso la Rossi con il suo regolamento si fa beffa dei tre principi base sui quali poggiano le Case Famiglia a norma della legge n. 328/2000 e del decreto ministeriale n. 308/2011 e in virtù dei quali queste sono da considerarsi: primo, strutture di “accoglienza di tipo familiare”, secondo, “a bassa intensità assistenziale” e terzo, “devono possedere i requisiti strutturali previsti per gli alloggi destinati a civile abitazione”. Quest’ultimo aspetto è il più importante perché non va inteso come un mero requisito edilizio bensì come quello qualificante i suoi servizi che non devono quindi somigliare a luoghi asettici e ambulatoriali ma invece ad ambienti caldi e famigliari, argomenti però del tutto incomprensibili a un’assessora tutta libro e moschetto come la Rossi.

D’altronde l’abbiamo detto più volte, non si governa un assessorato così importante come il welfare con l’ormai isterica ripetizione che non ci sono soldi (chissà che ci sta a fare il suo sindaco nell’Ufficio di presidenza dell’ANCI oltre che pubblicità alla Durban’s) e che quindi, ma stentiamo anche qui a comprenderne il nesso, servono regolamenti sempre più severi a carico dei gestori (peraltro già esistenti per i servizi accreditati e tutti abbondantemente disattesi) quasi che se a Villa Alba tutti i rubinetti dei bagni avessero avuto i comandi a fotocellula non ci sarebbero state le violenze che abbiamo letto e ascoltato.

Così continuiamo a domandarci, ma che fine ha fatto la Politica a Parma?