Da Costa a Costa – Avanti il prossimo

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Stanno per succedere alcune cose grosse.
La Corte Suprema chiude sempre il suo anno di lavoro accumulando le decisioni più importanti prima della pausa estiva. Non cercano il pathos, è che sono le cause più complesse, e le cause più complesse sono quelle che richiedono più tempo. Ora ci siamo. Nei giorni scorsi la Corte ha già emesso alcune sentenze rilevanti, ne parliamo tra poco; a giorni ne arriveranno di epocali.
La più significativa riguarda quella che negli Stati Uniti chiamano birthright citizenship, cioè la cittadinanza per nascita, noi lo chiameremmo ius soli. Una delle ragioni fondative degli Stati Uniti, nonché uno dei suoi pilastri economici e culturali, dei suoi principi fondanti, è che chi nasce in America è americano. La Costituzione lo stabilisce dal 1868 ma è un principio che ha radici e applicazioni ben più antiche. E che Trump ha chiesto di mettere in discussione.
Da decenni la destra radicale contesta l’interpretazione di questo principio e chiede di togliere il diritto alla cittadinanza per nascita ai figli degli immigrati irregolari che nascono negli Stati Uniti. Trump ha firmato un ordine in questo senso nel primo giorno del suo secondo mandato, chiedendo di non riconoscere automaticamente la cittadinanza dei bambini nati da genitori senza un permesso di soggiorno permanente. I tribunali l’hanno fermato e la cosa è arrivata davanti alla Corte.
Tecnicamente i giudici dovranno esprimersi non tanto sulla costituzionalità del principio, che appunto fa già parte della Costituzione e su cui non ci sono dubbi, ma sul potere del presidente di interpretarlo con un ordine esecutivo, fino al punto da cambiare da solo il modo in cui gli Stati Uniti definiscono chi è o no cittadino dalla nascita. Per questo la sentenza potrebbe avere implicazioni ancora più vaste, se i giudici dovessero decidere che il presidente possiede la libertà di interpretare la Costituzione con questo livello di autonomia.
Un’altra potenziale conseguenza di questa decisione: ogni anno nascerebbero negli Stati Uniti migliaia e migliaia di nuovi immigrati irregolari, fin dalla nascita, anche se non hanno responsabilità, non hanno mai visto un altro paese e non hanno mai effettivamente migrato. (AP Photo/Ross D. Franklin)
Ci sono altre grandi decisioni all’orizzonte.
La Corte dirà quali sono i limiti dei poteri del presidente sulle agenzie indipendenti, i cui responsabili sono scelti con nomina parlamentare, e che Trump ha deciso di ribaltare con licenziamenti a piacere. Sono gli enti che si occupano di concorrenza, comunicazioni, regolazione dei mercati. Trump ha cacciato la commissaria che si occupava di tutela dei consumatori, per esempio. Ma vale anche per il caso della funzionaria della Federal Reserve a cui Trump ha fatto la guerra.
Tecnicamente la Corte dovrà decidere se è ancora valida una sentenza del 1935 che protegge alcuni funzionari dai licenziamenti politici. Anche in questo caso, una sentenza favorevole a Trump avrebbe conseguenze sismiche: improvvisamente quelle agenzie non sarebbero più indipendenti dal potere politico, il loro potere ne sarebbe svuotato.
Un’altra attesa sentenza riguarda il voto per posta, e quindi le elezioni di metà mandato che si terranno fra pochi mesi e ogni voto successivo. In Mississippi la legge consente di ritenere valide anche le schede che arrivano dopo le elezioni, se sono state spedite entro il giorno del voto. I Repubblicani hanno fatto ricorso e sostengono che il meccanismo si presti a imbrogli e distorsioni. Ci sono tanti stati che prevedono norme simili, il più celebre è la California che infatti ci mette settimane a contare i voti. Un’altra ancora dirà se gli stati possono impedire alle squadre sportive di far giocare le donne trans con le donne.
Queste decisioni potrebbero arrivare già lunedì. All’inizio vedrete una certa confusione sui titoli dei giornali, non è sempre facile capire in poco tempo le implicazioni di un lungo documento in giuridichese. Spero che le informazioni qui sopra vi aiutino a orientarvi: poi naturalmente ne parleremo anche qui.
Ora veniamo alle sentenze che sono già arrivate.
Solito periodico check sulle opinioni degli americani.La legge riconosce il diritto di chiedere asilo a chi arriva nel paese. Per questo esiste una prassi per cui, quando aumentano le persone che si presentano alla frontiera, il governo le ferma fisicamente prima che mettano piede in territorio statunitense, e quindi prima che possano chiedere asilo. Rinunciando ad applicare questa pratica, durante l’amministrazione Biden il confine era stato praticamente aperto, con le note conseguenze. Trump ha ricominciato ad adottarla e ci sono stati ricorsi.
La domanda quindi è: cosa vuol dire arrivare? Vuol dire trovarsi fisicamente negli Stati Uniti o presentarsi al confine? Devi oltrepassare la linea? La Corte ha detto che sì, devi oltrepassare la linea, dando ragione al governo col voto favorevole dei sei giudici conservatori e quello contrario dei tre progressisti. Vuol dire anche che i richiedenti asilo si possono respingere sempre, che è quello che chiedeva Trump, e non solo nei momenti di maggiore afflusso.
Trump ha vinto anche su un’altra questione legata all’immigrazione: potrà revocare lo status di protezione temporanea ottenuto per motivi umanitari da centinaia di migliaia di rifugiati haitiani e migliaia di siriani, che oggi permette loro di vivere e lavorare legalmente negli Stati Uniti. Sono decisioni che spettano al governo, dice la Corte, e non c’è base per giudicarle motivate da discriminazioni razziali.
Conseguenze: tutte queste persone – che nel frattempo si sono costruite vite, case, professioni, amicizie, famiglie, a volte da molti anni – rischiano di diventare irregolari dalla sera alla mattina. Potranno chiedere asilo individualmente, trovandosi negli Stati Uniti, ma diventeranno da subito molto più precarie e vulnerabili.
La Corte ha dato torto anche a un uomo rastafariano al quale i funzionari di un carcere della Louisiana avevano tagliato i dreadlocks, nonostante le sue proteste e un ordine contrario del tribunale. I rastafariani appartengono a un movimento religioso nato in Giamaica e attribuiscono ai capelli un significato spirituale. La violazione è stata accertata, l’uomo chiedeva un risarcimento. Ci ha provato contro lo stato, ma gli stati sono immuni da questo tipo di ricorsi; la Corte ha detto che sono immuni anche i singoli funzionari. Auguri. (AP Photo/Rahmat Gul) La Corte ha poi dato ragione a Monsanto, la multinazionale di biotecnologie agrarie controllata da Bayer, in una causa innescata da un giardiniere che sosteneva di essersi ammalato perché usava un diserbante che non dichiarava avvertenze sul rischio di cancro. L’azienda ha sostenuto che le leggi non la obbligassero.
Occhio, la sentenza ovviamente non stabilisce se la sostanza incriminata, il glifosato, sia o no cancerogeno: è più una questione di etichettature. Anche qui conseguenze significative, il diserbante è uno dei più usati in circolazione, ci sono migliaia di cause simili. In questo caso la giudice progressista Jackson ha votato con i conservatori. E il governo Trump non è contento, Kennedy sbraita molto contro le multinazionali.
Infine le armi. Se siete stati negli Stati Uniti, sicuramente avete visto gli adesivi sulle vetrine di negozi, ristoranti e alberghi che vietano l’ingresso a chi possiede un’arma. Questo perché di solito si può entrare armati, se si ha il permesso di portare l’arma in pubblico, a meno che il proprietario di quello spazio non lo vieti. Alle Hawaii esisteva una logica opposta: i possessori di armi non potevano portarle nei luoghi privati aperti al pubblico, salvo aver ricevuto autorizzazione esplicita.
Indovinate cosa ha deciso la Corte? Che la legge delle Hawaii non va bene.
È una Corte molto conservatrice, lo sappiamo bene. Stiamo per scoprire se questo orientamento – frutto della prepotenza di Mitch McConnell quando morì il giudice Scalia, e della presunzione della giudice Ginsburg quando non si dimise benché anziana e malata – continuerà ad allargare lo spazio e i poteri del governo, soprattutto quando l’amministrazione invoca la protezione della sicurezza interna.
A fronte dell’isteria comunicativa dei nostri tempi, durante questo anno e mezzo mi è toccato più volte raccontarvi perché una certa decisione o un certo sviluppo non andassero intesi come sentenze definitive sugli Stati Uniti e sulla loro democrazia, bensì come gravi e temporanee forzature imposte da un presidente dalle evidenti tentazioni autoritarie.
Le sentenze della Corte Suprema appartengono a un altro campionato: restano. Prepariamoci.
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Old Glory Blue
di Sofia Calvo
Sono giorni che in redazione ci diciamo che «prima o poi dobbiamo scrivere della Reflecting Pool di Washington DC», la famosa grande vasca riflettente che separa il memoriale di Lincoln da quello della Seconda guerra mondiale sul National Mall della capitale degli Stati Uniti. La sua manutenzione, infatti, è diventata l’origine di un grande e bizzarro scontro politico.
Da inizio giugno l’acqua della piscina è diventata verde. È piena di alghe e insetti e si sta scrostando una vernice blu che era stata applicata sul fondo della vasca su ordine di Trump. La vernice galleggia sulla superficie a pezzettoni. Trump non ha intenzione di mettere in dubbio il suo approccio ai lavori e quindi ha dato la colpa ad atti di vandalismo.
Sembra una delle tante storie di Trump che prova a trumpizzare quello che lo circonda: lo Studio Ovale pieno d’oro, il nuovo jet dell’Air Force One regalatogli dal Qatar, il Trump-and-Kennedy Center. Poi però la storia è diventata sempre più assurda, tanto che si fa fatica a tenere insieme i pezzi (letteralmente), e sui programmi tv statunitensi se ne parla moltissimo da settimane.
La Reflecting Pool è una grande vasca rettangolare: è lunga 619 metri e larga 51, contiene circa 25 milioni di litri di acqua, circa 10 piscine olimpioniche. L’acqua è pompata dal Tidal Basin, il bacino artificiale del fiume Potomac su cui si affacciano tutti i monumenti più famosi e visitati di Washington DC.

La piscina fu progettata insieme al Lincoln Memorial – il nome ufficiale infatti sarebbe Lincoln Memorial Reflecting Pool – dall’architetto Henry Bacon, che voleva che la vasca fosse uno “specchio” in grado di riflettere l’edificio. Fu inaugurata nel 1922, e fa parte dei monumenti del National Mall che ebbero un grande ruolo nella storia degli Stati Uniti. Nel 1939 la cantante afroamericana Marian Anderson si esibì lì davanti, dopo che le era stato vietato di cantare in una scuola per bianchi. Nel 1963 vi si concluse la marcia su Washington di Martin Luther King. Nel 2009 quasi due milioni di persone si radunarono per assistere alla cerimonia di insediamento di Obama. (In foto la folla della marcia su Washington, Roosevelt H. Carter/Getty Images)
La vasca ha sempre avuto problemi strutturali, legati alla gestione dell’acqua e soprattutto alla sua pulizia. È poco profonda – si va dai 46 cm lungo i bordi ai 76 cm nella parte centrale – e questo già per sé favorisce la stagnazione e la proliferazione delle alghe. Il problema principale però non è la qualità dell’acqua, ma l’impianto idraulico che la fa circolare: le tubature che collegano la vasca all’impianto di trattamento si rompono di frequente.
Quando le tubature si guastano devono essere chiuse, interrompendo il collegamento con il sistema di filtraggio. L’acqua della piscina rimane così stagnante, a volte anche per settimane. A complicare le cose c’è il fatto che la vasca fu costruita su terreni fangosi, che nel tempo hanno provocato crepe nel cemento e ulteriori perdite d’acqua.
La città di Washington viene governata in parte dal Congresso e dall’amministrazione; la sua giunta e il suo sindaco hanno poteri diversi e minori rispetto alle altre città americane. Nel tempo diverse amministrazioni hanno cercato di occuparsi della complessa manutenzione della piscina, anche perché ogni anno perde circa 60 milioni di litri (una quantità sufficiente a riempirla quasi tre volte).
Barack Obama affidò al National Park Service, l’agenzia federale che si occupa di parchi nazionali e monumenti federali, l’incarico di demolirla e ricostruirla completamente. La ristrutturazione costò 35 milioni di dollari, l’obiettivo era ridurre le enormi perdite. Furono piazzati più di duemila pali di legno per stabilizzare il terreno, fu costruito un nuovo bacino impermeabile in cemento armato e fu installato un nuovo impianto di trattamento dell’acqua.
A poche settimane dalla riapertura della vasca, nel 2012, fu necessario svuotarla e pulirla di nuovo a causa delle alghe. Fu installato anche un impianto per eliminarle, che filtra l’acqua tramite la sabbia e la arricchisce di ozono, un gas che uccide alghe e batteri. Nel 2017 la piscina fu svuotata di nuovo a causa di un’invasione di schistosomi (in parole povere: vermi).
Trump ha sempre criticato la gestione della piscina, sostenendo che – con la sua vasta esperienza di costruzione di resort e hotel di lusso – avrebbe fatto di meglio. Durante il suo primo mandato il National Park Service aveva sostenuto che l’unica soluzione ai problemi della vasca fosse un altro enorme intervento strutturale: sostituire migliaia di metri di tubazioni. L’intervento non è mai stato realizzato.


Il contratto da 14,7 milioni di dollari per questo intervento è stato assegnato senza gara d’appalto, senza alcuna revisione o approvazione del Congresso, a una società che aveva già lavorato in passato sulle piscine di uno dei golf club di Trump in Virginia. Insomma, Trump ha fatto la mossa di chiamare i suoi, “conosco io un tizio”. Anche l’azienda che aveva curato i lavori del 2010 era stata contattata, ma aveva gentilmente rifiutato: secondo loro le richieste del presidente erano “irrealizzabili“.

In ogni caso la piscina è stata di nuovo riempita e pochi giorni dopo sono comparse di nuovo le alghe, anche a causa del caldo torrido che c’è anche negli Stati Uniti. Gli operatori del National Park Service hanno versato grosse quantità di acqua ossigenata per cercare di eliminarle, senza risultati. In più, la vernice comincia a venire a galla a pezzettoni blu che si sono scrostati dal pavimento. In foto un operatore che pulisce la piscina il 20 giugno (Mark Schiefelbein/AP)
È qui che le cose si fanno assurde.
Lunedì Trump ha comunicato che cinque persone erano state arrestate – e altre cinque sarebbero state indagate – per atti di vandalismo: qualcuno aveva tagliato la vasca con un coltello, ha detto. Non ha dato maggiori informazioni sui presunti responsabili e sugli indizi che dimostrerebbero la loro colpevolezza. Ha detto che qualcuno era entrato nella vasca e aveva tagliato il famoso rivestimento blu, causando i danni. Nel corso della settimana sono state poi arrestate altre due persone, e sono state presentate quasi venti denunce alla polizia.
Una delle persone arrestate è un ex atleta olimpico, che ha raccontato che stava facendo un giro in bicicletta e ha notato un pezzo del rivestimento che galleggiava, parzialmente staccato. Ha detto di essersi chinato per toccarlo, e in quel momento è stato ammanettato. Tenete conto che normalmente – quando fa caldo e l’acqua è pulita – le persone immergono i piedi nella piscina, ci camminano dentro.
Il National Park Service ha confermato la versione di Trump, aggiungendo che il sigillante in schiuma del fondo della piscina sarebbe stato tagliato, e sarebbero stati gettati nella vasca anche circa 70 pali da recinzione. Vai a sapere. L’odio per Trump è tale che non è impossibile che qualcuno abbia effettivamente fatto qualcosa, ormai capita che le persone vadano davanti alla piscina con cartelli che dicono “TEAM ALGHE”. Allo stesso tempo, è un pasticcio tutto suo.
Intanto sui social media circolano video di persone che si avvicinano o toccano l’acqua della piscina e vengono rimproverate e a volte allontanate a forza dal bordo della vasca. E ieri sera, a pochi giorni dal 4 luglio del 250esimo compleanno della nazione, il perimetro della piscina è stato chiuso, non si può più avvicinare nessuno: ci sono cancelli e militari che dicono ai turisti di allontanarsi.

Se la questione del colore della Reflecting Pool vi appassiona, potete fare due cose. La prima è guardare la lunga piscina tramite una livecam che la mostra in tempo reale 24 ore su 24. La seconda è aspettare ancora un po’, perché Trump sta pensando anche di fare delle modifiche al Lincoln Memorial stesso: non ha (ovviamente) fornito dettagli specifici, ma ha in mente «un progetto magnifico».
Stanotte gli Stati Uniti hanno attaccato alcuni obiettivi militari in Iran, per la prima volta dalla firma del disastroso accordo per riaprire lo stretto di Hormuz dello scorso 18 giugno. Perché ancora litigano e non hanno risolto niente, ovviamente. L’Iran aveva già di nuovo annunciato la chiusura dello stretto, accusando gli Stati Uniti di non aver fatto rispettare il cessate il fuoco in Libano. Poi il traffico è parzialmente ripartito ma ci sono state pretese iraniane su registrazioni, rotte e assicurazioni.
L’attacco non è così sorprendente: le trattative erano al punto in cui gli americani dicevano che gli iraniani si erano impegnati a fare questo e quello, e dopo mezza giornata gli iraniani smentivano. Nel frattempo il Senato ha approvato una risoluzione contro le azioni militari decise dal solo presidente, come aveva già fatto la Camera, anche stavolta con un significativo contributo di voti Repubblicani. Voti puramente simbolici, e infatti si è visto.

Con questa foto dei San Franciscans che pucciano i piedi nell’oceano sotto il Golden Gate Bridge vi facciamo una richiesta: vivi e lavori nel settore della tecnologia o dell’intelligenza artificiale a San Francisco o nella Silicon Valley? Se sì e se ti va di dare una mano a Da Costa a Costa, rispondi a questa mail raccontandoci qualcosa di cosa fai. Grazie! (Tayfun Coskun/Anadolu/Getty Images) Grosse notizie dalle primarie del Partito Democratico a New York. Tre candidati socialisti sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani hanno vinto conquistando la possibilità di correre – e vincere, salvo clamorose sorprese – un seggio alla Camera. Due hanno scalzato deputati uscenti, una cosa piuttosto rara. Si chiamano Brad Lander, Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier: ne sentiremo parlare.
Mamdani a New York ha trasformato la sinistra radicale in una macchina elettorale formidabile, anche perché oggi rodata come nessun’altra: l’infrastruttura che pochi mesi fa ha vinto il primo turno e il ballottaggio è ancora intatta. Ma sono risultati che la sinistra americana continua a ottenere solo nelle roccaforti dei Democratici, dove i Repubblicani non contano e la lotta per il potere avviene solo dentro il partito. Sono insomma vittorie che non cambiano nulla negli equilibri del Congresso. Cambiano chi sei, però, e le risposte che dai. Ci torniamo.
Uno che a New York le primarie le ha perse è Jack Schlossberg, 33 anni, nipote dell’ex presidente John Fitzgerald Kennedy oggi noto principalmente come tiktoker. Non gli è bastato presentarsi con l’aria dell’outsider e il grande attivismo sui social, nemmeno il carisma e le infinite conoscenze della sua famiglia (tra cui l’appoggio di Nancy Pelosi). Questo per dire anche che la lezione di Mamdani non è che bisogna essere bravi sui social. Schlossberg aveva posizioni incerte o ambigue su molte questioni e l’organizzazione della sua campagna è stata disastrosa.

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