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De Cataldo: “Con il ddl Autonomia tornerà un’arretratezza culturale pre-risorgimentale. No alla desertificazione”

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Lo scrittore Giancarlo De Cataldo
Lo scrittore Giancarlo De Cataldo
 

Lo scrittore: “Il disegno di legge di Calderoli ribalta il significato del tricolore. È lo Stato che dice: ‘Mi faccio da parte, vedetevela voi’. Preoccupa la scuola. Spero che il Sud preso a calci si ribelli nell’urna e che si faccia presto e si vinca il referendum

«Il ddl Calderoli fa ripiombare l’Italia in una condizione di arretratezza culturale pre-risorgimentale». Giancarlo De Cataldo, prolifico autore di romanzi in cui si riverberano luci e ombre della storia d’Italia, è netto nel definire le conseguenze della nuova legge sull’Autonomia differenziata.

La riforma nasce in un contesto difficile dentro e fuori il Parlamento. Osteggiata da molti governatori non solo di centrosinistra — pensiamo al calabrese Roberto Occhiuto di Forza Italia — e in un clima teso, come testimoniano le violenze andate in scena alla Camera contro il deputato M5S Leonardo Donno.

«Le modifiche costituzionali si dovrebbero fare tutti insieme seduti intorno a un tavolo. Dalla prima sciagurata riforma del titolo V, voluta purtroppo dal centrosinistra, sono passati venti anni e ora ci tocca affrontare questa iniziativa devastante messa a punto per accontentare la Lega e per sventare il timore secessionista. Una riforma che però porterà alla depressione del Pil, come dimostrano gli indicatori economici. Non mi stupisce il clima di contrapposizione, non mi scandalizza nemmeno la evidente inconciliabilità tra premierato e Autonomia differenziata».

Inconciliabilità alla quale sono indifferenti soprattutto i partiti di governo.

«Come fanno a stare insieme l’apoteosi del centralismo — “la donna sola al comando” — e l’Autonomia che vorrebbe essere il prodromo di uno stato federale, non si capisce. Per carità, non ho niente contro il federalismo, ma così come è concepita l’Autonomia differenziata porterà alla desertificazione del Meridione, alla nascita di una immigrazione interna e a una discriminazione territoriale tra Nord e Sud che ricaccia il Paese in una condizione pre-risorgimentale».

Si parla di uno scambio politico all’interno della maggioranza: premierato a FdI, riforma della giustizia a FI e Autonomia alla Lega.

«Si tratta di uno scambio evidente sottoscritto dall’alleanza di governo: il premierato centralista, la riforma della giustizia per dare ceffoni ai magistrati e l’Autonomia per continuare il predominio del Nord sul Sud a livello economico e culturale».

Perché culturale?

«Perché impone una narrazione che ribalta il significato del tricolore. Abbiamo visto un ministro che si ritrae offeso se qualcuno gli porge la bandiera italiana mentre la riforma viene approvata tra mille vessilli regionali».

Delle materie di competenza statale che passeranno nella disponibilità delle Regioni quale la preoccupa di più?

«Sicuramente la Sanità che al Sud è già un settore fortemente provato: il livello di cure è bassissimo, esiste un turismo della speranza verso gli ospedali del Nord. Trovo deprimente che un partito nazionalista come quello della premier invece di lanciare un messaggio di solidarietà possa certificare autorevolmente il primato dell’Italia più ricca. Come se non bastasse hanno cancellato il Reddito di cittadinanza: sembra una forma di accanimento».

Da ex magistrato la preoccupa che il ddl Calderoli assegni alle Regioni anche la gestione diretta dei giudici di pace?

«Sono molto più preoccupato dall’istruzione su base regionale, otto ore di studio dedicate alla lingua locale piuttosto che all’italiano; l’enfatizzazione, nell’insegnamento della storia, del signorotto comunale piuttosto che di Garibaldi. Mi preoccupa la disgregazione culturale che l’Autonomia produrrà. Le dico di più: questa riforma è la traduzione in termini contemporanei dei cartelli “Non si affitta ai meridionali” che si vedevano ai tempi di Rocco e i suoi fratelli, negli anni Sessanta. È lo Stato che dice: io mi faccio da parte, vedetevela voi».

In questa partita il Sud paga un eccesso di silenzio?

«Ma la Lega al Sud amministra, governa i comuni, sembra un’assurdità ma ci sono sindaci del Carroccio. Mi auguro solo che questo Sud, a furia di essere preso a calci, si faccia venire qualche idea nel segreto dell’urna, ai ballottaggi».

Anche l’Europa, con un recente report, ha espresso dubbi sull’Autonomia.

«Non farei tanto affidamento sulle censure dell’Europa in questa fase di transizione. Per quanto la maggioranza popolari-socialisti-liberali abbia retto, i risultati elettorali non sono stati positivi. Esiste una forte spinta antieuropeista, basta guardare al voto per Afd nella Germania dell’Est o all’affermazione di Marine Le Pen in Francia. Purtroppo, la gente continua a percepire l’Europa come un’entità di tecnocrati freddi e cinici. E la recente elezione di Mark Rutte a segretario generale della Nato sembra confermare questa percezione: Rutte era quello che diceva “Niente soldi ai Paesi meridionali”. Ecco, vedendo tali immagini dico che bisogna avere granitica fede nei principi europeistici per credere in questa Europa».

Contro la riforma Calderoli, dice il centrosinistra, non resta che il referendum.

«Sarà un referendum abrogativo, quindi con il quorum, spero si faccia presto e lo si vinca».

E la deriva culturale come si combatte?

«Le derive culturali si combattono facendo cultura, ricominciando a dire cose di sinistra, recuperando il rapporto con la società civile, e poi ovviamente andando al referendum. Serve un percorso che imponga le battaglie giuste: aumentare i livelli di istruzione, portare l’obbligo scolastico a 18 anni, insistere sul salario minimo. Insomma, una piattaforma programmatica non solo centrata sui diritti, ma con una sintesi. Mi sembra che Elly Schlein abbia le carte in regola da questo punto di vista. Aggiungo anche che, contro tale deriva, occorre porsi un altro obiettivo».

Quale?

«Bisogna aprire un canale di comunicazione con i ragazzi che non vanno alle urne, quelli che vorrebbero salvare il pianeta, ma non credono nella democrazia e nel voto come strumento operativo. Serve ripristinare questa fede nel voto del cittadino, soprattutto il più giovane, sottraendolo all’astensionismo». 23 GIUGNO 2024 

Fonte Link: repubblica.it