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Il dilemma Tim, Unicredit e Mediobanca del Governo Meloni

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Claudio Cerasa
Il governo ha davanti a sé molte sfide economiche. Ma ce ne sono tre cruciali, su cui la leader di Fdi dovrà decidere se fidarsi del mercato o considerarlo un nemico: Tim, Unicredit e Mediobanca

Per Giorgia Meloni, l’anno che si apre costituirà un banco di prova per moltissime ragioniAlcune ragioni sono scontate, la tenuta politica di una maggioranza che resta strutturalmente litigiosa, la capacità del governo di tradire il suo passato senza far imbestialire i propri follower, la necessità per Meloni di essere all’altezza del predecessore sul piano della crescita economica. Altre ragioni, invece, sono meno scontate e riguardano un terreno poco esplorato che coincide con la gestione di alcune partite che promettono di essere cruciali per l’affidabilità economica dell’Italia almeno quanto la gestione dell’aumento dei costi di finanziamento del debito, tema sul quale, forse in modo eccessivamente catastrofistico, ha posto ieri l’attenzione il Financial Times.

Le partite che potremmo selezionare sono tre e sono partite al centro delle quali vi è una disciplina in cui la destra nazionalista non eccelle: la capacità di saper scommettere sul mercato e di non considerare la globalizzazione come una nemica giurata della sovranità dell’Italia. Le tre partite non riguardano direttamente l’azione di governo ma riguardano l’approccio che avrà il governo Meloni quando si ritroverà a prendere alcune decisioni su tre dossier che verosimilmente si affacceranno con insistenza nel corso del 2023. Punto numero uno: Tim. Punto numero due: Mediobanca. Punto numero tre: Unicredit.

Su Tim la questione è molto semplice. Il governo, attraverso Cdp, ha il controllo del 10 per cento di Tim. E il governo, attraverso il Mef, da mesi sta cercando di decidere cosa fare rispetto a una partita che Draghi ha aperto ma non è riuscito a chiudere: la rete unica. La situazione di Tim (15 miliardi di fatturato) è a un passo dall’essere drammatica: ventiquattro miliardi di euro di debito lordo, un titolo che ha visto dimezzarsi il suo valore nell’ultimo mese (da 0,4 euro a 0,2 euro). (segue nell’inserto VIII)

Un primo semestre del 2022 chiuso con una perdita tre volte più alta rispetto al 2021 (da meno 149 milioni di euro a meno 483 milioni di euro), un ebitda, margine operativo lordo, che negli ultimi anni ha registrato un calo costante (8,151 milioni di euro nell’esercizio 2019, 6,739 milioni di euro nel 2020, 5,080 milioni di euro nel 2021) e un’incapacità da parte degli azionisti a prendere atto di una situazione finanziaria che suggerirebbe di trovare al più presto un nuovo acquirente deciso a far fare a Tim un salto nel futuro. La sfida di Meloni, in questo senso, non è solo quella di resistere alla tentazione, come suggerito qualche mese fa dal sottosegretario all’Innovazione Butti, di nazionalizzare Tim per tenersi stretta la rete, e di dar vita all’unica rete unica possibile, ovvero una cessione da parte di Tim della sua rete, la creazione di un unico operatore di rete insieme con Open Fiber, la partecipazione di maggioranza di Cdp di questa nuova rete e la presenza nella nuova società anche dei privati interessati allo sviluppo della rete.

Non c’è solo questo, e non sarebbe poco, ma c’è anche altro e c’è una sfida che in passato non è riuscita neppure al governo Draghi: aprire le porte, senza ostacolarli, ai possibili investitori stranieri desiderosi di mettere le mani sulle meraviglie di Tim. Non è successo durante il governo Draghi – e quando il fondo americano Kkr ha bussato alle porte di Tim il governo italiano ha fatto di tutto per far trovare chiuse quelle porte – e se dovesse ricapitare nei prossimi mesi viene naturale chiedersi se il governo Meloni avrà il coraggio di dare il suo benestare a una possibile operazione di mercato che potrebbe avere un impatto sulla forza lavoro di Tim, ma che potrebbe metterla in salvo.

Il che farà Meloni riguarda Tim, naturalmente, ma riguarda anche una partita ulteriormente interessante che ha a che fare con il rapporto che il governo avrà con il sistema bancario e con un altro gigante di nome Unicredit (23 miliardi di fatturato). La questione qui è più complessa ma non meno interessante. Unicredit, secondo molti osservatori, nel 2023, dopo le porte chiuse dall’amministratore delegato Andrea Orcel prima a Mps e poi a Bpm, verosimilmente sarà chiamata a studiare una qualche aggregazione europea. E ogni aggregazione internazionale di una società italiana, si sa, porta prestigio a quella società ma proietta inevitabilmente quella società un po’ più lontano dai confini nazionali e un po’ più all’interno dei confini europei. Dunque la domanda è ovvia: cosa farebbe il governo Meloni se un gigante italiano, come Unicredit, dovesse ricevere una proposta di matrimonio da, diciamo per dire, una banca francese, per esempio, come Société Générale? Farebbe di tutto per agevolare un matrimonio europeo o farebbe di tutto per proteggere l’italianità di una banca?

Il ragionamento vale per Unicredit, con cui le strutture del Mef hanno un conto aperto dai mesi in cui durante il governo Draghi Orcel ha tirato un bidone all’ex ministro Daniele Franco su Mps: Unicredit doveva comprare Mps, il governo ha dato molto tempo a Orcel per riflettere sul dossier, alla fine della fiera Orcel si è sfilato e Mps secondo molti osservatori oggi non può che essere destinata a diventare uno spezzatino. Ma vale anche per Mediobanca, dove a settembre si rigiocherà il secondo tempo della sfida andata in scena in primavera a Trieste su Generali.

Il primo tempo di questa partita è stato vinto da Mediobanca che, con metodi molto contestati dai suoi competitori, l’ingegnere Francesco Gaetano Caltagirone e l’allora capo di Luxottica Leonardo Del Vecchio, è riuscita a mantenere il controllo del Leone ed è riuscita a confermare l’ad Philippe Donnet. Ma il secondo tempo di questa partita sarà più difficile da vincere per l’attuale numero uno di Mediobanca, Alberto Nagel, perché ai blocchi di partenza i suoi avversari, che sognano di controllare Mediobanca per avere poi il controllo anche di Generali, il cui primo azionista come sapete è Mediobanca, partono avvantaggiati. Partono con un 20 per cento circa che ha EssilorLuxottica attraverso la Delfin, che secondo molti osservatori potrebbe presto diventare presto un 30 per cento, e parte da un 5,6 per cento che ha Francesco Gaetano Caltagirone all’interno della stessa Mediobanca, numeri che promettono di essere più solidi rispetto a quelli dell’attuale patto di consultazione che con il 10,9 per cento di fatto controlla Mediobanca.

Al di là delle questioni di merito, se davvero la Delfin – che è la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che controlla fra le altre cose il 32 per cento di EssilorLuxottica, la quale a sua volta è una società quotata in Francia nata dalla fusione tra l’italiana Luxottica e la francese Essilor – dovesse tentare la scalata a Mediobanca sarà interessante capire se anche su questo punto Fratelli d’Italia ha cambiato idea rispetto a quello che sosteneva qualche tempo fa.

E cosa sosteneva Fratelli d’Italia? Sentite Adolfo Urso: “Tra poco nella insipienza dei più e con la complicità di alcuni il sistema bancario e assicurativo italiano parlerà solo francese. Cosa ha da dire la Banca d’Italia e cosa la Consob? E il governo era all’oscuro di tutto?”. Urso disse queste cose nel maggio 2020, riferendosi alle anticipazioni relative alla richiesta alla Bce del patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio di raddoppiare, tramite la lussemburghese holding di famiglia Delfin, la sua quota in Mediobanca dal 9,9 per cento al 20 per cento, cosa poi avvenuta. Aggiunse poi Urso: “E’ in atto il colpo del secolo: un fondo franco/lussemburghese acquisirà il controllo di Mediobanca, la più grande banca d’affari italiana da sempre in competizione con quella francese, operazione che a sua volta consentirà il controllo delle Assicurazioni generali, l’unica grande multinazionale assicurativa italiana, e di parte del sistema bancario del Paese. Tutto questo dovrà essere soggetto alla autorizzazione della Bce, cioè di miss Lagarde. Se fosse un film francese lo chiameremmo il colpo del secolo”.

Fidarsi del mercato o fidarsi del sovranismo? Il 2023, per Meloni, servirà anche a rispondere a questa domanda. I presagi non sono buoni, ma chissà che anche su questo fronte il melonismo non saprà mostrare la forza tranquilla dell’incoerenza. In fondo, anche su Ita Meloni era contro i tedeschi di Lufthansa, e ora potrebbero essere proprio i tedeschi di Lufthansa a rilanciare la vecchia compagna di bandiera. Proprio come tentò di fare Mario Draghi prima di essere ostacolato dal Mef. In bocca al lupo e buon mercato. 04 GEN 2023

Fonte: ilfoglio.it

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