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Istat, povertà ai massimi degli ultimi 10 anni, cresce anche tra chi lavora. 

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Rosaria Amato
Il Rapporto Annuale 2024 dell’Istat. Nel 2023 recuperato il livello di Pil 2007, ma solo per il Nord. Dietro la crescita dell’occupazione, 4,2 milioni di potenziali lavoratori “inutilizzati” e sono soprattutto donne e giovani, residenti nel Mezzogiorno. Il potere d’acquisto dei salari lordi crollato del 4,5% negli ultimi 10 anni

ROMA – La forte spinta che ci ha permesso nel giro degli ultimi tre anni di recuperare prima il livello di Pil pre-Covid, e poi persino quello precedente alla crisi del 2008, non basta per frenare la crescita della povertà, che nel 2023 ha raggiunto “livelli mai toccati negli ultimi dieci anni”, nonostante l’attenuazione dovuta all’impatto positivo delle misure di sostegno, soprattutto del reddito di cittadinanza. Il Rapporto Istat 2024, presentato stamane alla Camera dei Deputati dal presidente Francesco Maria Chelli, sottolinea anzi come in Italia «il reddito da lavoro ha visto affievolirsi la sua capacità di proteggere individui e famiglie da disagio economico». La quota degli occupati a rischio di povertà è all’11,5%, quella dei lavoratori dipendenti in povertà assoluta dell’8,2%. Il potere d’acquisto dei salari lordi dei lavoratori dipendenti è crollato negli ultimi 10 anni del 4,5%. L’analisi dei territori sancisce il sostanziale fallimento delle politiche di coesione: non solo il Mezzogiorno non ha avuto miglioramenti tali da avvicinarsi ai parametri economici del Nord, ma sono peggiorati i parametri del Centro, a cominciare dal Pil pro capite.

Il Pil torna ai livelli del 2007, ma solo per il Nord

Se già nel terzo trimestre del 2021 l’Italia aveva recuperato il livello di Pil pre-pandemia, nel 2023 è finalmente tornata al livello del 2007. Ma cresce il divario con la Spagna (10 punti), con la Francia (14 punti) e con la Germania (17 punti). E inoltre a vincere la corsa è solo il Nord, e a rimanere più lontano dal livello precedente alla crisi del 2008 stavolta non è il Mezzogiorno, ma il Centro. Arretra la produttività, e perdono terreno le esportazioni, tra il 2000 e il 2023 tessile-abbigliamento e prodotti legati all’abitare riducono il loro peso sul totale dell’export di 10 punti percentuali.

La debolezza del Centro

Il Rapporto fornisce una accurata suddivisione dei dati per territori, anche se solo fino al 2022. L’indebolimento del Centro non emerge solo dal fatto che è l’area del Paese che rimane più distante dai livelli di Pil del 2007 (8,7 punti percentuali), ma anche da altri dati. L’indicatore della produttività del lavoro segnala che nel 2021 nessuna provincia del Sud e delle Isole ottiene valori superiori alla media nazionale, ma al Centro non va tanto meglio, visto che ci riescono solo tre province (Roma, Firenze e Pisa), mentre volano quasi i tre quarti delle province del Nord-ovest e la quasi totalità di quelle del Nord-Est. Inoltre dall’analisi della robustezza economica dei territori emerge che alle 21 province del Nord se ne contrappongono solo due del Centro, ancora una volta Roma e Firenze (e nessuna del Sud).

5,7 milioni di poveri

In un Paese segnato da sempre maggiori disuguaglianze, e da un declino demografico che è difficile affrontare in modo adeguato visto che i due terzi delle mancate nascite sono dovuti alla riduzione della natalità cominciata oltre 20 anni fa, cresce la quota di popolazione in difficoltà. Nel 2023 l’incidenza della povertà assoluta in Italia raggiunge l’8,5% tra le famiglie e il 9,8% tra le persone: si tratta di 2 milioni 235 mila famiglie e 5 milioni 752 mila persone in povertà. Al peggioramento ha anche contribuito il peso dell’inflazione, che si è abbattuto in misura molto maggiore sulle famiglie meno abbienti: nel novembre 2022 si è misurato il divario maggiore tra la classe di reddito più alta e quella più bassa, 9,7 punti a svantaggio dei più poveri.

Poveri occupati

In Italia il lavoro è povero per definizione, intanto perché le retribuzioni non crescono: tra il 2013 e il 2023 il potere di acquisto è diminuito del 4,5% mentre tra le maggiori economie Ue cresceva a tassi compresi tra l’1,1% della Francia e il 5,7% della Germania. Ma anche perché ad aumentare è soprattutto il lavoro precario e di bassa qualità: nel 2023 si contano tre milioni di dipendenti a tempo determinato, un milione in più rispetto al 2004. E oltre la metà dei dipendenti con contratto part-time sarebbe disposto a lavorare a tempo pieno, ma il datore di lavoro non lo consente. Tra gli uomini questa quota raggiunge il 70%, anche se a subire questo tipo di imposizione sono soprattutto le donne.

Il risultato di cattivi contratti e di basse retribuzioni è che negli ultimi dieci anni l’incidenza di povertà individuale tra gli occupati ha avuto un incremento di 2,7 punti percentuali, passando dal 4,9% nel 2014, al 5,3% nel 2019 fino al 7,6% nel 2023. Per gli operai l’incremento è stato più rapido passando da poco meno del 9% nel 2014 al 14,6% nel 2023. Nel 2023 l’8,2% dei dipendenti era in povertà assoluta a fronte del 5,1% degli indipendenti.

Il reddito di cittadinanza ha aiutato in parte: tra il 2020 e il 2022 ha permesso di uscire dalla povertà a 404 mila famiglie nel 2020, 484 mila nel 2021 e 451 mila nel 2022. Senza il reddito di cittadinanza, l’incidenza di povertà assoluta familiare nel 2022 sarebbe stata superiore di 3,8 e 3,9 punti percentuali rispettivamente nel Sud e nelle Isole.

4,2 milioni di disoccupati in incognito

Non ci sono solo i disoccupati che cercano attivamente lavoro nella settimana di riferimento dell’indagine statistica. Ci sono anche quelli che non lo fanno, per ragioni varie, tra cui lo scoraggiamento, dovuto magari a un prolungato periodo di inattività, o alle scarse possibilità offerte dal territorio, e che sarebbero però ben felici di lavorare L’area della forza lavoro potenziale misurata dall’Istat include soprattutto donne (magari madri, che hanno dovuto rinunciare al lavoro perché non ci sono servizi per l’infanzia nella zona in cui vivono), residenti nelle regioni del Mezzogiorno, giovani, persone con basso titolo di studio. Nel 2023 erano circa 4,2 milioni di persone.

Pochi laureati, e male utilizzati

In un Paese dove i laureati scarseggiano, e comunque sono in media meno che nelle principali economie europee, rimane comunque una larga quota di lavoratori troppo qualificati per le mansioni che svolgono. Nel 2023, tra gli occupati laureati circa 2 milioni di persone (il 34% del totale) avevano un inquadramento professionale che non richiede necessariamente il titolo d’istruzione conseguito. E non si tratta solo di laureati in materie umanistiche: l’incidenza raggiunge il 27,6% tra i laureati in discipline STEM. Tra il 2019 e il 2023 la quota dei sovra-istruiti è cresciuta di 1,1 punti percentuali. 15 MAGGIO 2024 
Fonte Link: repubblica.it