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Orban e i patrioti uniti dal filo-putinismo

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Viktor Orban
Viktor Orban

FLAVIA PERINA
Le sigle di 7 Paesi aderiscono alla formazione costituita dal leader ungherese Orbán. Nello scacchiere delle destre gli uomini provocano mentre governare è cosa da donne

La maschia gioventù ungherese, spagnola, austriaca, portoghese, italiana, se ne è andata per conto suo nel gruppo dei Patrioti costituito da Viktor Orbán ed è difficile dissipare l’idea che, oltre la sintonia politica, abbia agito pure un dato antropologico. Pendere dalle labbra e dalle decisioni di due donne, Giorgia Meloni e Marine Le Pen, egemoni nei vecchi gruppi dei Conservatori e di Id, non faceva per loro. Lo hanno sopportato per anni, qualcuno (Matteo Salvini) in patria deve sopportarlo ancora, ma adesso che c’è l’occasione, perché no? La nuova formazione potrà finalmente esprimere fino in fondo il tratto macho che è nel Dna dei suoi leader e portare allo scoperto l’ammirazione per il virilismo quintessenziale di Vladimir Putin: l’uomo che va a cavallo nella neve a torso nudo, il leader che ha reso criminale “per i prossimi cento anni” ogni celebrazione del gay pride.
L’atto di omaggio a Mosca del capo patriota Orbán è servito anche a questo, indicare con chiarezza la frequentabilità di un sistema e di un mondo che in fondo ha gli stessi nemici – la cultura woke, il femminismo, il politicamente corretto, le migrazioni, la società liberale – e le medesime aspirazioni nostalgico-autoritarie. Il manifesto politico dei Patrioti per l’Europa è atteso a giorni (forse domani, quando il gruppo sarà costituito formalmente) ma il leader ceco Andrej Babis l’ha già annunciato per grandi linee. Meno immigrati, meno ambientalismo, ma soprattutto: meno poteri all’Unione. Per la maschia gioventù ungherese, spagnola, austriaca, portoghese, italiana, l’Europa è un vincolo e un ostacolo. Guardate la Russia, dove il Potere può esprimersi con la maiuscola, comandare davvero: cinque mandati presidenziali e due premierati consecutivi per Vladimir! Venticinque anni al vertice, senza interruzioni! Ecco la vera stabilità! l su e giù degli elettorati continentali è uno dei nervi scoperti della nuova armata patriottica. Breve elenco. Santiago Abascal, il leader di Vox che ha appena lasciato Meloni per associarsi a Orbán, solo un anno fa sembrava l’uomo del destino spagnolo, vicepremier in pectore di un governo di coalizione con i Popolari: alle ultime politiche è andato a picco, addio sogno e socialisti al governo. Herbert Kikl, Fpo austriaco, si sentiva campione di partito pigliatutto e di una classe dirigente che doveva durare un ventennio: finirono tutti schiacciati da una affascinante dark lady russa che contrattava favori all’oligarchia di Mosca. Andrej Babis, il Donald Trump della Repubblica ceca, l’anno scorso si sentiva già capo dello Stato: l’elettorato plaudente in cui aveva tanto confidato diede venti punti in più al suo sfidante. Andrè Ventura, fondatore del portoghese Chega! (“Basta! ”) uscì glorificato dalle Politiche del marzo 2024: 18 per cento, un miracolo. Due mesi dopo, alle Europee, il pallone si era già sgonfiato di otto punti fino a un deprimente 10 per cento.

Insomma, una certa frustrazione è nei fatti e costituisce uno dei comuni denominatori dei nuovi Patrioti. Ciascuno di loro è da almeno un decennio impegnato nel corpo a corpo contro le «femminazi» (Abascal), le donne che abortiscono e a cui si dovrebbero «rimuovere le ovaie» (Ventura), gli islamici, gli immigrati e i richiedenti asilo che andrebbero «concentrati» tutti in un posto (Kickl), la diffidenza per la legge che dovrebbe «adeguarsi alla politica» (sempre Kikl), i principi liberali «che oggi includono corruzione, sesso e violenza» (Orbán). E ogni volta il popolo sovrano da’e prende a capriccio, è bizzoso, irriconoscente, fugace. La storia della maschia gioventù spagnola, austriaca, portoghese, italiana e una catena di vittorie acciuffate e perse, o perse un secondo prima di acciuffarle. Un Papeete continuo che costituisce, oltre le questioni valoriali e programmatiche, il tratto politico distintivo dei gruppo: gente che ha perso, o non ha mai conquistato, un ruolo protagonista in patria e cerca di prenderselo sul palcoscenico europeo dove potrà ostacolare, strepitare, esagerare senza inibizioni e dire ai suoi elettorati: solo io vi difendo.

Le signore d’Europa, Meloni in primis ma presto, forse, pure Marine Le Pen, questo lusso non possono permetterselo. Loro devono governare (o aspirano a farlo sul serio), hanno sulla scrivania dossier che spaventano, i bilanci, il debito, welfare pericolanti, questioni strategiche sull’asse con Washington o nei rapporti con Pechino. I loro gruppi di riferimento in Europa e la loro posizione rispetto al voto sulla nuova Commissione, determineranno il destino di due Paesi importanti nei prossimi cinque anni, ed entrambe dovranno decidere come gestire un rapporto ineludibile con i vertici europei. Cose da uomini, si sarebbe detto una volta. Adesso, nello scacchiere delle destre ma non solo, sono diventate cose da donne. Mentre i ragazzi del club patriottico possono giocare con le parole, le proposte e le alleanze liberi dai vincoli e dalle responsabilità. «Fare spogliatoio» tutti insieme, allegramente accodati a Viktor Orbán, il solo che governa davvero, l’unico – come dimostra il viaggio a Mosca – che ha un piano più consistente e largo delle ambizioni individuali della sua combriccola. 07 Luglio 2024

Fonte Link: lastampa.it