Home Rubriche Enrico Votio del Refettiero Quel che ci dice la vittoria di Trump 45° Presidente USA e...

Quel che ci dice la vittoria di Trump 45° Presidente USA e la sconfitta di Hillary Clinton Rodham

68
0
Link

La Casa Bianca

Enrico Votio Del Refettiero

Chiedo perdono ai miei lettori se per una volta infrango la regola d’oro che mi ha sempre guidato (occupati solo di quel che conosci, e che conosci bene), per avventurarmi in una nota di carattere più generalmente politico e – diciamo pure – sociologico per commentare l’incredibile – per molti ma francamente non per me – vittoria di Trump nelle elezioni americane conclusesi questa notte dopo mesi di estenuante campagna elettorale. E ringrazio di cuore la pazienza dell’amico Luigi Boschi che ha deciso di ospitare i miei scritti, quando anche per lui forieri di problemi (e a volte infondate querele). 

Una prima riflessione: la vittoria di Trump è in realtà la sconfitta della frigida arroganza di Hillary Clinton che di cognome di famiglia fa Rodham. Come la vittoria di François Hollande alle ultime elezioni francesi era stata la sconfitta del malaffare imperante dell’era di Sarkozy. Una seconda: la vittoria di Trump è la clamorosa sconfitta dell’establishment internazionale e finanziario, di coloro che sono “dentro” contro quelli che stanno “fuori” e ai quali, nonostante i meriti, non è stato permesso nemmeno di avvicinarsi alla soglia delle stanze del potere. La stampa internazionale – e in particolare quella italiana, prima fra tutti le televisione pubblica – è stata compattamente a favore di Hillary Clinton per tutta la campagna elettorale e contro Donald Trump, sottolineando costantemente le sue “gaffes”, certo numerose, forse volute, e con altrettanta costanza le affermazioni, sempre “politically correct” della sua avversaria. 

L’accusa di populismo è stata quella lanciata con maggiore veemenza contro Trump, che invece non ha fatto che dire la sua verità, senza infingimenti, senza cercare di recitare la parte di un altro: Trump è forse becero, ignorante, scaltro, senza scrupoli, razzista e sessista, ma non ha cercato di nascondersi, ha recitato il suo ruolo con assoluta onestà e trasparenza. Dall’altra parte la signora Clinton ha recitato il copione che doveva interpretare per guadagnarsi – o pensare di guadagnarsi – i voti di questi e di quelli: e allora abbracci e pacche sulle spalle a ogni sorta di poveracci, che nella sua algida arroganza non si è mai sognata nemmeno di considerare parte della razza umana, professandosi paladina dell’uguaglianza quando è, semmai, il migliore esempio di come la politica e la frequentazione di essa sono fonte per tutti di ricchezza e prestigio. Interessata solo al potere, dopo essere stata per otto anni moglie di un Presidente, certo affascinante e carismatico (venditore), ma anche molto discusso per certa sua promisquità mai negata con coloro che negli USA detengono i cordoni della borsa; e Segretario di Stato per quattro. Ora ambiva a sedere – prima donna nella storia degli USA – alla scrivania dello studio ovale. Non per senso di servizio al paese o responsabilità civile, ma per una sete di potere e di affermazione che sta antropologicamente scritta nel DNA di una donna disposta a subire qualsiasi umiliazione nella vita privata pur di non perdere il privlegio di essere chiamata “First Lady”. 

E allora io dico che quella di Trump, ci piaccia o non ci piaccia ammetterlo, è la vittoria della realtà sull’ipocrisia. Della economia sulla finanza. E io questo ho cominciato a capirlo con molta chiarezza quando, parlando con numerosi amici americani – non contadini dell’Alabama o impiegati dei casino di Las Vegas ma operatori finaziari e uomini e donne della buona borghesia newyorkese – mi sentivo dire già da molti mesi che loro la Hillary non l’avrebbero mai votata, che lei era falsa come una moneta contraffatta, e che Trump interpretava nonostante tutto il genuino desiderio dell’America di cambiare. 

Un giorno un ambasciatore italiano molto acuto rispose a una mia domanda su come gli USA avessero potuto eleggere alla poltrona più alta un evidente imbecille come George Bush dicendomi che la funzione fa l’uomo e non viceversa. E che gli USA avrebbero continuato ad essere la prima potenza del mondo anche con un presidente come lui. E così è stato. Oggi mi viene da dire che lo stesso accadrà con Trump, nonostante gli anatemi di tutti coloro che fanno parte dell’establishment internazionale e che tengono molto a mantenere i privilegi di cui godono da troppi anni non per merito ma per appartenenza. Quel gruppo di reggenti della cosa pubblica a livello internazionale che, per esempio, da sempre si prostra davanti ai grandi della finanza internazionale che sono in realtà – come ha ben argomentato Luigi Boschi in un suo recente articolo. “La grande truffa delle banche” – una perniciosa organizzazione a delinquere che lavora non per il bene comune ma per il progressivo e inarrestabile arricchimento di pochissimi a detrimento del benessere dei più. Di questo establishment la signora Clinton era una delle interprereti di riferimento: e questo è dimostrato anche dal fatto che la sua campagna elettorale – lei Democratica (!) – sia costata quasi due miliardi di dollari contro i 200 milioni (un decimo) della campagna di Donald Trump. Alla fine, come sempre, i numeri ci dicono molto di più di tutte le possibili riflessioni sociologiche e filosofiche e questi che ho appena citato sono davvero impietosi. Se la Signora Clinton ha dovuto mobilitare risorse pari al PIL di una nazione, a me sorge il dubbio che sia proprio perchè doveva pagare intorno a se’ molte persone che – professandosi a parole per l’uguaglianza – volevano solo continuare ad arricchirsi : e per questo hanno dovuto far fuori il povero Berny Sanders, lui che – con tutta probabilità – Trump l’avrebbe pure battuto e spendendo infinitamente meno di quanto è stato necessario alla Signora Clinton per perdere. Ironie della storia, che però non torna mai indietro. E peggio per quelli che non l’hanno capito e sono stati troppo impegnati a seguitare a gozzovigliare alla mensa del potere per capire che il vento stava cambiando.

Articoli correlati

L’uomo in rivolta. La vittoria di Trump emerge dai Grandi Laghi: farmers e blue collars. E’ la rivoluzione della working class