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Racconto di Albertina Soliani dal Tribunale di Reggio Emilia di una seduta del Processo Aemilia

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Operazione Aemilia

Entrare nell’aula del maxiprocesso Aemilia comunica immediatamente il senso di straordinarietà dell’evento. Un fatto giuridico, criminale, sociale e politico senza precedenti. Tutto qui è fuori dall’ordinario: la struttura, il regime di controlli, il senso di spaesamento dei visitatori, che oggi sono numerosi grazie ad Istituto Cervi ed ANPI, e ai ragazzi della III P delLiceo Canossa. Sono inediti anche gli sguardi e le posizioni in aula tra i rappresentanti della comunità Reggiana attonita ma (oggi) vigile e guardinga, e i familiari e amici (forse “colleghi”) degli imputati, che guardano tutti con occhi nuovi, forse un po’ipocriti. Sono vissuti e vivono tra noi, gli ‘ndranghetisti. Sono cresciuti con noi, si sono arricchiti insieme a noi. Ma ora si aggirano nell’aula come alieni, espulsi dalla società Reggiana in modo frettoloso, mente si consuma la necessaria liturgia della giustizia.

Forse ai ragazzi non ancora maggiorenni questi brivido di separazione non arriva. Oggi c’è rappresentata in aula l’ideale continuità con i valori più sani di questa terra: ll’antifascismo, la

Vocazione alla democrazia , la capacità di trasmettere questa matrice identitaria nelle nuove generazioni insieme alle istituzioni scolastiche e alla società. Ci sono, come sempre, i rappresentanti di Libera di Reggio Emilia e dell’Emilia ?Romagna, che stanno seguendo con continuità e rigore il dibattimento in aula. Quasi in solitario, apprendiamo. Sono l’orologio qualche modo a guidarci, a raccontarci gli invisibili retroscena di gesti, comportamenti, tempi morti. “Quelli sono gli imputati a piede libero”. “Quelli aspettano gli avvocati della difesa”. Ecc.

La consegna dell’ordine e della discrezione è rigidissima, il presidio dell’aula è manifesto palpabile. C’è lo Stato in quest’aula improvvisata eppure solenne. E si sente, si deve sentire. Questo venerdì di fine maggio, c’è anche qualche reggiano in piu, di quelli che una volta si chiamavano i “sinceri democratici”. Forse però, i più turbati sono i figli dei fratelli Cervi presenti, Gelindo e Luigi: nei loro sguardi disorientati si specchia lo stordimento di molti, che più di altri sanno quanto costa la libertà e la giustizia, mentre ora..

L’incipit, nella sequela formale degli imputati e dei collegi difensori, ricorda a tutti perché lo si chiama maxiprocesso. Sono tantissimi.Ma l’inizio della seduta è assai poco cinematografico: una: questione procedurale sollevata dallo stuolo degli avvocati impantana il dibattimento per quasi un’ora, su atti consegnati, copie, cd ecc.. Forse i ragazzi sono un po’delusi, perché la giustizia non sempre dà una rappresentazione avvincente di se.

Un’altra obiezione, che riguarda l’accesso all’aula dei parenti degli imputati, consente al Presidente della Corte di ricordare a tutti che stiamo processando una grande organizzazione criminale mafiosa, con le sue tecniche di comunicazione segrete, i propri codici. I familiari, infatti, in altre sedute sono stati sorpresi a gesticolare con la gabbia. Segni indecifrabili a volte, una lingua parallela: è il lessico muto e arcaico delle ‘ndrine. Li abbiamo visti in televisione, e oggi qui nella nostra Reggio Emilia.

La seduta entra nel vivo, con l’analisi di una delle tantissime intercettazioni agli atti, che rimangono  la fonte principe delle indagini. Il quadro dei rapporti con il territorio d’origine, i costanti legami con le forze economiche locali. Sono i riti collettivi e sociali a costituire l’occasione per suggellare patti mafiosi fra i referenti della cosca, come i matrimoni. Una telefonata di auguri, una riunione dei parenti basta per accordarsi su un affare, definire una spartizione di interessi criminali.

Il racconto del pubblico ministero è costellato di fatti criminali, incendi, intimidazioni, danneggiamenti. La sequenza di piccoli fatti è impressionante,  e mezzo in fila  fa giustamente paura. Non è facile seguire il racconto, le citazioni dalle telefonate, le ricostruzioni patrimoniali. Il lavoro degli inquirenti sembra monumentale a tutti i profani. Certamente lo è. Viene da chiedersi spontaneamente, mentre le intercettazioni citano non remote contrade calabresi, ma toponimi familiari, strade e luoghi reggiani diventati mandamenti delle ‘ndrine, come sia stato possibile nascondere una montagna di malaffare di queste proporzioni, fino ad ora.

Per saperlo non c’e altro modo che ascoltare questo lungo processo, una puntata dopo l’altra. Seguire il tortuoso cammino delle indagini, condividere la fatica della ricostruzione della  verità con gli inquirenti e le forze dell’ordine. Queste non sono le lungaggini della giustizia, quanto piuttosto i necessari tempi della consapevolezza. Da acquisire davvero per la prima volta.

Solo così il processo Aemilia può essere profilassi della legalità, vera e propria terapia democratica. Pazienza e scrupolo. Dopotutto nemmeno il fascismo si poté vincere  nel volgere di un notte, e i rappresentanti presenti oggi in questa  aula lo sanno meglio di tutti.

Casa Cervi, ANPI ed altri ritorneranno in questa grande aula che tutti vogliono chiamare provvisoria. Per seguire ancora questo lungo, complicato processo che si chiama come noi. E per stimolare un volta di più la ricostituzione di un tessuto democratico, unico vaccino all’illegalità che ha provato a diventare sistema. Consapevoli che si doveva resistere, e se tocca venire qui oggi è perché non lo si è fatto.

Albertina Soliani