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Sergio Manes: perché astenersi alle amministrative di Napoli

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La nostra “democrazia” si compendia nella libertà di scegliere e nel principio che è la maggioranza a decidere. In realtà negli ultimi anni le “regole del gioco” sono state cambiate radicalmente (limitazione del proporzionale in favore del maggioritario, affossamento dei partiti, personalizzazione della politica, ballottaggi, premi di maggioranza, ecc.) svuotando o eliminando i contenuti della democrazia, impedendo la scelta della rappresentanza e abolendo il principio di maggioranza.

Il personale politico di questa “democrazia” è preoccupato soltanto di mantenere il proprio “status” privilegiato e non disdegna di attingere a piene mani alla demagogia e al populismo pur di raccogliere la suggestione dell’elettore e restare in sella, mentre il sistema non consente, ovviamente, alcun controllo sugli eletti e, ancor meno, di revocarne il mandato. È fenomeno generale ed epocale che corrisponde alla irreversibile crisi del sistema economico e politico capitalistico a cui il modello originario di democrazia rappresentativa era funzionale. Oggi le esigenze del potere capitalistico sono nello svuotamento delle assemblee elettive e nella concentrazione del potere nell’esecutivo: la democrazia rappresentativa è giunta al suo capolinea. In Italia la “riforma” costituzionale e la “nuova” legge elettorale intendono sancirne la fine.

Questa mutazione è stata subita e percepita dai cittadini con la sfiducia generalizzata e, spesso, il disgusto per la “politica”, espressa spesso con il voto rabbioso “di protesta” o con il malinconico sostegno al “meno-peggio” che ogni volta, dissipando le illusioni della vigilia, ha puntualmente peggiorato la situazione. Ma sempre più diffusamente sfiducia ed estraneità dei cittadini nei confronti delle istituzioni si manifestano attraverso l’inarrestabile crescita dell’astensionismo. È una tendenza generale a cui Napoli certo non sfugge. Le ultime elezioni – quelle regionali, dello scorso anno – hanno visto una “partecipazione” inferiore al 41%. Se questo scollamento tra gli elettori napoletani e quello che resta della politica continuerà, dalle amministrative del 5 giugno, posto che la coalizione “vincente” raccolga più o meno il 30%, uscirebbero un sindaco e una giunta che governerebbero la città per cinque anni con il consenso di appena (o poco più) il 10-15% dell’elettorato: un potere formalmente ineccepibile, ma sostanzialmente e politicamente delegittimato da una “rappresentanza” fragile e ridicola. Eppure, sebbene schiacciata dal peso di questa pietra tombale della “democrazia rappresentativa” e con un consenso così esiguo, quella miserabile “maggioranza della minoranza” avrà l’ardire e l’arroganza di operare a nome dell’intera città. 

Si può anche scegliere – con un livello di comprensione inferiore alla semplice percezione dei cittadini e “per evitare il peggio” – di essere complice di questa ridicola e drammatica farsa, ma almeno si abbia l’onestà di riconoscere che è una scelta di emergenza proprio perché la democrazia è ormai sepolta. Si ammetta anche – invece di alimentare all’infinito illusioni e arretramenti – che l’unico modo di ripristinarne una è quello di ridare fiducia e voglia di partecipazione ai cittadini ripartendo, purtroppo, dal dato oggettivo e immodificabile della sfiducia in questa “politica” e dal rifiuto di queste istituzioni per inventare e costruire – a Napoli e oltre – una democrazia del tutto diversa di cui i cittadini siano fiduciosamente partecipi e protagonisti perché espressione dei loro bisogni da essi stessi interpretati senza più deleghe.

Ma la democrazia partecipativa non può essere pensata altrove o calata dall’alto: deve essere cercata, sperimentata, conquistata dai cittadini stessi e può essere soltanto il frutto di lotte di massa. Altrimenti proporrà soltanto nuove forme più surrettizie di delega. Ed è evidente che le migliori intenzioni potranno avere credibilità soltanto se, intanto, rifiutano di essere parte della miserabile truffa a cui la “politica” si è obbiettivamente ridotta: progetti e programmi che hanno ceduto il posto a demagogia e populismo; “coalizioni” che mettono insieme gli opposti fino ad un minuto prima inconciliabili; mercanteggiamento delle alleanze; liste elettorali soltanto di comodo in cui trovi di tutto e il contrario di tutto; candidati incapaci ma ambiziosi e vogliosi il cui tratto distintivo è il carrierismo e, quindi, la aperta propensione al trasformismo; unici orizzonti il soffocante localismo, il particolarismo e la saccente autoreferenzialità.

Non si parte da zero: laboratori di ricerca e di lotta esistono da tempo in luoghi di lavoro, sui territori, ovunque ci sono bisogni da soddisfare e speranze da perseguire. Ma quest’ansia spontanea di rinnovamento non può essere pilotata con la sovrapposizione di pretese avanguardie né gestita in vista di obbiettivi particolaristici da salvaguardare ad ogni costo. Bisognerebbe avere l’onestà politica di riconoscere errori e limiti e il coraggio di ricominciare un percorso difficile, smettendola di nascondersi dietro l’alibi che “altrimenti vincono quegli altri”: gli “altri”, i “cattivi”, meglio averli tutti di fronte per sconfiggerli nell’unico modo possibile, la lotta di massa. Furbizie tattiche e alleanze bastarde con “compagni di strada” sgradevoli (e più forti) hanno un prezzo che prima o poi chi ha combinato e gestisce il pasticciaccio dovrà pagare … 

30 maggio 2016