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Sì al premierato, ora l’Autonomia. Meloni esulta: “Un primo passo”. L’opposizione riempie la piazza

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Primo ok al Senato alla riforma costituzionale, vota solo la destra. Lega fredda: “Può migliorare”


ROMA — Finisce com’era cominciata: la «madre di tutte le riforme» varata ieri in prima lettura al Senato a colpi di maggioranza, 109 sì e 77 no, fra l’esultanza dei Fratelli in aula e il tripudio di Giorgia Meloni in contumacia. «Un primo passo per rafforzare la democrazia, dare stabilità alle istituzioni, mettere fine ai giochi di palazzo e restituire ai cittadini il diritto di scegliere da chi essere governati», scolpisce la presidente del Consiglio su X, intonando il leitmotiv della campagna referendaria prossima ventura. Segno che, nel successivo passaggio alla Camera, il film resterà lo stesso: nessuna concessione al centrosinistra, che a sera si ritroverà unito in una piazza gremita, come già in Parlamento, a difesa della Costituzione stravolta dalla destra.
Nell’emiciclo arroventato di Palazzo Madama finisce dunque con la coalizione sovranista che fa muro e, a dispetto dei distinguo leghisti, da sola approva il ddl sul premierato. Mentre la minoranza si schiera compatta contro, inclusi i renziani, sventolando per protesta il testo della Carta. Alla quale l’altra parte risponde agitando il Tricolore: tutti tranne i senatori del Carroccio, rimasti seduti senza vessillo e senza muovere un muscolo, per ribadire una distanza dichiarata poco prima dal capogruppo Massimiliano Romeo. Pronto a rivendicare, nella sua dichiarazione di voto, il patto stipulato con gli alleati per alzare ciascuno la propria bandiera: «Ciò che le opposizioni chiamano scambio sulle riforme — autonomia, premierato e giustizia — è un accordo politico fra le forze di maggioranza che abbiamo il diritto di fare», il sigillo posto da Romeo sul baratto. «Da parte nostra ci sarà massimo rispetto di questo accordo».

Un richiamo neppure troppo velato a non cincischiare sulla legge Calderoli in discussione nell’altro ramo del Parlamento, dove proprio la Lega — temendo forse una manovra dilatoria di FdI e FI — ha chiesto l’inversione dell’ordine dei lavori per varare subito, in via definitiva, nelle prossime ore, il testo caro ai salviniani. «Un’ennesima forzatura» che il Pd prova, invano, a frenare: «Ci chiedete di posporre un decreto in scadenza che di solito ha la precedenza. Un inedito», tuona Federico Fornaro a Montecitorio. «Almeno spiegateci le ragioni per cui oggi alteriamo una regola che è sempre stata rispettata. Se l’autonomia viene approvata la prossima settimana, che cambia? Non vi fidate tra di voi? Fermatevi, questa sta diventando una dittatura della maggioranza». Sforzo inutile. Il patto di coalizione prevede che le due riforme vadano insieme, di pari passo. E pazienza se mercoledì scorso l’aggressione al deputato 5S Leonardo Donno ha rallentato l’iter dell’autonomia. Le sanzioni sono state distribuite tra destra e sinistra, si può proseguire come se nulla fosse. Con buona pace del grillino finito in infermeria. Che però non ci sta. E ai carabinieri presenta una denuncia contro i picchiatori: i leghisti Iezzi e Candiani; Mollicone, Amich e Cangiano di FdI. Mentre il gruppo M5S sollecita formalmente il presidente della Camera a destituire Mollicone dalla presidenza della commissione Cultura per indegnità.

Non è l’unica bordata lanciata dai lumbàrd. «Siamo qui in prima approvazione», insiste Romeo nel suo intervento sul ddl Casellati: «Se penso ad alcune modifiche, per esempio quelle proposte dal presidente Pera» — (il senatore meloniano che alla fine rifiuterà di commentare per evitare di «sciupare la festa») — «molto dipenderà dal gruppo di FdI, che spinge molto sul premierato, per apportare dei miglioramenti, togliendo qualche freccia all’arco delle opposizioni in vista del referendum». Chiaro l’invito: apriamo agli emendamenti delle opposizioni, come finora Meloni non ha voluto fare, sennò rischiamo. Ma l’aria che tira va in direzione ostinata e contraria. «La Costituzione non ha e non può avere né un’ideologia né una filosofia di parte, diceva Nilde Iotti», accusa in aula il pd Francesco Boccia. «In nome di una presunta efficienza decisionale, la destra chiede più poteri nelle mani della presidente del Consiglio. In 20 mesi avete approvato 65 decreti legge e quasi 50 voti di fiducia: non vi basta questo strapotere? Non avete mai ricercato il consenso comune». E mai succederà. Alla fine a decidere sarà il popolo sovrano.
19 GIUGNO 2024 

Fonte Link: repubblica.it