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1917: IL GRANDE GIOCO AMERICANO

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MASSIMO IACOPI

L’entrata in guerra degli USA nel 1917 produsse radicali mutamenti nei destini bellici (e non solo) europei. Come ogni grande mossa strategica tra grandi potenze, dietro l’intervento si nascondevano interessi geopolitici e finanziari.

La fine del 1916 determina per gli Europei la conclusione di un processo evolutivo che si conclude con la perdita del controllo dei loro destini. Questa “perdita” avviene per tre ragioni principali.
In primo luogo, le promesse fatte dai belligeranti dei due blocchi alle potenze di secondo rango, per convincerle a entrare in guerra al loro fianco, hanno trasformato la conclusione del conflitto in una questione di sopravvivenza per diversi stati multinazionali (imperi austro-ungarico, ottomano e russo). In secondo luogo, la configurazione dei blocchi avversi compromette ormai ogni possibilità di pace separata. Da ultimo, qualsiasi nuova combinazione interna all’Europa sembra esaurita: una rottura dell’equilibrio delle forze non può condurre a un vantaggio decisivo per nessuno dei due schieramenti. 
Di conseguenza, è a partire dal 1916 che i fattori esterni all’Europa prendono il sopravvento sui fattori interni; un fatto, questo, che determinerà l’intervento americano.

Le cause dell’entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco dell’Intesa sono note. Il 1° febbraio 1917 la Germania scatena la guerra sottomarina a oltranza allo scopo di far 

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L’affondamento del Lusitania sancì l’ingresso degli USA nel conflitto

cadere l’Inghilterra nella carestia e nella crisi economica e di costringerla a chiedere la pace. Il 24 febbraio gli Inglesi comunicano agli Americani un telegramma cifrato che essi dicono di aver intercettato il 19 gennaio. In questo telegramma diretto all’Ambasciata tedesca in Messico, il Segretario di Stato tedesco agli Affari Esteri, Zimmerman, esprime la sua intenzione di proporre «una alleanza con il Messico. che potrà in tal modo riconquistare i territori perduti del Nuovo Messico, del Texas e dell’Arizona». Il 1° marzo 1917 il Presidente Wilson rende pubblico il telegramma, provocando un moto di indignazione. In tal modo egli riesce a modificare l’atteggiamento dell’opinione pubblica americana, fino ad allora in gran parte contraria all’ipotesi della guerra. Il 2 aprile 1917 il Congresso vota l’entrata in guerra contro la Germania e gli Imperi Centrali. Ma a causa della indisponibilità di un esercito adeguato alle esigenze e di una flotta per trasportarlo e rifornirlo, gli effetti militari di tale decisione non potranno farsi sentire prima di un anno.
Durante questo lasso di tempo, all’est, la Germania può rallegrarsi della destabilizzazione del suo nemico russo. L’8 marzo 1917 (febbraio secondo il calendario russo) scoppia una prima rivoluzione che si conclude con la rapida abdicazione (15 dello stesso mese) dello zar. Fra la primavera 1917 e il 1918 i Tedeschi non sono mai stati così vicini alla vittoria. Nell’aprile 1917, l’ammiraglio britannico Jennicoe informa l’ammiraglio americano W. Sims, inviato in Europa, che egli teme di non poter impedire il trionfo della guerra sottomarina. Ma quello che è peggio, la ritirata russa durante l’inverno del 1917, conseguente alla vittoria bolscevica, dà ai Tedeschi una superiorità numerica del 20% sul fronte ovest.

Nel momento in cui sulla scena della storia immense masse umane si autodistruggono, un piccolo numero di uomini radunati intorno al presidente statunitense Wilson e al governo inglese contribuisce a orientare le decisioni. Insieme alle motivazioni ideali, la potenza dell’alta finanza svolgerà un ruolo importante nel portare gli Stati Uniti in guerra. 
Tre banche di New York concentrano la maggior parte degli interessi finanziari statunitensi: la Kuhn Loeb and Company, prima banca mondiale; la J.P. Morgan (estensione americana della Rothschild londinese); la National City Bank (banca della dinastia dei Rockfeller). I loro dirigenti sono Benjamin Strong per la Morgan, Frank A. Vanderlip e Cleveland H. Dodge per la National City Bank, Salomon Loeb e i fratelli Warburg e Schiff per la Khun. Ad alcuni di essi Wilson deve tutto: la carica di Governatore del New Jersey nel 1910 e la “distruzione mediatica” del suo avversario repubblicano William Taft nella corsa alle presidenziali. E’ anche grazie a essi che il principale consigliere di Wilson, il colonnello House, ha potuto organizzare, in quanto braccio americano della Tavola Rotonda (società iniziatica inglese di idee mondialiste, vicina agli interessi dei Rothschild a Londra, fondata, tra gli altri, da Sir Cecil Rhodes e Lord Alfred Milner ), il Council for Foreign Relations (uno dei più antichi Think tank americani), al quale appartiene un altro influente consigliere di Wilson, Justice Louis Brandeis, Presidente del comitato provvisorio sionista.

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Woodrow Wilson, presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921

Attraverso il Federal Reserve Act del 1913, Wilson ha dato a questi uomini ciò che essi attendevano da tanto tempo: una banca centrale per unificare il capitale americano. Ma il progetto degli “uomini del presidente” va ben al di là dell’unità del capitalismo a stelle e strisce. Si tratta in effetti di fare dell’America il motore di una nuova mondializzazione, fatto che implica la necessità di rompere con la regola del vecchio equilibrio di potenze e di favorire una riorganizzazione della geopolitica mondiale intorno alla finanza anglo-americana. Per alcuni si tratta anche di punire gli autocrati russi e di farla finita con l’aristocrazia austro-tedesca che ribadisce in ogni circostanza la supremazia del “guerriero” sul “mercante”. 
Il 22 agosto 1914 il colonnello House aveva già lasciato intravedere i possibili sviluppi: «Se gli Alleati trionfano, è l’egemonia russa sul continente europeo. Se al contrario, la Germania esce vittoriosa, saremo per diversi anni sotto l’indicibile giogo del militarismo tedesco». Occorre dunque silurare da un lato la potenza russa e dall’altro la potenza tedesca.

Il primo atto di questa politica consiste nel legare finanziariamente l’America e gli alleati occidentali. Certo, nell’agosto 1914 il governo americano aveva affermato che la concessione di crediti ai belligeranti era incompatibile con la neutralità. Ma questo atteggiamento non durerà più di tre mesi. Fra il novembre 1914 e il novembre 1916 gli Stati dell’Intesa ricevono, sotto forma di apertura di crediti o di prestiti, circa 1930 miliardi di dollari, mentre la Germania ne riceve meno di 5 miliardi. Da sola la Banca Morgan concentra l’85% delle ordinazioni inglesi e francesi, che ripartisce fra i produttori, fornendo anche i crediti necessari ai pagamenti. 
Il secondo atto della stessa politica concerne la distruzione dello zarismo russo attraverso il finanziamento della rivoluzione bolscevica. Non si riesce a comprendere appieno questa scelta se non si tiene conto dell’ostilità che alcuni emigrati e il movimento sionista manifestano nei confronti della Russia. Questa ostilità trova il suo fondamento nella situazione degli ebrei russi, costretti a vivere nei ghetti, sottoposti a un regime discriminatorio e a periodici massacri (pogrom) scatenati dalle folle. Il duca Ernesto di Coburgo racconta nelle sue memorie che al momento della guerra di Crimea (1854-55) Lord Rothschild gli aveva confessato che in quel momento egli era pronto a versare qualsiasi somma nella lotta contro la Russia. 

La rivoluzione russa si divide in due fasi. La prima è la rivoluzione di febbraio (marzo secondo il nostro calendario) che porta all’abdicazione dello zar Nicola Romanov (quel giorno il corso del rublo ed i valori russi salgono alla Borsa di Parigi) e a un governo rivoluzionario democratico, che associa al potere liberali e menscevichi. Inglesi e Francesi sostengono i democratici e forniscono loro i fondi necessari. Essi hanno tutto l’interesse a mantenere la Russia nel conflitto, obiettivo conseguito in aprile. Miliukov, Ministro degli Affari Esteri del governo provvisorio, assicura che la guerra sarà condotta fino alla vittoria. Questa assicurazione preoccupa gli uomini di Wilson. Se la Russia condivide la vittoria con gli Inglesi, l’esercito russo vittorioso non sarà poi tentato di restaurare lo zarismo? Da qui deriva la seconda fase della rivoluzione, la presa del potere bolscevico del 25 ottobre 1917 (8 novembre), sostenuta sottobanco dalla Germania e dalla finanza newyorkese, che, evidentemente senza mettersi d’accordo, avevano l’interesse comune di vedere la Russia fuori dai giochi.
Il 16 aprile 1917 Lenin e Zinoniev, provenienti dalla Svizzera, arrivano a San Pietroburgo, dopo l’attraversamento della Germania e della Svezia in un “vagone piombato” sotto la protezione combinata dell’Alto Comando tedesco e di Max Warburg, uno dei fratelli di Paul Warburg (della Khun Loeb and Company a New York), che risulta proprietario ad Amburgo della Banca Warburg and Company. Il 17 maggio 1917, Trotski, proveniente dal territorio americano, raggiunge Lenin. Dopo essere stato imbarcato il 27 marzo con più di 250 compagni egli viene immobilizzato per qualche tempo ad Halifax con degli enormi fondi. Ma grazie all’intervento congiunto del colonnello House e di Sir William Wiseman (Khun Loeb and Company), egli può ripartire verso la Russia con un passaporto americano.

La fonte dei fondi ricevuti dai bolscevichi è duplice. Una parte viene dal Governo di Berlino (si conoscono oggi il numero dei conti aperti presso la Reichbank, il 2 marzo 1917, ai nomi di Lenin, Trotski e Koslowsky). Un’altra viene dalla Khun Loeb. Anche i circuiti utilizzati da questi fondi sono ugualmente conosciuti. Allorché Lenin è in esilio in Svizzera, il flusso di denaro va dalla Germania a Zurigo, attraverso la Deutsches Bank. Successivamente il denaro transita da Berlino (Disconto Gelleschaft e Reichbank), da Oslo (DEN Norske Handelsbank) o da Stoccolma (NYA Banken, VIA Banken), verso la Banca Siberiana di San Pietroburgo.
Nel 1917 il finanziere più impegnato nel sostegno ai rivoluzionari è Jacob Schiff, genero di Salomon Loeb, che si vanta dalle colonne del “New York Times” del 5 giugno 1916 di aver strappato al presidente Taft, nel 1911, e dopo una violenta campagna di stampa, la denuncia degli accordi commerciali con la Russia: «Chi dunque se non me, ha messo in movimento l’agitazione che ha costretto poi il presidente degli USA a denunciare il nostro trattato con la Russia ?».
Numerosi sono i documenti che provano l’implicazione della finanza newyorkese nel crollo dello zarismo. Il 19 marzo 1917 Jacob Schiff indirizza un telegramma al Ministero degli Esteri del Governo provvisorio russo (Miliukov): «Permettetemi, in qualità di nemico inconciliabile dell’autocrazia tirannica che persegue senza pietà i nostri correligionari, di felicitare attraverso voi il popolo russo per l’azione che ha appena finito di compiere così brillantemente e di augurare pieno successo ai vostri colleghi di governo ed a voi stesso!».

Le somme messe a disposizione dei rivoluzionari russi, menscevichi e quindi bolscevichi sono state considerevoli. Il 3 febbraio 1949, in piena guerra fredda, Jacob Schiff, nipote del finanziere omonimo, riconoscerà sul “New York Journal” che suo nonno aveva personalmente versato ai bolscevichi 20 milioni di dollari. Fra il 1918 ed il 1922, di fatto Lenin, riconoscente, dispone il rimborso tramite lo stato russo della somma di 450 milioni di dollari in favore della Khun e Loeb and Company.
Il 21 luglio 1917, qualche settimana dopo aver portato il suo paese nella Grande Guerra, Wilson scrive al suo consigliere e confidente colonnello House: «La Francia e l’Inghilterra non hanno sulla pace le stesse nostre vedute. Quando la guerra sarà finita noi li porteremo al nostro modo di pensare, in quanto in quel momento, tra le altre cose, essi saranno finanziariamente nelle nostre mani!».
BIBLIOGRAFIA
  • La grande storia della prima guerra mondiale, di M. Gilbert – Mondadori, 2000
  • La prima guerra mondiale. 1914-1918, di B.H. Liddell Hart – Rizzoli, 2001
  • L’età progressista negli Stati Uniti: 1896-1917, a cura di A. Testi – il Mulino, 1984