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RICORDO FERDINANDO SANTI

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Cimitero Monumentale della Villetta in Parma – Ricordo nel 38° anniversario della morte di Fernando Santi

Il 15 Settembre 1969 moriva a Parma FERNANDO SANTI, uno dei più illustri esponenti del movimento sindacale italiano del dopoguerra, annoverato tra i padri fondatori della democrazia repubblicana.

Segretario Generale aggiunto della CGIL dal 1947 fino al 1965. Per cinque legislature, dal 1948 fino al 1968 fu deputato al Parlamento.

Fernando Santi, dirigente politico e sindacale di levatura nazionale ed europea, rimase sempre legatissimo alla sua Parma, di cui volle restare per diverso tempo Consigliere comunale.

In occasione dell’Anniversario della morte, Ade si unisce all’omaggio di Comune, Provincia e Organizzazioni Sindacali che vogliono ricordarlo, indicandone la figura e l’opera come esempio d’impegno civile alle giovani generazioni.

Sabato 15 Settembre alle ore 10,00

verrà deposto un omaggio presso la sua tomba nella Galleria Perimetrale del Cimitero della Villetta. Seguirà un momento di raccoglimento e ricordo.

Ricordo di:  FERNANDO SANTI

Nella vita e nella personalità di Santi c’è un aspetto che merita di essere sottolineato particolarmente, ed è il suo legame con Parma, che non è mai venuto meno neanche quando le vicende della sua intensa vita politica e sindacale l’hanno portato lontano.

Nato al Cornocchio, a due passi dall’Oltretorrente, ha respirato per tutta la sua giovinezza la cultura, i sentimenti, l’identità del movimento popolare di questa Città.

Anzi, del movimento popolare di Parma è stato uno degli animatori, se è vero che, iscrittosi al Partito Socialista a 16 anni, nel 1917, già tre anni dopo era Vice Segretario della Camera del Lavoro. Nel 1921, al momento della scissione comunista Santi e con lui il circolo di Parma, rimase nel vecchio, glorioso Partito Socialista, dimostrandosi fin d’allora coerente con l’ispirazione riformista e libertaria che gli derivava dalla lezione di Prampolini, Faraboli, Turati. Anzi, della rinata Federazione Giovanile Socialista fu nominato Segretario Nazionale.

La sua vivissima aspirazione all’unità del movimento popolare e socialist lo portò, nell’agosto del 1922, ad affiancare Picelli alla testa degli Arditi del Popolo che si opponevano dalle Barricate alla violenza delle squadre fasciste di Italo Balbo.

Sono dunque questi gli anni della formazione dell’uomo e del dirigente politico, gli anni che Egli stesso ricorda nei suoi scritti con pagine toccanti ed efficaci, come quelle dedicate a Picelli, di cui traccia un ritratto a tutto tondo, prezioso per ricostruire la personalità del Capo riconosciuto di Parma popolare e proletaria, o quelle ancor più commoventi dedicate a suo padre, Assessore socialista del Comune di Golese nel decennio antecedente alla Prima Guerra Mondiale, impegnato, come tanti altri dei suoi, nel titanico sforzo di reggere, con gli scarsi strumenti culturali di cui erano dotati, gli incarichi politici ed amministrativi che il suffragio popolare gli aveva affidato.

Santi fu poi portato lontano dal progredire della sua carriera sindacale e dal crescere della sua statura politica ma per tutta la vita rimase profondamente consapevole del legame che lo univa a Parma. Della sua città egli fu consigliere comunale, eletto in due tornate elettorali, nel 1951 e nel 1956, anche se non terminò il secondo mandato. Durante quasi vent’anni, per quattro legislature, rappresentò Parma e l’Emilia occidentale in Parlamento, conciliando il suo ruolo di prestigioso esponente di vertice del Partito Socialista con quello di deputato attento alle questioni anche minute, agli interessi concreti della gente del suo collegio.

La testimonianza forse più toccante del suo amore per la terra che lo vide nascere e per la sua gente è contenuta nello scritto “Quaranta morti al mio paese”, che ricorda il terribile eccidio del Cornocchio, causato dal bombardamento alleato del 1944, una pagina che, nello strazio e nel dolore, più di altre ci ricorda come egli s’identificasse fino in fondo con la gente, con le sue sofferenze e i suoi problemi.

Ricordarne il percorso umano e politico e la storia degli anni che lo videro protagonista vuol dire, dunque, porsi in condizione di capire meglio le peculiarità di questa Città, per giocarne tutte le potenzialità nelle difficili sfide dei tempi nuovi.

Vita di FERNANDO SANTI (Grazie a: Dizionario biografico dei parmigiani di Roberto Lasagni)

Fernando Santi nasce al Cornocchio di Golese il 13 novembre 1902.

Il padre, ferroviere, rimase vedovo pochi anni dopo la sua nascita. Rievocando le ristrettezze economiche sopportate come perseguitato politico durante i primi anni del fascismo, Santi così descrisse nel 1965 il suo ambiente di origine: “Quella nuda povertà era per me cosa naturale. Mio padre l’aveva ereditata da suo padre. Di mia madre non dico”.

I suoi erano braccianti della Bassa verso il Po, gialli di secolare polenta sotto la scorza nera dell’aria e del sole. A quindici anni, nel 1917, si iscrisse al Partito Socialista Italiano (“incominciai iscrivendomi agli adulti perché il circolo giovanile non esisteva più, prima assottigliato e poi disperso dalle chiamate alle armi per la guerra”) e nella lotta contro la guerra si formò alla scuola dei socialisti riformisti parmensi (Albertelli, Ghidini, Faraboli e Riguzzi), che lasciò un’impronta duratura sulla sua concezione politica: ne assorbì quel gradualismo rivoluzionario (come egli stesso l’avrebbe più tardi chiamato) che era tipico del riformismo padano di quegli anni e che non perdeva mai di vista i valori dell’autonomia di classe e dell’iniziativa delle masse.

Con la fine della guerra e la ricostituzione del movimento giovanile, Santi divenne segretario della Federazione Giovanile Socialista (1921), entrando a far parte del Comitato centrale di quest’ultima. Vicesegretario della Camera del Lavoro di Parma (1920, a fianco di Simonini) e collaboratore del suo settimanale L’Idea, incorse più volte in denunce per eccitamento all’odio di classe. Nello schieramento interno del Partito Socialista Italiano rimase però attestato su posizioni moderate: nell’ottobre del 1921 partecipò ai lavori del XVIII Congresso del Partito Socialista Italiano portandovi il saluto della Federazione Italiana Giovanile Socialista. Un anno dopo, al Congresso di Roma che sancì la nuova scissione del Partito Socialista Italiano, Santi aderì al Partito Socialista Unitario.

Dopo aver partecipato alla resistenza contro le squadre fasciste di Balbo sulle barricate di Parma, si impiegò nel 1924 come redattore del quotidiano democratico e riformista cittadino Il Piccolo, diretto da T. Masotti. All’indomani del delitto Matteotti, lasciò Parma per Torino, dove le fonti di polizia lo segnalano per breve tempo segretario del locale sindacato tranvieri. Durante la sua permanenza nel capoluogo piemontese fu arrestato insieme a Saragat, ma poco dopo rilasciato. Alla fine del 1924 si trasferì a Milano, dove fu (1925) l’ultimo segretario della federazione provinciale del Partito Socialista Unitario prima della sua soppressione.

In occasione dei funerali di Anna Kuliscioff fu aggredito e percosso dagli squadristi. Dopo le leggi eccezionali, Santi riuscì per qualche tempo a mantenere contatti con altri gruppi socialisti disseminati nel paese, approfittando della sua professione di viaggiatore di commercio che gli consentiva di spostarsi di città in città senza destare sospetti. In collegamento con Faravelli e Greppi, del Partito socialista dei Lavoratori Italiani, e con Fiorio, del Partito Socialista Italiano, lavorò per superare gli strascichi della scissione del 1922 e ricostituire l’unità delle disperse forze socialiste rimaste in Italia. Con l’insuccesso di questi tentativi, anche Santi fu inghiottito nel lungo e silenzioso esilio interno della maggior parte dei quadri dirigenti socialisti.

Alla fine del 1941 riannodò in modo più regolare i contatti mai del tutto interrotti con i vecchi compagni e con Greppi e Veratti partecipò alle riunioni che si tennero nella casa di Ivan Matteo Lombardo e Lami Starnuti in vista della riorganizzazione del Partito Socialista Italiano. Nell’estate del 1943 partecipò alla ricostituzione del Partito Socialista, risultante dalla fusione del Partito Socialista Italiano con il movimento di Unità Proletaria, ma dopo l’8 settembre fu costretto a riparare in Svizzera. A Lugano assunse la carica di segretario del Comitato per l’assistenza ai profughi politici italiani. Nel settembre del 1944 raggiunse l’Ossola libera e di lì riuscì a passare clandestinamente in Italia, dove partecipò alla lotta per la liberazione di Milano e fu tra i redattori dell’Avanti! legale.

Segretario della Camera del Lavoro di Milano subito dopo il 25 aprile, nel 1947 assunse, in sostituzione di Lizzardi, la carica di Segretario generale aggiunto della Confederazione generale Italiana del Lavoro a fianco di G. Di Vittorio.

Da quel momento la sua vicenda biografica si identifica in modo completo con la storia della maggiore confederazione sindacale italiana: deputato al Parlamento per la circoscrizione di Parma dal 1948 al 1968, membro della direzione del Partito Socialista Italiano dal gennaio 1948 al maggio 1949 e poi ancora dal gennaio 1951 all’ottobre 1968, membro dell’esecutivo della Federazione Sindacale mondiale e del consiglio di amministrazione dell’ufficio Internazionale del Lavoro, Santi dedicò però la parte di gran lunga prevalente delle sue energie alla direzione della confederazione Generale Italiana del Lavoro.

Tutto il suo discorso sindacale e politico dopo la fine della guerra è in fondo legato, come ha notato Vittorio Foa, all’aggiornamento, in qualche modo, dei valori democratici e socialisti della tradizione padana, nelle nuove condizioni di un capitalismo industrializzato e organizzato.

Anche negli anni più duri della guerra fredda si batté per affermare una concezione della democrazia sindacale che assorbiva la parte più vitale della tradizione riformista: per una democrazia cioè non formale ma fondata sulla consapevolezza delle masse, sulla loro iniziativa creatrice, sulla loro piena partecipazione alla formazione delle scelte collettive.

Sull’attuazione coerente del metodo democratico e sulla rivendicazione della capacità del sindacato di elaborare autonomamente una sua linea rivendicativa e riformatrice, nel fermo rifiuto di ogni discriminante ideologica e di ogni ipotesi di subordinazione dell’organizzazione di classe a istanze a essa estranee, Santi fondò la sua concezione dell’unità sindacale.

Strenuo difensore del suo mantenimento di fronte alle prime minacce di scissione (a lui, oltre che a Di Vittorio, si deve il tentativo di compromesso con la corrente cristiana noto come modus vivendi, che ritardò di qualche mese l’uscita di questa dalla confederazione Generale Italiana del Lavoro), anche dopo la rottura del 1948 non rinunciò mai a battersi per la ricomposizione.

Il richiamo al riformismo padano è ben presente anche nella concezione che il Santi mostrò di avere delle riforme di struttura, quale traspare a esempio dalla relazione da lui svolta al Congresso Nazionale della Confederazione Generale Italiana del lavoro a Genova (1949), quando fu lanciata l’iniziativa del Piano del Lavoro: una concezione dinamica, che rifiutava di isolare le conquiste graduali di nuovi rapporti di lavoro e di vita delle masse dall’obiettivo della trasformazione socialista. Ma il saldo legame con la tradizione che aveva improntato la sua formazione di dilettante e di dirigente non impedì a Santi di avvertire con singolare lucidità l’emergere di esigenze e di problemi nuovi: così fu tra i primi a cogliere i limiti della strategia sindacale centralizzata che era prevalsa fino alla metà degli anni Cinquanta e nella relazione al Congresso Confederale di Roma (1955) si sforzò di definire un rapporto soddisfacente ed equilibrato tra la generalizzazione delle lotte da un lato e l’articolazione delle rivendicazioni in modo rispondente a un processo di sviluppo sempre più differenziato dall’altro.

Nell’ultimo periodo della sua attività Santi fu chiamato a confrontarsi con i problemi posti dalla necessità di definire una coerente posizione del sindacato di fronte al discorso della programmazione: problemi resi per lui più delicati dall’ingresso del partito cui apparteneva, il Partito Socialista Italiano, nel governo di centro-sinistra. Rivendicando l’esigenza di una politica di piano che non si presentasse come pura e semplice razionalizzazione delle scelte capitalistiche, bensì come affermazione della priorità della scelta pubblica e delle riforme di struttura, rifiutò sempre ogni artificiosa contrapposizione tra salari e investimenti e ogni condizionamento della dinamica rivendicativa.

Al VI Congresso Nazionale della Confederazione generale Italiana del Lavoro (Bologna, 1965) Santi annunciò la propria irrevocabile decisione di ritirarsi, per ragioni di salute, dalla segreteria.

Nel suo discorso, tutto proiettato nella prospettiva, che da anni non era sembrata così vicina, dell’unità sindacale, uscì in un’affermazione che rifletteva nel modo più chiaro il senso della sua milizia di dirigente operaio e socialista: “La più grande soddisfazione sarebbe quella di poter avere la certezza che un bracciante, un operaio, un lavoratore solo, nel corso di questi diciotto anni, abbia detto per una volta sola di me: è uno dei nostri, di lui ci possiamo fidare”.

Muore a Parma 15 settembre 1969.

FONTI E BIBL.: prefazione di V. Foa e introduzione di L. Barbadoro a L’ora dell’unità. Scritti e discorsi di Fernando Santi, Firenze, 1969; Critica sociale 5 ottobre 1969, 557-558; S. Turone, Storia del sindacato in Italia (1943-1969), Bari, 1973, ad indicem; A. Forbice, I socialisti e il sindacato, Milano, 1969, ad indicem; I congressi della CGIL, I-VII, Roma, 1949-1966; Dizionario storico politico, 1971, 1146; A. Agosti, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 507-510; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 settembre 1988, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 settembre 1990, 3; Grandi di Parma, 1991, 102-103; R.Spocci, Fernando Santi: un uomo, un’idea..

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