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Giancarlo Micheli: storia e narrazione

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Allorché il capitalismo francese magnificava sé stesso nei panni della Terza Repubblica, durante un’Esposizione Universale agli Champs de Mars che vide erigersi, al di sopra delle anse della Senna, una ferrea cuspide tale da umiliare la pristina gloria, liberale ed imperiale, cui Napoléon le petit, ventidue anni avanti, nell’imminenza di quella che un romanzo di Zola avrebbe tramandata come la Débâcle[1],  s’era prematuramente acconciato, proprio allora, l’Europa intera venne investita da una pandemia influenzale, detta ‘russa’. Lo sviluppo ancora incompleto del sistema produttivo e commerciale consentì nondimeno, per la prima volta negli annali della nosologia, che l’agente virale facesse registrare una diffusione su scala planetaria, nelle Americhe, in Africa e, ovviamente, in Asia, dove il focolaio d’origine pare venisse individuato nell’emirato di Bukhara, attuale Uzbekistan, allora protettorato dell’Impero zarista. Luminari della siero-archeologia, oggi, ipotizzano il ceppo genetico del morbo fosse progenitore di quello che, nel corso della successiva mattanza taylorista, avrebbe moltiplicato per un fattore pari a sei, stando ad alcuni epidemiologi, il numero delle vittime mietute sui teatri di combattimento. L’immunità acquisita in conseguenza all’imperversare di quella prima ondata di contagi, spiegherebbe dunque la virulenza relativamente inferiore con cui la cosiddetta febbre spagnola colpì la popolazione che, giovandosi pure di questo inatteso espediente, nelle condizioni storicamente determinate del ritorno dal fronte, portò a compimento la Rivoluzione d’Ottobre. Estinto in tal modo, a scanso d’equivoci, il debito nei confronti dell’ideologia in vigore, che impone ogni giudizio sia vagliato attraverso i prismi dell’urgenza sanitaria, una volta versato persino l’obolo d’un accenno al fatto che quel nocivo germe patogeno di oltre un secolo fa sarebbe uno dei sette Coronavirus conosciuti, in compagine equinumerabile ai sigilli dell’Apocalisse giovannea, limitiamoci a constatare come in quel medesimo anno 1889, protetto dal romitaggio di Jàsnaja Poljana, Lev Nikolaevič Tolstoj abbozzò un racconto al quale, dopo averlo riposto in un cassetto per vent’anni, rimise mano solo in quello immediatamente precedente alla dipartita e che sarebbe andato postumo alle stampe nel successivo, con il titolo di D’javol[2]Il Diavolo.

Evgenij Irtenev è un piccolo proprietario terriero d’un imprecisato distretto imperiale, nel tempo in cui ebbe tutte le carte in regola per reclamare una carica eminente nello zemstvo, l’istituto amministrativo eletto localmente su base censitaria in seguito alla riforma di Alessandro II, il sovrano che sarebbe poi caduto ad opera d’un agguato terroristico di Narodnaja Volja. Il racconto breve, in ottemperanza a quanto, nella prospettiva formalistica dell’umanesimo democratico, sarebbe parso a Thomas Mann il tratto distintivo dello specifico genere novellistico, si concentra su un unico elemento, l’ingenuo disagio della civiltà di cui il protagonista pagherà, all’epilogo, lo scotto, nella prima variante del finale optando per il suicidio, perseguitato dal senso di colpa nei confronti della giovane sposa, nella seconda risolvendosi invece a sciogliere il dilemma tramite l’assassinio della procace contadina la quale aveva diabolicamente risvegliato in lui il tragico istinto della concupiscenza. Quello che, esposto in estrema sintesi, potrebbe risultare un tema anacronistico, conserva al contrario intatto, ancora oggi, l’intrinseco valore artistico, poiché quel richiamo, che attrae irresistibilmente Evgenij e, senza che egli sappia spiegare come, lo sospinge infine all’umano fallimento, tale ineffabile seduzione esprime, mercé il vissuto del personaggio e fin dentro al cuore della morbosa soggettività di lui, l’intimo intreccio delle forze sociali operanti nella Storia, dà accesso alla comprensione del lento ma inesorabile estinguersi d’una classe cui, superate ormai le colonne d’Ercole delle fasi imperialistiche sulle quali già Lenin fu in grado di far chiarezza, le forme del vigente solipsismo delle coscienze concedono un’esistenza succedanea, non scevra di analogie con quella delle anime nell’Ade classico, nonché una sussidiaria eternità, in breccia alle cronache più viete e quotidiane. Questa particolare fatica tolstojana, tra l’altro, ben si attaglia ad esemplare un caso di transizione tra i due generi, rilevato dal grande storico marxista della letteratura György Lukács, dal momento che, nell’ottica del materialismo dialettico, «a fondamento d’una elaborazione formale specifica, di un genere letterario, deve trovarsi una specifica verità della vita»[3] e, mentre il romanzo mira ad offrirne un quadro generale attraverso la “totalità degli oggetti” culturali e materiali, propri di un certo periodo storico, la novella rimane esente da una simile pretesa.

Com’è noto, secondo Lukács, il tradimento degli ideali rivoluzionari d’opposizione al dissolvente sistema feudale, che la classe borghese consumò nella prima metà dell’Ottocento, fino allo spartiacque del 1848, in concomitanza all’emergere minaccioso del movimento internazionalista dei lavoratori, si riflesse nella morfologia delle opere letterarie, nella fattispecie nel romanzo storico, in modo che «i personaggi vengono isolati dalle vere forze motrici della loro epoca, e le loro azioni, divenute perciò incomprensibili, sono elevate, proprio in virtù di questa loro incomprensibilità, a una magnificenza decorativa»[4]. Così come l’astrattezza morale e la fede nella ragione che potevano desumersi dall’opera d’un Fielding o d’uno Smollett, una volta compiutasi la rottura rivoluzionaria di fine Settecento, ebbero evoluzione nel senso di un approfondirsi del sentimento storico, in conseguenza del quale Walter Scott espresse, nella propria, la consapevolezza che «la reale comprensione dei problemi della società moderna può nascere solo dalla comprensione della storia precedente, della genesi storica di questa società»[5], per converso, dopo il riflusso di classe in sostegno all’imperialismo del sistema liberale, la cognizione dei reali fenomeni storici tornò ad inaridirsi, cosicché nei migliori esponenti della patria umanistica il tema storico si affermò quale rifugio nei riguardi d’un presente disprezzabile ed indegno di compianto; presto, una visione impressionista e soggettivista si concentrò sulle atrocità e le brutalità dei protagonisti, le quali divennero «i succedanei della grandezza storica reale andata perduta»[6].

Il filosofo e storico della letteratura il quale, già quindici anni avanti, aveva raccolto i frutti teorici del lavoro politico durante la breve esperienza sovietica sulle rive del Danubio (1919), componendo quel testo miliare del pensiero marxista novecentesco che fu Storia e coscienza di classe, dove pose nei termini dialettici il rapporto tra l’iniziativa soggettiva delle masse e delle loro avanguardie politiche rispetto al processo oggettivo delle forze socio-economiche, sarebbe venuto poi ad indagare il processo generale della decadenza borghese e ad illuminarlo, al punto morto inferiore della Endlösung, nel mirabile La distruzione della ragione, in cui tracciò le direttrici ideologiche mediante le quali la cultura guglielmina attinse la putrefazione totalitaria del nazismo; vicissitudini imponderabili ne distanziarono la pubblicazione in lingua tedesca da quella del trattato sul romanzo storico di tre anni appena, benché la stesura del tetragono tomo filosofico avesse richiesto un tempo almeno sei volte superiore; entrambe avvennero sotto l’etichetta della Aufbau Verlag, la quale nel Secondo dopoguerra diventò rapidamente la più prestigiosa casa editrice della Repubblica democratica tedesca. È curioso constatare il fatto che il quarantennio di dominio stalinista e poststalinista sui Länder orientali venga canonizzato, nelle odierne forme della memoria, quale eponimo di regime fondato sullo spionaggio e la delazione sociale, in modo che venga proiettata, a ben porre attenzione, la prospettiva ideologica dell’attuale sistema di controllo in corso di globalizzazione su quegli obsoleti esperimenti, al confronto del tutto pionieristici. Qualora tornassimo però alla Distruzione della ragione, rinverremmo di ciò le plausibili cause, là dove, ad esempio, il budapestiano vi esamina le dottrine di Kierkegaard e di Heidegger:

Anche per Kierkegaard le categorie della perduta vita dell’individualità isolata (del filisteo), come l’angoscia, la pena, il sentimento di colpa, la risolutezza e via dicendo, sono le categorie «esistenziali» della realtà «vera». Ma mentre Kierkegaard, grazie ai residui di una filosofia teologica della storia, che stabilisce in lui, per Dio, una storia reale, è in condizione di negare radicalmente la storicità per l’uomo singolo che cerca la salvezza dell’anima, Heidegger è costretto a mascherare questa esistenza priva di storicità come la «vera» storia, per avere un contraltare alla negazione della storia reale come storia «impropria». Anche in questa diversità il contenuto storico-sociale è l’elemento decisivo. Kierkegaard, che ripudiava dal punto di vista filosofico il progresso borghese-democratico, poteva ancora vedere dinanzi a sé una via per ritornare al mondo feudale della religione; ancorché, come abbiamo mostrato, in lui questa concezione mettesse già capo a una dissoluzione borghese decadente. Heidegger, che opera al tempo della crisi del capitalismo monopolistico e nella vicinanza di uno Stato socialista sempre più forte e allettante, poteva sfuggire alle conseguenze del periodo della crisi solo degradando la storia reale a storia inautentica e riconoscendo come storia autentica solo un processo psicologico che attraverso la cura, la disperazione etc. distoglie gli uomini dall’agire sociale e dalle decisioni sociali, e li fissa al tempo stesso in una disperata condizione interiore di disorientamento e di confusione, tale da favorire al massimo la conversione all’attivismo hitleriano[7].

Se, nel corso del contingente delirio di protocolli medico-scientifici e correlative applicazioni legislative, mentre la libertà si riproduce, entro le bolle mediatiche, in misura proporzionale a quella che serve ai monopoli farmaceutici per mettere profitti a preventivo, se l’elemento senza qualità della forza lavoro – e con che costernato stupore, sempre più spesso, si è costretti a constatare quanto fittizia, talora ingannevole, sia la qualità che il vigente sistema di produzione conferisce alle proprie vive componenti! – può reputare le eventuali alternative imperialiste ancor meno «allettanti» di quanto, in effetti, il comunismo in un solo Paese apparisse ai suoi genitori o nonni, cionondimeno l’angoscia ed il sentimento d’impotenza, misurati dal suo recente vissuto pressoché ovunque, fanno sì che il diminuito individuo affliggerebbe sé stesso d’una pena soprannumeraria, laddove volesse negare ogni ragione agli argomenti esposti da Lukács alla metà del secolo scorso. Quando questi vergava i primi appunti del magnum opus, d’altronde, un reduce delle lotte per la creazione delle Repubbliche consiliari nella Germania dopo Compiègne ed oltre Weimar, un tale Karl Korsch, oggi ai più ignoto, era intanto venuto ad implementare le tesi di Storia e coscienza di classe: incaricato dai curatori della collana “Modern Sociologists” della londinese Chapman&Hall, che avrebbe incluso testi su Pareto, Vleben, Comte ed altri, di occuparsi della redazione di un volume dedicato a Marx, egli vi ribadì il concetto della irriducibilità epistemologica del materialismo dialettico alla sociologia borghese, già centrale nell’opera giovanile Marxismus und Philosophie, quasi coeva della lukacsiana. Nel testo, al quale apportò stratificate rettifiche durante l’esilio cui l’ascesa del Partito nazionalsocialista lo costrinse, in Francia, Danimarca e negli Stati Uniti, Korsch attinse passaggi d’una certa limpidezza, come quello in cui afferma:

Invece di derivare le esigenze del socialismo e del comunismo idealisticamente e utopisticamente dalle leggi dell’economia borghese, Marx e Engels hanno espresso il riconoscimento materialistico che «secondo le leggi dell’economia borghese, la maggior parte del prodotto non appartiene ai lavoratori che l’hanno creato».

Non si deve perciò, per rimuovere questa condizione, interpretare l’economia diversamente, ma produrre, per mezzo di un mutamento reale della società, una condizione in cui queste leggi dell’economia borghese cessino di valere e così anche la scienza borghese dell’economia divenga priva di oggetto[8].

Alla luce di ciò, il presente, caratterizzato dal trionfo di quello che, illo tempore, sarebbe stato possibile designare come menscevismo, così da evocare agevolmente nelle coscienze il voto dei crediti di guerra da parte della SPD del Kautsky, la Burgfrieden, la civil truce o l’union sacrée, assicurate dalle compagini parlamentari socialiste ai rispettivi imperialismi, addirittura la repressione armata contro i consigli dei lavoratori, eseguita dall’esercito tedesco per ordine del primo cancelliere di Weimar, il socialdemocratico Friedrich Ebert, senza alcun timore di lasciare, in tal modo, gli enunciatari a labbra spalancate, esterrefatti come dinanzi all’apparizione d’un catoblepa, d’una chimera o di chissà che diavolo di fantastico essere immaginario, trionfo irrecusabile ed in odore di perennità, sia pur condizionato al precario connubio d’una credulità dogmatica e d’una corrispondente ipocrisia, e solo a patto di confondersi mimeticamente con l’ombra di sé stesso, ossia con l’irrazionalismo narrativo dei monopoli che allestiscono, di giorno in giorno, la società dello spettacolo e, sempre più saldamente, detengono l’ordine nell’organizzazione delle apparenze, tale presente che, come anticipato in apertura, ha quasi innumerabili punti di contatto con un averno virgiliano su cui vengano cosparse, dietro compensi d’ora in ora più miserabili, opportune dosi d’oblio quotidiano ed incessanti compulsioni, esige, più d’ogni altro che l’abbia preceduto, il racconto capace di immunizzare la specie tramite la consapevolezza che «la reale comprensione dei problemi della società moderna può nascere solo dalla comprensione della storia precedente, della genesi storica di questa società», dove si mostri che proprio quell’esistenza che l’ideologia borghese vorrebbe eternare in una psicologica mitizzazione, passibile d’un tormento virtualmente senza fine, altro non sia che il residuo di coscienza, la punta dell’iceberg inconscio delle forze sociali storicamente determinate. A tale scopo, non è affatto propedeutica la trasgressione della norma che il budapestiano rilevò, quale principio d’invarianza inerente allo specifico genere letterario del romanzo storico, vale a dire che, laddove «il rapporto tra individuo e popolo nell’età degli eroi esigono che nell’epos la figura più importante abbia una posizione centrale, nel romanzo storico invece viene ad essere di necessità soltanto una figura di contorno»[9]; sarà altresì propizio imbattersi in protagonisti nei quali si sommi, in progressione geometrica, la qualità umana degli oppressi, i quali, nel corso di cupi e brutali millenni, dovettero dar prova di compassione ed altruismo senza lasciare una discendenza in cui dar seguito di consanguineità alle proprie giovevoli propensioni, né ebbero occasione di assurgere all’esemplare visibilità che basti a suscitare emulazione, cosicché alle anime superstiti nel triste limbo della contemporaneità sia reso un corpo, generato dal seme fecondo dell’umanità non ancora divenuta.

Eppure, non è affatto da escludere che tale racconto esista già adesso, mentre ne scriviamo, cosicché non sia tanto urgente riconfigurare le basi della teoria letteraria, quanto piuttosto procurare un mutamento reale della produzione editoriale, tale da privare del proprio oggetto e della relativa forza di persuasione l’ideologia in vigore, tale da sostituire alle tartaree prospettive da essa imposte l’apertura verso la vivente evoluzione storica della specie. (8 NOVEMBRE 2021)

pubblicato su Il Ponte – rivista di politica economia e cultura fondata da Piero Calamandrei (Anno LXXVII, n.3, maggio-giugno 2021)

Giancarlo Micheli

Fonte Link: novarubedo