Norimberga, un giusto processo a metà


Carlo Nordio
Forma e sostanza. Le condanne a morte, le divisioni, la giustizia del vincitore. Norimberga fu uno sforzo titanico per affermare il primato della legge su quello della forza. Ma il tentativo di farne un precedente vincolante fallì
Una volta ritiratasi in camera di consiglio, la Corte avrebbe dovuto deliberare in segreto. Nondimeno molte notizie filtrarono, e furono successivamente integrate dalla pubblicazione dei commenti del giudice Biddle. L’integerrimo magistrato non intendeva violare la legge: i suoi erano appunti raccolti per meglio esporre le proprie idee e contestare quelle altrui. Dalla loro lettura oggi sappiamo, con buona approssimazione, quali furono le argomentazioni, e le “dissenting opinions”, del collegio giudicante. Fu un lavoro laborioso: e il 17 settembre il Tribunale annunciò il rinvio della lettura della sentenza di una settimana.
Si cominciò con l’individuazione del numero dei voti idoneo a irrogare condanne capitali. Era necessaria l’unanimità, o bastava una maggioranza, o anche un pareggio? Fu una discussione accesa. Alla fine prevalse la tesi della maggioranza. Poi si passò a discutere l’eventuale forma di esecuzione. Donnedieu de Vabres optava per la fucilazione, almeno per i militari; gli inglesi e gli americani per l’impiccagione; il ferreo Nikitchenko si dimostrò indifferente: l’importante era giustiziarli tutti, e presto. Vinse la tesi angloamericana: “death by hanging”. Risolte altre questioni minori, Donnedieu de Vabres esordì lamentando l’assurdità di processare le organizzazioni: un espediente, disse, sconosciuto alla legge francese (e anche alla nostra). Gli fu risposto che avrebbe dovuto sollevare la questione in sede preliminare, e che ormai era tardi. Il venerabile giurista si rassegnò a malavoglia, pronto a spostare il tiro: le accuse di cospirazione e di crimini contro la pace, sostenne, erano vaghe e generiche, e per di più contrarie al principio di irretroattività della legge penale. Anche qui fu messo in minoranza da Biddle e da Lawrence. Nikitchenko naturalmente concordò con loro.
Le condanne capitali decise a maggioranza. Per il giudice russo l’importante era giustiziarli tutti, e presto
Definite le responsabilità individuali, per i crimini contro la pace si dovette ricorrere a vereconde ipocrisie
In attesa dell’esecuzione erano tutti distesi e rassegnati. Keitel fino all’ultimo scrisse diligentemente le sue memorie
Gli altri processi. Sadica aguzzina di Bergen Belsen, Irma Grese fu condannata a morte a Lüneburg
E ora torniamo al processo di Norimberga. sul quale sono state formulate varie domande senza risposte definitive. Fu un giudizio legale? Sì, perché le norme della procedura furono rispettate. Fu anche imparziale? Sì, nei limiti derivanti dalla composizione di una corte nominata dai governi. Ma l’assoluzione di tre imputati e la condanna relativamente mite di altri depone a favore di una risposta affermativa, sia pure con riserva. Fu anche giusto? Formalmente forse no, ma sostanzialmente sì. Il fatto che il vincitore faccia giustizia, non significa di per sé che questa sia iniqua. Certo, Legge e Giudice furono costituiti ad hoc. Ma che altra scelta c’era? Molti imputati avevano commesso misfatti tanto scellerati da meritare il patibolo, e, qualcuno disse, anche di più. La pena – eccessiva per il generale Jodl – fu compensata da quella – troppo mite – per Speer e dall’assoluzione di Von Papen. Anche visto retrospettivamente, Norimberga costituì davvero uno sforzo titanico per affermare il primato della legge su quello della forza. Ma il tentativo di costituirne un precedente vincolante fallì, né poteva essere altrimenti. Dopo i processi sopra ricordati, e altri contro imputati minori, la Giustizia si fermò: per stanchezza, per impotenza, per opportunità politica. I reduci di Norimberga scontarono quasi tutti la pena fino in fondo, ma i loro colleghi detenuti dagli angloamericani furono sempre scarcerati in anticipo. I sovietici si regolarono da par loro: ne utilizzarono alcuni come spie, sbirri e torturatori: del resto Gestapo e polizia segreta moscovita si erano sempre reciprocamente ammirate e copiate. Gli altri prigionieri furono giustiziati sommariamente, o lasciati morire nei gulag di stenti e di malattie. Quanto all’Italia, la fucilazione di Mussolini e dei gerarchi a Dongo non fu un modello di giusto processo. Nessuno può realmente considerare tale la condanna a morte pronunciata dal ClnAI e subito eseguita (forse) dal colonnello Valerio. Comunque, come disse Churchill, ci risparmiò una Norimberga italiana. Ma il fallimento non fu questo. Fu proprio nella smentita, crudele ma prevedibile, degli ideali di Jackson e di tutti coloro – a cominciare da Kant – che sognavano una giustizia sovranazionale di competenza diffusa ed esclusiva. Dopo Norimberga furono infatti costituti vari tribunali per i crimini di guerra: alcuni, come quello di Sartre e Russell per i crimini in Vietnam, erano caricature politicamente tarate. Altri invece erano, e sono, retti da norme e da trattati. Qualche sentenza è addirittura stata pronunciata, qualche criminale è ancora dietro le sbarre. Ma se pensiamo alle stragi quotidiane in mezzo mondo, quelle di cui parlano tutti e quelle di cui non parla nessuno, la sola idea di un tribunale con effetti repressivi e al contempo deterrenti si rivela una vuota astrazione metafisica. A conferma delle note affermazioni di Tucidide che i forti dominano sempre i più deboli; e che questi ultimi farebbero lo stesso, se un giorno le parti fossero invertite.






