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Prato, il Festival del Desiderio

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Massimo Recalcati al Festival di Prato
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Massimo Recalcati al Festival di Prato

IL FESTIVAL DEL DESIDERIO

Il desiderio si declina in vari modi. Se a tutta prima la parola può evocarci esclusivamente quello erotico, a ben pensare di desideri ne esistono tanti quante le propensioni umane: ci può essere desiderio di pace, di guerra, di immortalità, di chi non c’è più. E anche assenza di desiderio, con tutti i suoi corollari.

massimo Recalcati

“Desiderio”, come sottolinea Massimo Recalcati, è una delle parole-chiave della psicoanalisi e, aggiungeremo noi, della modernità. Ben venga dunque il festival “Seminare idee”, quest’anno ad esso dedicato. Lo scopo della manifestazione, nelle parole delle sue organizzatrici, Annalisa Fattori e Paola Nobile, è condividere saperi, apparecchiare la tavola mettendo a disposizione della gente quanto esperti in tutti i campi sono andati pensando ed elaborando negli ultimi tempi.

In data odierna, 7 giugno, il festival è ancora in svolgimento a Prato, città da scoprire, gustare e degustare, ed è stato inaugurato venerdì 5 giugno dalla lectio magistralis Il volto del desiderio di Massimo Recalcati, accolto e applaudito come un divo rock.

Recalcati sottolinea l’appartenenza del desiderio all’ordine del fuoco. È ciò che accende la vita, la rende, appunto, viva, degna di essere vissuta, non solo biologica (psyché) come quella di un’ape o di un fiore, ma piena, traboccante (zoé). Il percorso da psyché a zoé è compito del formatore, professore, genitore, maestro che sia. Nelle nostre scuole il sapere è strutturato a scala. Primarie, secondarie, università, gradino per gradino, con fatica. Ma quando lo studente incontra “quel” professore che lo appassiona, lo contagia col proprio desiderio, allora salta tutti gradini, mette gli stivali delle sette leghe, l’apprendimento è fulmineo. È il desiderio dell’altro infatti che accende il mio. Anche in campo sentimentale, se io desidero veramente qualcuno, non è per soddisfare il mio mero bisogno di un corpo o chessò, di sicurezza, desidero il suo desiderio di me.

Gino Castaldo

Sono stati gli anni’60 i grandi catalizzatori del desiderio, gli anni in cui esso rompe gli argini, dilaga, o, per proseguire la metafora di Recalcati, si appicca come un incendio bruciando recinzioni e contenzioni di sorta. Lo ricorda Gino Castaldo, critico musicale e conduttore radiofonico, nella sua conferenza-spettacolo Ti amo, ti canto. Se è vero che quasi tutte le canzoni -meno quelle di Battiato, che al tema ne dedica scarsamente un paio- parlano di desiderio, ce n’è di quelle che ne sono un concentrato, una quintessenza. Mentre sullo schermo scorrono le immagini in bianco e nero, ahi quanto nostalgiche ed evocative per chi giovane non è più, dei primi concerti dei Beatles e dei Rolling Stones, con ragazzine urlanti che gettano i reggiseni sul palco (come fa perdere la testa eros!) e polizia che le trattiene, Castaldo commenta la sua scelta di sequenze. Non solo cantanti stranieri, ma anche, ad esempio, il nostro Modugno che, in un’Italia ancora molto arretrata e maschilista, canta, “non mi importa chi ti ha amato, non mi importa chi ti avuto, resta cummè”. Amor omnia vicit, persino i pregiudizi. A seguire, la canzone più erotica mai scritta, sempre a detta di Castaldo, Io che amo solo te di Sergio Endrigo, nell’interpretazione di Chiara Civello e Chico Buarque. Chi scrive vi prega e vi scongiura in ginocchio di andare su You Tube e ascoltarla: la voce di Chiara Civello, ignota ai più, fa alzare i peli sulle braccia, integrata da quella vissuta e piena di spessore di Chico Buarque. E ancora l’apollineo David Bowie, l’uomo più bello del mondo e i Pink Floyd di Wish (vorrei, appunto, desidererei) you were here e Shine on you crazy diamond, notoriamente dedicata al genio impazzito Syd Barret. Del resto Recalcati ci aveva avvertito, è la stortura degli altri, che amiamo e dobbiamo amare. Chiude il boss dei boss, Bruce Springsteen, che guida tutta la notte per andare a comprare un paio di scarpe per la sua bella [LINK]. Se non è desiderio questo…

I relatori e gli interventi sono numerosi, qui riferiamo solo i più insoliti, come per esempio quello della scrittrice Natasha Solomons che, nel suo libro Io sono Cleopatra, edito in Italia da Neri Pozza, adotta la prospettiva della regina, invece di quella dei tanti uomini che l’hanno descritta (Plutarco, Shakespeare e altri) sottolineando la sua sessualità esotica e pericolosa, tale da mandare in rovina uomini ed imperi. In realtà Cleopatra fa del suo corpo un uso politico, in tempi in cui sesso e relazioni erano, per i reali, faccende di stato. E la cosa prosegue fin quasi ai nostri giorni. Caterina de’ Medici chiedeva ai suoi ambasciatori, tutti uomini, di tenerla informata sul ciclo mestruale di sua figlia Elisabetta, sposa di Filippo II, per le implicazioni internazionali che una sua eventuale gravidanza avrebbe avuto, ed è noto che risvegli, vestizioni e anche parti delle reali di Francia erano pubblici. Sesso e desiderio erano atti politici.

Sempre stando in tema, chi non ha mai desiderato un bel vestito? La buona notizia è che siamo autorizzate a comprare un vestito bello, buono e di marca, anche se relativamente costoso. Parola di Marina Spadafora, nota stilista, ora ambasciatrice di moda etica nel mondo che ne parla nel suo intervento Vestiti belli, vestiti buoni.
Le nostre nonne lo sapevano, che chi più spende meno spende, oggi anche in termini di risorse del pianeta risparmiate. La fast fashion, nata per soddisfare a poco prezzo il desiderio di molti, finisce per rovinare l’ambiente, perché i tessuti economici, a base di petrolio, sono indistruttibili. Ogni volta che li laviamo liberano microplastiche che vanno a inquinare l’ambiente: persino il nostro sangue, il nostro corpo, ormai ne albergano in quantità. Per non parlare dello sfruttamento dei lavoratori che li fabbricano. Ma questo ormai è risaputo quasi da tutti. Ciò che forse non sappiamo è che possiamo scaricare una app, Good on you, dove, immettendo il nome del brand scritto sull’etichetta, avremo tutte le informazioni circa la composizione del nostro capo.

No dunque alla bulimia da acquisto, meglio un abito bello ed etico che dieci brutti e “immorali”. E se proprio vogliamo acquistare nylon e poliestere, badiamo almeno a che siano riciclati. La moda produce 100 miliardi di capi all’anno per 8 miliardi di abitanti, Zara e HM fanno 52 collezioni all’anno, una alla settimana, praticamente, a fronte delle 2, primavera-estate e autunno-inverno che un tempo si facevano, costringendo anche gli altri colossi della moda se non a stare al passo, almeno ad adeguarsi. La rivoluzione comincia dal tuo armadio, si intitola il libro di Marina Spadafora dove si possono trovare tutte le informazioni circa acquisti consapevoli e che possono dare una mano a cambiare il mondo.

Anche lo scrittore Francesco Piccolo, ovviamente, parla di desiderio nella conferenza Dall’Innominato al Bell’Antonio, i maschi di carta, prendendo spunto dal suo ultimo libro

Son qui: mi ammazzi. Il suo assunto, per citarne la prefazione, è che, “se il maschile è inteso come potente arrogante, violento, sopraffattore, egoista e famelico, allora ve ne sarà traccia anche nelle opere che abbiamo amato…….E di conseguenza quelle opere ci avranno restituito una legittimazione della maschilità… che ha contribuito a consolidare la cultura virile.” Lo scrittore non crede che il suo libro contribuirà a cambiare i maschi. “Alla fine di questo percorso non posso dire: io non sarò come loro; ma posso dire: io sono come loro.”

Facciata duomo di Prato

Per concludere due parole sulla città di Prato, ideale per ospitare il festival. Benché abbia più abitanti di Parma, il centro storico è piccolo ed estremamente tranquillo, con pochi negozi, facile da girare. La perla è il duomo, dalla facciata gotica che alterna strisce di marmo alberese bianco e di marmo verde di prato.

Pulpito di Donatello, duomo di Prato

Sul lato destro, uno strepitoso pulpito di Donatello con altorilievo a putti di marmo danzanti. Ma, come in tutte le città d’Italia, i monumenti e gli angoli da scoprire sono tanti. Da provare la pappa al pomodoro e i cantuccini col vin santo. Una curiosità: diversi cartelli e avvisi pubblici sono scritti in italiano e in cinese, ma di cinesi nelle strade non se ne vedono. Vivono nel loro quartiere (ghetto?) sulla via Pistoiese, appena fuori le mura che chiudono il centro, dove hanno i loro negozi e, poco lontano, le loro fabbriche tessili. (Parma, 07/06/2026)

Francesca Avanzini