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Il coronavirus ha fatto inceppare l’industria della carne negli Stati Uniti

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Molti grandi macelli hanno dovuto chiudere per i contagi tra i lavoratori e per questo ora centinaia di animali vengono uccisi per finire in discarica

Negli Stati Uniti la pandemia da coronavirus (SARS-CoV-2) ha fatto inceppare l’industria della carne. La prima settimana di maggio centinaia di ristoranti della catena fast food Wendy’s non hanno avuto hamburger da vendere e molti supermercati della più grande catena del paese, Kroger, hanno imposto dei limiti sulle quantità di confezioni di carne di manzo e di maiale che una singola persona può comprare. Non c’è una vera carenza di carne, in realtà, ma la chiusura di decine di stabilimenti dove si macellano, disossano, trasformano e confezionano le carni ne ha scombinato la produzione e il commercio.

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Il contagio nei macelli
Tra i lavoratori dei macelli, persone che lavorano a stretto contatto le une con le altre, c’è uno dei più alti tassi di contagio del paese. Uno dei casi più emblematici è quello di un grande macello di Sioux Falls, in South Dakota, di proprietà della grande multinazionale della carne Smithfield. Ci lavorano 3.700 persone e in condizioni normali ci passa circa il 5 per cento di tutta la carne di maiale in commercio negli Stati Uniti. Il primo caso di infezione da coronavirus fu rilevato alla fine di marzo, ma solo a metà aprile, a causa delle pressioni dei politici locali, lo stabilimento fu chiuso. A quel punto i casi di COVID-19 legati alla fabbrica erano 644: il macello di Sioux Falls era il più grande focolaio della malattia di tutti gli Stati Uniti. LUNEDÌ 11 MAGGIO 2020

Fonte Link: ilpost.it