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Guerra in Ucraina, i rapporti Russia Cina

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Putin e Xi Jinping
Putin e Xi Jinping

Federico Fubini
È passato oltre un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e, benché sia difficile dire chi perderà, inizia a essere sempre più chiaro chi stia vincendo: la Cina. Almeno in termini economici, il governo di Pechino sta incassando ogni giorno di più dividendi preziosi in quest’epoca di tensioni sulle risorse naturali e nel commercio internazionale. Ciò che la Cina ottiene è esattamente ciò che l’Europa rischia di perdere: più alternative, più potere negoziale, maggiori possibilità di scelta sulle fonti di approvvigionamento delle materie prime e dunque più margini di manovra in un sistema globale che sta cambiando rapidamente.

Perché a Xi non interessa la fine della guerra

Che Xi Jinping non abbia molta fretta di vedere la fine delle ostilità in Ucraina è parso chiaro dalla vacuità del «piano di pace» che il suo emissario, Wang Yi, ha portato a Mosca nei giorni scorsi. Pechino non sta esercitando alcuna pressione su Vladimir Putin perché si arrivi, per lo meno, ad una tregua. La spiegazione ufficiale offerta è che la Repubblica popolare non ha alcun potere di fermare l’offensiva del Cremlino. Ma confrontate questa versione con quanto è successo a settembre scorso, quando Putin improvvisamente bloccò l’accordo delle Nazioni Unite sull’export del grano ucraino attraverso il Mar Nero diretto al resto del mondo. Allora Recep Tayyip Erdoğan intervenne subito e nel giro di due giorni costrinse il dittatore russo a ripensarci.

l ruolo della Turchia

Se il presidente turco agì con tanta decisione non fu solo per spirito umanitario, ma per interesse nazionale. Il flusso di navi mercantili da Odessa per arrivare in Europa e in Africa attraversa il Bosforo, quindi un’interruzione avrebbe inflitto alla Turchia perdite finanziarie significative sui diritti di navigazione dello stretto. E se Putin cedette a Erdoğan, non fu per ragionevolezza, ma perché trattava con lui da condizioni di inferiorità. Dall’inizio della guerra l’export della Turchia verso la Russia è cresciuto del 50%, in gran parte perché proprio la Turchia aiuta Mosca ad aggirare le sanzioni triangolando l’export di alcuni Paesi europei (made in Italy incluso). E sempre la Turchia, con il suo progetto di uno hub del gas, resta l’unico punto di approdo delle future esportazioni di Gazprom verso Europa. Dunque Erdoğan ha dalla sua parte degli strumenti di pressione su Putin e, quando gli conviene, li usa.

Gli scambi Cina-Russia

Se è per questo, la Cina ha strumenti di pressione ancora più potenti. Solo che non li sta impiegando per far tacere le armi. Con i gasdotti Power of Siberia 1 (operativo), Power of Siberia 2 (in costruzione) e un terzo gasdotto legato a un contratto di fornitura trentennale (annunciato in febbraio), la Repubblica popolare resta la sola chance del Cremlino per poter sostituire almeno parte dei circa 150 miliardi di metri cubi all’anno di metano che l’Europa non comprerà più. Quanto ai flussi di prodotti tecnologici e industriali, nel 2022 la Cina è diventata il primo partner commerciale della Russia (scavalcando l’Unione europea) con un aumento annuale del 18% a novembre scorso delle vendite da parte della Repubblica popolare. La Russia dipende quasi completamente ormai dalla cortesia del suo vicino sud-orientale per l’import di computer, semiconduttori, macchinari elettrici e meccanici, auto, prodotti chimici e tecnologie dell’industria estrattiva. Come scrive brillantemente Alexander Gabuev, che ha operato al Cremlino quando ancora restava qualche speranza di riformismo liberale, Mosca negli ultimi dodici mesi è scivolata in un rapporto di vassallaggio nei confronti di Pechino. Xi Jinping ha il coltello dalla parte del manico, potrebbe costringere Putin a trattare.

Il potere negoziale di Pechino

Se non lo fa, è perché apprezza i dividendi che sta traendo dalla guerra. Fino al 2021 la Cina derivava circa il 10% del suo fabbisogno di metano dagli Stati Uniti, il 10% dal Qatar e il 40% dall’Australia, sempre sotto forma di gas liquefatto (secondo la BP Review of World Energy). Si tratta di una dipendenza strategica da tre Paesi con i quali il rapporto è segnato da tensioni politiche, a volte estreme, proprio mentre il fabbisogno cinese di metano è destinato a crescere con l’uscita graduale dal carbone. Il nuovo status di compratore unico dalla Russia conferisce ora a Pechino un potere negoziale nei confronti di tutti. Con Mosca, i cinesi sono ora in grado di dettare il prezzo (basso) e i termini degli acquisti (obblighi molto limitati di ritirare il prodotto alla frontiera). Con i fornitori australiani o persino americani, invece, Pechino potrà negoziare sulle quantità da posizioni di forza sapendo di avere sempre a disposizione l’alternativa russa. Questo sì che si chiama potere.

Le nuove rotte energetiche

E non solo questo. Prima della guerra la Cina comprava circa 200 mila tonnellate di greggio russo al giorno, mentre adesso ne sta comprando circa 350 mila a prezzi probabilmente più bassi (la varietà di petrolio degli urali tratta ufficialmente a sconto del 28% sul Brent). Ma soprattutto Pechino conta adesso di avere più opzioni strategiche a propria disposizione. Tagliato fuori dalle raffinerie dei Paesi democratici, il greggio russo proveniente dai porti sull’Artico non potrà infatti che viaggiare via nave verso Est attraverso lo stretto di Bering e poi verso Sud in direzione dei porti cinesi. Come osserva sempre il bravissimo Alexander Gabuev, ciò attenua per Pechino il timore di trovarsi tagliati fuori dalle rotte del petrolio dal Golfo o dall’Africa, se gli occidentali dovessero bloccare lo Stretto di Malacca (in Malesia) in uno scenario di scontro attorno Taiwan. Il blocco di Malacca piegò il Giappone durante la seconda guerra mondiale ed è qualcosa che l’establishment cinese non dimentica.

Le materie prime

C’è infine un terzo dividendo cinese dalla guerra, non meno significativo in un’era di fonti rinnovabili che richiede disponibilità di materiali strategici. Uno di essi è il rame che serve per tutto, dalle reti alle turbine eoliche. E prima della guerra la Russia sembrava vicina a una svolta. L’oligarca Alisher Usmanov stava sviluppando Udokan, una miniera di rame siberiana che prevede la rimozione della sommità di una montagna. Nella tundra artica Kaz Minerals, una società mineraria, stava sviluppando una miniera rivale in un luogo così sperduto da richiedere la costruzione di un porto, di un rompighiaccio e di un alimentatore nucleare galleggiante. Per un po’ sembrava che le sanzioni avessero bloccato tutto. Ora indovinate un po’ chi sta fornendo la tecnologia per estrarre il rame russo? Troppo facile: alla centrale nucleare sta lavorando, con Rosatom, la Wison Heavy Industry di Shanghai; e Udokan di fatto è diventato un progetto cinese. Così Pechino avrà disponibilità di una risorsa strategica della transizione verde a prezzi quasi certamente d’occasione. Questo naturalmente è solo un angolo, fra i molti da cui si può osservare la guerra ucraina. Ma mostra che Xi Jinping non può desiderare una sconfitta russa tale da mettere in pericolo il regime Putin, il più utile dei suoi vassalli. E si vede. (06 marzo 2023)

Fonte Link: corrieredellasera.it