Home Dossier Coronavirus Covid-19. «Il virus è mutato». Così il ceppo cinese è diventato più...

Covid-19. «Il virus è mutato». Così il ceppo cinese è diventato più contagioso

296
0

Paolo Viana 

Finora l’avevano inquadrata attraverso l’analisi del genoma del virus, ma adesso un gruppo di ricercatori italiani ha “fotografato” la mutazione del Sars-CoV-2 che ha modificato il ceppo cinese rendendolo più contagioso e permettendogli di diffondersi in tutto il pianeta. La scoperta, pubblicata sul Journal of Medical Virology, è stata condotta dal team di Massimo Ciccozzi dell’Università Campus BioMedico di Roma con la collaborazione di Roberto Cauda del Policlinico Gemelli e di Antonio Cassone, già direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità: ha dimostrato che la mutazione della proteina dello spike virale (D614G, in cui l’acido aspartico è sostituito dalla glicina nella catena degli aminoacidi da cui può dipendere una modifica funzionale della proteina), riscontrata in numerose sequenze del virus isolato dal naso-faringe dei soggetti infetti, è diventata strutturale. Si sarebbe verificata già agli inizi di febbraio in Germania, da dove proveniva il ‘paziente zero’ che ha portato l’infezione in Lombardia.

«La mutazione – spiega il professor Ciccozzi, responsabile dell’Unità di Statistica ed Epidemiologia molecolare della Facoltà di Medicina e Chirurgia al Campus Bio-Medico di Roma – ha modificato l’iniziale virus di Wuhan, rendendolo molto più capace di infettare l’uomo e circolare nel suo organismo». Dire che una mutazione risulta strutturale in quanto dominante rispetto ad altre significa accertare che il virus è cambiato e ipotizzarne il link con un certo dato epidemiologico.

Agli Spedali Civili di Brescia, l’infettivologo Arnaldo Caruso avrebbe individuato ad esempio un’altra mutazione, questa volta “migliorativa” – farebbe pensare cioè a un indebolimento del ceppo virale – che spiegherebbe perché le rianimazioni si stiano svuotando; tuttavia si attende ancora la pubblicazione per capire se si tratti di una mutazione, di una ricombinazione e se sia o meno strutturale.

Tornando alla scoperta del Campus, è evidente che quando un cambiamento nel Rna virale diventa strutturale vuol dire che ha superato la barriera selettiva dell’evoluzione: i ricercatori ipotizzano che la maggiore capacità virale acquisita dal virus passando dalla Cina all’Europa – quindi la maggior trasmissibilità del virus e l’incremento dei contagi e probabilmente anche quello delle morti – «sia dovuta al fatto che la mutazione D614G ha provocato un cambiamento strutturale nella proteina Spike». Tesi non isolata: condividono la stessa idea, sulla base di analoghi studi, Betty Korber del Los Alamos National Laboratory (Usa) e Jonas Juan Mateu dell’Università Autonoma di Barcellona, i cui lavori confermano il significato virologico ed epidemiologico della D614G.

Va anche detto che il Covid-19 è la prima pandemia online, sia sotto il profilo delle reazioni planetarie, sia sotto quello della ricerca. «Disponiamo di migliaia di sequenze dei virus isolati nel mondo e anche questa scoperta emerge da questo enorme materiale scientifico – osserva Antonio Cassone –. Oltre alla D614G abbiamo trovato altre mutazioni minori, ma essa incide sul R0, elevandone il valore di trasmissibilità, e ha preso il sopravvento: è l’unica mutazione che riscontri sempre nella replicazione virale. Il virus muta continuamente, ma solo i cambiamenti del Rna che gli danno un vantaggio reale restano. Diciamo che muta ma non cambia, perché il virus resta lo stesso ma il genotipo – cioè il corredo genetico – influenza il fenotipo – le funzioni della molecola e le conseguenze nell’ospite – solo in taluni casi. Se dunque, a fronte di un cambiamento nella contagiosità del virus, ci sia anche un cambiamento clinico – cioè non solo più o meno contagioso ma anche più o meno aggressivo – è presto per dirlo». Lo dirà, probabilmente, la ricerca di Caruso, se è vero che il ceppo “bresciano” ha la capacità di moltiplicarsi meno rapidamente e quindi è meno aggressivo. 

«Da clinico, la mutazione della D614G mi sembra un tassello importante per arrivare a una comprensione della malattia che ancora ci sfugge – commenta Roberto Cauda, infettivologo del Gemelli – e ci sfugge perché, voglio ricordarlo, fino ad alcuni mesi fa non sapevamo neppure che esistesse questo virus. Tutte le informazioni sulla spike sono importanti per chi studia antivirali e vaccini, non ci resta che continuare gli studi senza abbassare la guardia». In quanto, come ricorda una recente ricerca dell’indiano Asim Biswas (Istituto nazionale del Colera di Kolkata, India) l’adattamento avviene sempre ma, poi, anche «i virus endemici possono acquisire mutazioni » e pertanto «il monitoraggio continuo è fortemente consigliabile, poiché la reinfezione può portare alla selezione di mutanti e alla successiva diffusione». martedì 9 giugno 2020

Fonte Link: avvenire.it