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Elezioni in Russia, Putin e la vittoria già scritta dopo la morte dell’oppositore

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di Carlo Bonini (coordinamento editoriale). Dalla nostra inviata Rosalba Castelletti. Coordinamento multimediale Laura Pertici. 
MOSCA – È una coda ordinata. Che ha la solennità di una processione e la forza di un corteo. La “bella Russia del futuro” venuta a salutare il suo eroe. A una settimana dal funerale diventato protesta, la marcia non si ferma. Anche a costo di essere arrestati, migliaia di russi continuano a rendere omaggio all’oppositore che, pur da dietro le sbarre, li incitava a “non arrendersi” e a “non aver paura”. Restano in fila anche quando il cimitero Borisovskoe chiude. Lanciano rose oltre le cancellate serrate verso il tumulo di fiori che è oramai la tomba di Aleksej Navalny. Un’intifada non violenta. A volto scoperto. Petali, non pietre. La coda, ochered in russo, è già il simbolo del 2024, sostiene il politologo Andrej Shalimov. La nuova protesta. L’unica forma legale di dissenso rimasta dopo due anni di Operazione militare speciale in Ucraina e di dura repressione in patria. “Persone che aspettano il loro turno”, osserva Shalimov. “Seguono rigorosamente norme, leggi e regolamenti. Non urlano, non gridano, non intralciano il traffico, non organizzano raduni o provocazioni, non si lasciano coinvolgere, non dicono troppo. Idealmente, tacciono: se parlano, è d’altro, non di politica. Ma allo stesso tempo svolgono un’importante azione civica e umana”.

Persone in fila per sostenere con la loro firma la candidatura a presidente del pacifista Boris Nadezhdin. Persone in fila davanti a un tribunale per contestare la condanna del dissidente Oleg Orlov a due anni e mezzo di carcere per un’idea. Persone in fila da settimane per deporre fiori davanti ai monumenti alla repressione politica ed esprimere così il loro dolore dopo la morte di Navalny, un “estremista e terrorista” per la legge russa. Persone in fila da dieci giorni per visitare la sua tomba. E persone in fila ai seggi alle 12 del 17 marzo per il “Mezzogiorno contro Putin” nell’ultimo giorno di presidenziali, almeno così spera la dispersa opposizione.

“Sì, può sembrare che non ci siano ancora abbastanza persone in coda, ma questa è la minoranza intollerante che alla fine diventerà maggioranza”, confida Shalimov. Una massa critica che pesa sulle elezioni della prossima settimana che, in assenza di rivali, riconfermeranno Vladimir Putin per un quinto mandato. Il popolo di Navalny contro il regime dell’ex agente del Kgb. Come nel 2018 quando l’oppositore fu escluso dalle presidenziali, ma fu l’unico a fare una vera e propria campagna elettorale e a mobilitare la gente in piazza. Un’ombra sul voto.

Nello studio di Navalny sei anni fa

Camicia tartan rimboccata al gomito e jeans, col suo continuo gesticolare o sorseggiare un caffè, l’oppositore più famoso di Russia ostentava normalità quel marzo di sei anni fa. “Sono una persona semplice, non sono un dissidente”, ci diceva nel suo studio al quinto piano di un business center a Sud di Mosca. In una stanza accanto, quasi spoglia, ragazzi ticchettavano sulle tastiere, mentre in uno studio televisivo si lavorava all’ultima video-inchiesta sull’élite putiniana. Sulla sua scrivania fogli sparsi, una Moleskine, un pc e libri affastellati alla rinfusa, tra cui spiccava un tomo su Tony Blair. “Ma l’ultimo libro che mi ha colpito è stato “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro. Irritante a tratti, ma bellissimo”. Alle sue spalle, su una parete nero lavagna, un foro. “C’era un quadro. Solo che di recente è caduto. Mi chiedete spesso quale forza abbia alle mie spalle. Ed, ecco, vi faccio vedere. È la famosa foto del V Congresso di Solvay, il più importante ritrovo dei fisici quantistici e dei migliori cervelli della storia dell’umanità. Sono loro a ispirarmi”.

Mancavano dieci giorni alle presidenziali 2018. Per oltre un anno, Navalny aveva viaggiato per tutta la Federazione, aperto uffici in 84 città, portato avanti una campagna porta a porta e raccolto oltre un milione di euro in donazioni. Una missione donchisciottesca, dal momento che la legislazione russa vieta a un cittadino con precedenti penali di candidarsi e lui, già allora, aveva alle spalle due condanne al carcere con la condizionale per reati finanziari. Tutti inventati e costruiti ad arte, sosteneva, ma quanto bastava per estrometterlo dalla scheda elettorale.
Escluso dalla corsa, Navalny aveva invitato gli elettori allo “sciopero del voto”, un boicottaggio, e a registrarsi come osservatori. Ma soprattutto aveva indetto un’ondata di proteste che per la prima volta non si era limitata a Mosca, ma aveva attraversato la Russia lungo tutti i suoi 11 fusi orari. “Ma non sono un dissidente”, insisteva con noi. “I dissidenti sovietici erano isolati. Io so di certo di rappresentare milioni di cittadini che vogliono una vita migliore in Russia. Lo so, può suonare patetico, ma so di stare dalla parte del bene. E con me, dalla parte del bene, c’è tantissima gente”. Oggi Aleksej Navalny è entrato a pieno titolo nel mito dell’eroe del bene. Avvelenato, partito dalla Russia in coma, chiuso in un box di rianimazione, e miracolosamente guarito in Germania, nel gennaio del 2021 era tornato in patria pur consapevole di andare incontro al carcere. È morto a 47 anni il 16 febbraio in circostanze tutte da chiarire in una remota colonia penale dell’Arcipelago Gulag artico dove stava scontando condanne per un totale di 19 anni. “Ucciso da Vladimir Putin”, ha accusato la vedova Yulia Navalnaya rivendicandone il testimone.

Il primo marzo, giorno del funerale, migliaia di russi si sono messi in marcia per salutare l’uomo che per loro incarnava un’alternativa a Putin. Una folla mai vista negli ultimi due anni di conflitto in Ucraina che scandiva slogan proibiti: “Putin assassino”, “Ucraini brava gente” o “No alla guerra”. Una “terribile minaccia per la dittatura personalistica”, secondo Andrej Kolesnikov, politologo del Carnegie Russia Eurasia Center, che ha paragonato i russi in lutto per Navalny agli otto cittadini che manifestarono in Piazza Rossa contro l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968. “Hanno salvato l’onore del Paese. Sono pericolosi per il regime perché mettono in discussione il principale mito attuale del Cremlino: il consolidamento assoluto della nazione attorno a Putin e ai suoi sforzi”, ha scritto Kolesnikov su Novoe Vremja mettendo a confronto le “due Russie”. La cosiddetta “élite” del Paese che il 29 febbraio, ora addormentandosi, ora rallegrandosi con applausi di routine, ha ascoltato il discorso sullo stato della nazione di Vladimir Putin alle Camere riunite dell’Assemblea Federale. E i “patrioti” che, il giorno dopo, hanno vinto la paura per accomiatarsi con dignità da una persona che incarnava la speranza di cambiamento.

Oggi, come nel 2018, lo scontro si ripropone. Putin contro Navalny, morto, ma vivo grazie al martirio. Ancora una volta convitato di pietra delle presidenziali. Era stato lui, con un appello dal carcere a inizio febbraio, a promuovere l’idea del “Mezzogiorno contro Putin” proposta da un ex deputato pietroburghese. La vedova Yulia Navalnaya l’ha rilanciata. E tutta l’opposizione dispersa si è unita.

La mostra-evento “Rossija”

È un viaggio nel Paese delle meraviglie e quel Paese è la Russia. Incentivi per le famiglie numerose. Trasporti rapidi. Internet ancora più veloce. Nuove infrastrutture. Tecnologie all’avanguardia. Una moltitudine di etnie e culture. E quattro nuove regioni che allargano i confini. La scenografia della mostra Rossija, “Russia”, è quella maestosa di Vdnkh, il parco espositivo voluto da Iosif Stalin nel Nord di Mosca con una statua di Vladimir Lenin impettito e falci e martello in bassorilievo. Un’ambientazione che gioca con la nostalgia della Russia odierna per l’era sovietica, ma soprattutto con l’ambizione di Putin di riportare il Paese ai fasti di una grande superpotenza. Si attraversa un tunnel caleidoscopico: un racconto per immagini dei successi della Federazione che si scompongono e si moltiplicano in un gioco di specchi. Poi ci si avventura tra i vari padiglioni dispersi nei nove ettari di Vdnkh, come il nuovissimo “Atom” con la “Bomba Zar”, il più potente ordigno all’idrogeno mai sperimentato, o l’auditorium con i missili intercontinentali. Le esperienze immersive sono le più disparate: da una crociera virtuale sul fiume Jenisej a un tour digitale delle cantine e dei caseifici della soleggiata regione di Krasnodar fino a una discesa in snowboard dalle vette del Caucaso. Infine, il padiglione dedicato agli 89 territori russi, compresa la Crimea rivendicata nel 2014 e le altre quattro regioni ucraine unilateralmente annesse due anni fa. Con concerti di balalajka e balli in costumi tradizionali, trovate come il “passaporto del turista” da riempire di timbri dopo aver superato dei quiz. Ovunque la scritta Rossija, incorniciata in un cuore. È stato proprio il leader del Cremlino a volere per decreto la mostra-evento che di fatto ha lanciato la sua pseudo-campagna elettorale in vista delle presidenziali che per la prima volta dureranno tre giorni, dal 15 al 17 marzo, e prevederanno il voto elettronico in 29 regioni, Mosca inclusa.

Un’elezione dall’esito scontato tanto che il leader ceceno Ramzan Kadyrov aveva proposto di annullarla del tutto. Una foglia di fico per mascherare la “democratura”, con gli esponenti dell’opposizione e della società civile sistematicamente imprigionati, esiliati o eliminati. Putin, però, ne ha bisogno per legittimare il suo potere eterno.

La posta in gioco il 17 marzo

Dopo aver trascorso al potere quasi un quarto di secolo e aver “azzerato” i suoi precedenti mandati grazie alla riforma costituzionale del 2020, Putin potrebbe teoricamente restare al potere fino al 2036, quando avrà 83 anni.

Ma il voto della prossima settimana – dice bene Abbas Galljamov, il politologo in esilio che un tempo scriveva i discorsi del presidente – è anche “un referendum” sull’Operazione militare speciale. Per questo l’amministrazione presidenziale ha lavorato alla campagna più impegnativa e costosa di sempre. Ha speso, scrivono i media indipendenti, quasi 1,1 miliardi di euro per creare film, videogiochi e canali Telegram, condurre sondaggi segreti, promuovere eventi come la mostra Rossija o il Festival della Gioventù di Sochi, organizzare concerti e concorsi a premi. Un investimento che si somma ai consueti stratagemmi per costringere migliaia di dipendenti pubblici ad andare alle urne. Il partito al potere Russia Unita ha persino sviluppato un’app che dovrebbe permettere di monitorare la loro affluenza. Tutto pur di rastrellare centinaia di migliaia di voti in più. E laddove non bastasse, avverte l’ong di osservatori Golos, la manipolazione del voto elettronico farà la sua parte. Si punta, scrive la redazione in esilio di Meduza, a percentuali record di voti e affluenza tra il 70% e l’80%. Un plebiscito che non ammette veri avversari. Perciò la Commissione elettorale ha escluso le uniche due candidature pacifiste: ha rigettato i documenti presentati dalla giornalista Ekaterina Duntsova e ha invalidato le firme raccolte a sostegno del cauto liberale Boris Nadezhdin. 10 MARZO 2024 

Fonte Link: repubblica.it