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Guerra in Ucraina, gli otto mesi di repressione di Putin in Russia

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Il cappotto di Anna Gorovets con la toppa con una colomba della pace
Il cappotto di Anna Gorovets con la toppa con una colomba della pace

di Domenico Affinito e Milena Gabanelli

Tolleranza zero. Funzionano così le dittature. E la punizione contro le critiche, anche le più velate, è feroce: ufficializzata per legge dal 4 marzo di quest’anno con un nuovo articolo amministrativo sul «discredito delle forze armate». Non è necessario scendere in piazza per essere arrestati, basta cucire su una giacca una toppa con una colomba della pace. È successo ad Anna Gorovets, fermata dalla polizia in un bar mentre prendeva un caffè.
L’articolo 20.3.3 del Codice degli illeciti amministrativi prevede una sanzione da 30 a 50 mila rubli (da 500 a 837 euro) per le persone che esprimono pubblicamente il loro disaccordo alla guerra. Per chi organizza o partecipa a eventi «non autorizzati» la sanzione va da 50 a 100 mila rubli (da 837 a 1674 euro). Ad oggi sono almeno 1.258 le persone sanzionate. Per i recidivi scatta un procedimento penale: la multa sale fino a 300 mila rubli (5021 euro), e si rischiano i lavori forzati o la reclusione fino a 15 anni (articoli 207.3 e 280.3 del codice penale).

Dal carcere all’ospedale psichiatrico

Aleksey Gorinov e Ilya Yashin, attivisti del movimento di opposizione «Solidarietà» e consiglieri del municipio di Krasnoselsky a Mosca, sono stati arrestati rispettivamente il 26 aprile e il 27 giugno per aver criticato la guerra e accusato il Cremlino di disinformazione. Il primo è stato condannato l’8 giugno a sette anni di carcere, il secondo è tuttora in detenzione preventiva. Dmitry Talantov, presidente dell’Ordine degli avvocati della Repubblica di Odmurtia, è stato arrestato il 28 giugno per aver criticato su Facebook l’invasione dell’Ucraina. In detenzione preventiva dal 7 giugno il prete della chiesa ortodossa Ioann Kurmoyarov, la sua colpa è quella di aver espresso parole di accusa contro l’invasione dell’Ucraina sul suo canale YouTube.





Aleksandra Skochilenko, giovane artista di San Pietroburgo, l’11 aprile è entrata nei supermercati della città e sostituito i cartellini dei prezzi con informazioni sulla guerra. È stata immediatamente arrestata e poi trasferita in un ospedale psichiatrico per una valutazione sulla sua salute mentale. È ancora detenuta, le sono negate le cure mediche e rischia 10 anni di carcere.

I numeri globali della repressione

Secondo OVD-Info, organizzazione non governativa russa per i diritti umani, le persone arrestate dal 24 febbraio ad oggi sono state 17.000 tra manifestanti per strada, per post contro la guerra sui social network, per esposizione di simboli o scritte contrari all’operazione speciale. Quelle incriminate penalmente sono 282, di queste 149 sono ancora in carcere. Le accuse sono di falso (103), vandalismo (38), terrorismo (17), discredito delle forze armate (17), istigazione o propaganda del terrorismo (12), violenza contro un rappresentante dell’autorità (12), e altri reati vari (83).

Il Nobel per la pace alla ong Memorial

Dal 24 febbraio, inoltre, 99 persone e organizzazione sono state accusate, senza prove, di spionaggio in base alla legge sugli agenti stranieri e definite «indesiderabili». Tra queste c’è anche l’organizzazione umanitaria Memorial, insignita quest’anno del Nobel per la Pace. Memorial è nata nel 1989 da Andrei Sacharov per documentare i crimini commessi da Stalin. A dicembre 2021 l’Organizzazione incorporava 50 ong russe e 11 da altri Paesi, inclusi Ucraina, Germania, Italia, Belgio e Francia. Ebbene il 5 aprile è stata bloccata ogni attività, e il mese scorso, poche ore dopo l’assegnazione del Nobel, sono sati apposti i sigilli. Anche l’ex presidente dell’associazione, il biologo 69enne Oleg Orlov, lo scorso maggio è stato fermato dalle forze speciali russe davanti al teatro Bolshoi mentre esibiva un cartello con scritto: «Putin spinge il mondo verso la guerra nucleare». Altri «indesiderabili» sono il caporedattore di Novaya Gazeta Europa Kirill Martynov, il blogger Kirill Fedorov, il giornalista Sergei Loiko, l’attivista politica Yulia Galyamina, il presentatore televisivo Maxim Shats, il politologo Sergei Medvedev e Amnesty International, il cui ufficio a Mosca è stato chiuso. Ad oggi, secondo Reporter Senza Frontiere, sono definiti «agenti stranieri» in 172, tra giornalisti e testate. Il provvedimento impone l’obbligo di dichiararlo in testa a tutto ciò che pubblicano e di fornire al ministero della giustizia le dichiarazioni di tutte le entrate e le uscite, pena una multa o la reclusione fino a cinque anni.

I giornalisti oggi in carcere

Dodici i giornalisti arrestati, e sette di loro sono ancora in carcere o agli arresti domiciliari. Marina Ovsyannikova, ex giornalista della tv di stato Canale 1 diventata famosa per aver interrotto il telegiornale la sera del 14 marzo esibendo un cartello contro la guerra, è stata arrestata il 10 agosto; Maria Ponomarenko, giornalista del portale RusNews, arrestata il 24 aprile a San Pietroburgo per aver dato conto del bombardamento russo contro il Teatro d’arte drammatica di Mariupol, è stata internata in un ospedale psichiatrico e poi posta in detenzione preventiva. Vladimir Kara-Murza, attivista e giornalista, è stato arrestato il 12 aprile e mai rilasciato: era tornato dagli Usa dove davanti alla Camera dei deputati dell’Arizona aveva condannato l’uso delle bombe a grappolo da parte delle forze russe e i loro attacchi contro scuole e ospedali. Sergei Mikhailov, proprietario di Listock, piccolo quotidiano indipendente della Siberia orientale, è stato arrestato il 14 aprile e rischia fino a 15 anni di carcere per aver pubblicato articoli sul massacro di Bucha. 26 ottobre 2022

Fonte: corriere.it