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In Italia Gas russo sostituito al 75%; con i rigassificatori sarà addio definitivo nel 2024

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Luca Pagni
A quindici mesi dall’inizio della guerra, l’Italia ha ridotto drasticamente gli acquisti da Gazprom, scesi nei primi quattro mesi del 2023 a 1,5 miliardi di metri cubi, contro più di 6 del 2021. Hanno contribuito i fornitori alternativi come Algeria, Norvegia e Azerbaijan oltre al Gnl in arrivo dagli Usa

ROMA – Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’Italia era il paese in Europa maggiormente dipendente dalle importazioni di gas russo dopo la Germania. La materia prima assicurata da Gazprom, il colosso energetico controllato dal Cremlino, nel 2021 aveva garantito oltre il 40% del fabbisogno del nostro Paese per gli usi civili (riscaldamento) e industriali. Un anno e mezzo dopo, la Russia è passata a essere non più il primo ma il quinto fornitore dell’Italia in ordine di importanza, superato anche dagli Stati Uniti. Con una quota di mercato che nei primi quattro mesi del 2023  e scesa al 7% del totale.

Una percentuale destinata a ridursi ulteriormente con l’entrata in servizio – fra pochi giorni –  del nuovo rigassificatore di Piombino. Tradotto in numeri, a fine anno, il gas russo in arrivo in Italia dovrebbe essere almeno il 75% in meno rispetto al 2021, e non dovrebbe superare – secondo le proiezioni – i 6 miliardi di metri cubi contro i 28 importati prima dell’inizio del conflitto.
In altre parole, manca veramente poco per la completa sostituzione del gas russo. Come è accaduto? In parte, ha funzionato la pressione esercitata dalla Ue sugli stati membri per l’introduzione di piani di risparmiocon un obiettivo minimo del 15% dei consumi. Così come hanno influito le temperature nettamente sopra le medie dello scorso inverno che hanno fatto crollare la domanda. Ma non sarebbe stato sufficiente, se non ci fosse stata una operazione coordinata tra governo e operatori. Obiettivo: la ricerca fonti di approvvigionamento alternative al gas russo che arriva in Italia attraverso il passo del Tarvisio, in Friuli, terminale ultimo del gasdotto che parte dai giacimenti siberiani di Gazprom e segue un tracciato  che attraversa il centro-sud Europa, passando anche per l’Ucraina.

Sono stati i colossi di stato messi in campo dal governo Draghi a trovare soluzioni alternative. Il gruppo Eni – che fino al 2021 era anche il maggior acquirente di gas russo – ha ridotto la domanda e ha potenziato i contratti con gli altri suoi partner storici.

E’ il caso dell’Algeria che l’anno scorso ha aumentato dell’11% le esportazioni verso l’Italia e che nei primi quattro mesi del 2023 ha raggiunto una quota di mercato del 33%. Importante anche l’accordo raggiunto tra la Ue e la Norvegia, per la ripresa delle estrazioni nel Mare del Nord: per l‘Italia questo ha significato un aumento delle importazioni al passo Gries, dove arriva il gas dal nord Europa, dai 2 miliardi di metri cubi del 2021 ai 7 miliardi dell’anno scorso, con un ulteriore crescita per fine 2023. Lo stesso per il gas in arrivo dall’Azerbaijan, che ha il suo approdo grazie al gasdotto Tap in Salento.

Infine, è aumentato l’apporto dei tre rigassificatori, dove è arrivato in quantità maggiori soprattutto il Gnl (gas naturale liquefatto) esportato dai produttori americani e che arriva via nave a Livorno, la Spezia e Rovigo. Verso l’Europa le spedizioni sono cresciute nel 2022 complessivamente del 150%. La ricaduta per l’Italia si misura con un +45% di Gnl trattato nei rigassificatori, con un ulteriore crescita nei primi mesi del 2023, tanto che i tre impianti messi insieme ora garantiscono il 24% del fabbisogno totale italiano.

Tutto questo ha comportato un aumento degli investimenti da parte del gruppo Snam, l’operatore che gestisce i gasdotti e i due rigassificatori a Livorno e La Spezia. E che l’anno scorso si è assicurato altre due navi opportunamente trasformate in impianti per la lavorazione del Gnl: una è pronta a Piombino, l’altra – collocata nel porto di Ravenna – lo sarà a inizio 2024.

Fanno parte degli ultimi tasselli dell’operazione con cui la coalizione occidentale schierata al fianco di Kiev vuole dare l’addio definitivo a Gazprom, per limitare le entrare con cui il Cremlino finanzia la guerra. Una rescissione dei legami commerciali che la Russia cerca di contrastare in tutti i modi. Per esempio, usando come gli stati Uniti “l’arma” del Gnl: visto che verso la Ue è rimasto aperto un solo gasdotto (quello che arriva in Italia), Gazprom ha aumentato le esportazioni via nave.

Sono salite del 30% l’anno scorso, soprattutto in direzione di Belgio, Francia e Spagna. Quantitativi comunque limitati, che non compensano i tagli subiti da Gazprom. La quale sta subendo anche il calo dei prezzi del gas sul mercato, sceso ormai a 30 euro al megawattora, ai livello del novembre del 2021 e non lontano dai prezzi medi attorno ai 18-20 euro di due anni fa come adesso. 19 MAGGIO 2023

Fonte Link: repubblica.it