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Putin, il ladro di bambini, mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale dell’Aja

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di GIANLUCA MERCURI

Il colpo a Putin

Lo scontro tra Occidente e Russia si è dunque allargato: questo vuol dire il mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte penale dell’Aja contro Vladimir Putin, accusato di crimini di guerra «per aver deportato bambini e adolescenti ucraini in Russia».

Una svolta politica importante come una svolta bellica: d’ora in poi, se mai lo fosse stata prima, non è più nemmeno ipotizzabile una pace con «questa» Russia, non certo una pace vera e definitiva. Il leader del Cremlino reagisce con disprezzo, ma anche per lui da ieri le cose non stanno più come prima.

Alle 4 del pomeriggio di ieri, tre giudici — tra cui l’italiano Rosario Aitala — hanno preso la storica decisione che, in ogni caso, segnerà il conflitto e i suoi postumi. Punto per punto:

  • Wanted Il presidente russo è ufficialmente ricercato insieme a Maria Lvova-Belova, la commissaria di Mosca per i diritti dei bambini, la persona che ha organizzato la loro deportazione, sotto forma di trasferimento presso orfanotrofi e famiglie russe.
  • Quanto sono i bambini deportati? Oltre 16 mila secondo gli ucraini, almeno 6 mila secondo i rapporti internazionali. Nell’ordine di cattura, spiega Fiorenza Sarzanini, «sono elencati i casi già accertati attraverso le testimonianze dei genitori, dei familiari, degli stessi ragazzi che sono riusciti a ritornare in Ucraina. L’indagine si è concentrata su chi è stato strappato alle famiglie, ma anche sugli orfani che sono stati chiusi nelle strutture russe per essere “educati”. La maggior parte proviene dal Donbass». Per Lorenzo Cremonesi, «si parla di numeri compresi tra 6.000 e 13.000 casi, ma quelli documentati concretamente pare siano circa 600».
  • Perché la provenienza è fondamentale? Perché questo reato è contestabile solo se commesso in territori occupati, quindi «è indispensabile ricostruire la storia di ogni bambino e adolescente coinvolto».
  • Dove sono finiti i bambini? Gli investigatori hanno individuato «43 strutture di detenzione e rieducazione, di cui 12 attorno al Mar Nero, 7 nella Crimea occupata, 10 attorno alle città di Mosca, Kazan ed Ekaterinburg, mentre gli altri nelle regioni dell’Estremo Oriente russo, di cui 2 in Siberia».
  • Perché questa accusa e non quella di genocidio? Intervistato da Marta Serafini, lo ha spiegato Cuno Tarfusser, il giudice della Corte penale internazionale che firmò i mandati di cattura contro Gheddafi e il sudanese Bashir: «L’accusa di genocidio è la più difficile da provare perché deve essere dimostrata la volontà di annientare un altro popolo. La Corte non deve riscrivere la Storia. Ha il compito di giudicare i più alti in grado nella catena militare e politica. Dunque, il procuratore parte dai crimini che è più facile provare. Ecco perché le deportazioni dei bambini. Conta anche l’impatto emotivo di un’accusa del genere».
  • Cosa rischia Putin? In teoria, può essere arrestato appena mette piede in uno dei 123 Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma che istituì l’organismo internazionale nel 1998 (qui la Corte penale dell’Aja spiegata da Claudio Del Frate). Hanno proprio l’obbligo giuridico di farlo. Putin starà accorto, ma intanto, spiega Tarfusser, «dopo le sanzioni economiche, le sanzioni politiche, l’isolamento diplomatico, ora deve muoversi tenendo conto anche di quest’ulteriore ostacolo». Una situazione che in passato ha logorato altri dittatori. Aggiunge Lorenzo Cremonesi: «Da aspirante zar del prossimo impero russo, deciso a riconquistare l’influenza perduta nelle province dell’ex Unione Sovietica, si trasforma in un leader-paria in decadenza, indebolito dalle conseguenze di quella stessa guerra che nei suoi piani avrebbe dovuto riportare Mosca a trattare alla pari con Washington e Pechino».
  • Come ha reagito Mosca? L’ex presidente Medvedev ha definito la mossa del Tribunale «semplicemente carta igienica». Il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov sottolinea che il suo Paese non riconosce la Corte e quindi per la Russia le sue delibere «sono nulle e non avvenute».
  • E l’Ucraina? Grande festa: il presidente Zelensky parla di «decisione storica».
  • Ma quali saranno le conseguenze sulle ipotesi di pace? Certamente le allontana: non si firma una pace con un leader accusato di crimini di guerra. Che il conflitto si avvii verso una fase di recrudescenza lo ha spiegato Giuseppe Sarcina, che ha raccontato la decisione di Joe Biden di tentare «la spallata per sconfiggere l’armata putiniana in Ucraina». Quando? A maggio, «il tempo necessario per far confluire in Ucraina centinaia di carri armati e veicoli blindati».
  • Perché questa accelerazione? Perché «i generali del Pentagono ritengono che l’Armata putiniana e le milizie mercenarie della Wagner siano allo stremo e a corto di armi». Ma siccome «anche il blocco occidentale potrebbe presto avere problemi nell’assicurare continuità ai rifornimenti», la necessità di bruciare i tempi è duplice.
  • Vuol dire che gli americani cercano lo scontro totale? Risposta in una parola: no. Infatti anche dopo l’abbattimento del loro drone da parte dei russi, martedì, i due ministri della Difesa si sono sentiti. «Il messaggio del Pentagono è duplice: cercheremo di vincere la guerra in Ucraina, ma non vogliamo lo scontro diretto con Mosca».
    La via d’uscita più plausibile resta dunque quello che gli esperti chiamano «compromesso sporco» che congeli il conflitto. Non prima di aver inflitto ai russi e al loro sempre più impresentabile leader la necessaria «spallata». sabato 18 marzo

    Fonte: corrieredellasera.it