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TROPPI SALAMI VOGLION FARE IL FELINO

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A Felino sono rimasti i salami dopo aver perso l’IGP del salame. Il porco si vendica laddove gli hanno dedicato un monumento per i benefici economici prodotti senza ovviamente tener conto delle sofferenze inferte alla specie, i danni causati all’ambiente, alla salute dei consumatori, alla società. Con l’irruzione degli allevamenti intensivi si è rotto poi ogni fattore di equilibrio e indugio passando dal rifiuto al consumatoio: la prevalenza del pensiero finanziario in ogni processo ha unificato animali e persone riducendoli ad un unicum generatore di ricchezza. La dignità di vita dei primi e la salute dei secondi sono complementi insignificanti. Certo il sapore del salame nella sua gestazione contadina e artigianale era notevole! Anche alcune tribù cannibali sembra trovassero l’uomo una squisitezza… Ma da vegano non voglio inferire oltremodo. Indosso invece i panni politici e cerco di analizzare perché il Felino non è più di Felino e dei Felinesi nonostante le riconosciute origini la cui più antica raffigurazione la si può far risalire nel Battistero di Parma.

A Felino i produttori non hanno saputo proteggere il patrimonio culturale della tradizione lasciato in eredità. Certo loro si sono preoccupati di tecnologizzare la produzione, di creare il microclima artificiale, di produrre quantità, di aumentare il mercato: non hanno saputo proteggere il sapere originario (e forse neanche il sapore), i cosiddetti "sorgenti", così sono chiamati nell’economia digitale. Non hanno saputo agire nell’economia delle conoscenze. Hanno d’altra parte sempre considerato gli operatori culturali strumentali e funzionali, al loro prodotto, spesso emarginati. Esisteva il loro salame e tutto si esauriva lì nel potere economico che gli generava. Non hanno saputo neppure garantire una festa popolare annuale agli abitanti del luogo che andasse oltre il liscio. Non hanno saputo creare le condizioni di sviluppo culturale del posto. Hanno prodotto una ricchezza fine a se stessa, non hanno saputo generare fondazioni capaci di rigenerare il territorio, di valorizzare il tessuto sociale. Hanno eletto amministratori che li hanno assecondati in questa politica di povertà culturale, incapaci di dare al Paese lo sviluppo, la dignità e il ruolo che avrebbe potuto avere. Neppure il Castello han saputo tenere. Hanno raso al suolo la poca archeologia industriale, hanno prodotto un piano urbanistico senza senso, un dormitorio senza qualità. Per fortuna la natura lenisce le ferite inferte e cela i danni causati dall’insipienza economica e politica. E ora, a Felino, si trovano pure estromessi dell’originalità del loro prodotto. Una perdita di identità. E’ infatti di poco tempo la proposta del Ministro Alemanno alla Comunità Europea per l’estensione dell’IGP del "salame di Felino" al Piemonte, alla Lombardia, all’Emilia. Dopo alcuni anni di scaramucce fratricide tra associazioni: Assica e quella dei produttori di Felino, di cui alcuni appartenenti comunque alla prima, la scelta è caduta interpretando di fatto le indicazioni del gruppo maggiormente rappresentativo nell’area salumi, penalizzando non tanto gli imprenditori parmensi, quanto le potenzialità di sviluppo economico e sociale di un luogo. Che ruolo hanno svolto i politici locali in questa legittimazione territoriale? E’ stata forse coinvolta la collettività su questo importante tema? Perché è stata ridotta a cosa privata? Quale potrebbe essere oggi l’attrazione di Felino rispetto alla Brianza, a Modena ecc, insomma verso luoghi con maggiori infrastrutture? Da tempo sostenevo la necessità di protezione e valorizzazione del prodotto tipico, ma le risposte erano sempre evasive. La resa economica non lasciava il tempo per riflessioni di altro genere, considerate un disturbo. Immaginatevi poi parlare di comunicazione.di internet? Da sempre ho sostenuto la necessità di lanciare sia a livello nazionale che internazionale luoghi di consumo dei prodotti tipici, governati strategicamente da consorzi/società tra i produttori. Questo era a parer mio il vero sforzo da effettuare per indirizzare uno stile di vita alimentare con prodotti italiani di qualità. Si è sempre cercata invece la via più semplice e meno dispendiosa nell’immediato, ma commercialmente debole, quella cioè di limitarsi a vendere i prodotti a catene di consumo alimentare non di proprietà e controllo. Eppure avevamo sviluppato in Italia luoghi che avrebbero potuto essere estesi in città all’estero. Ma anziché proporre stili di vita e luoghi che generano i consumi si è preferito vendere prodotti. E’ stato un errore i cui effetti si sono visti poi. Chi ne ha tratto i benefici da questa miopia sono stati i prodotti simili o la bassa qualità. Insomma bisognava saper affrontare il mercato con altre strategie, non solo con la vendita del prodotto e investire in beni immateriali. Cosa che non sembra ancora oggi molto gradita agli indigeni felinesi del maiale, così come ad altri consanguinei del tipico industrializzato! Non si va oltre la forma autocelebrativa compassata. Ho poi proposto alla Direzione dell’Unione Industriali di Parma: 1)la necessità di tutelare con brevetto i prodotti tipici; la tracciabilità del prodotto, che ne definisce la filiera produttiva, doveva costituirne la necessaria motivazione; 2)la costituzione di un Ente detentore della proprietà dei brevetti dei prodotti tipici; 3)inserire nelle caratteristiche del prodotto tipico gli elementi che definiscono l’equilibrio ecosistemico del luogo; limitare la produzione in funzione ecosistemica e non di mercato. 4)effettuare una scelta strategica di marketing, ad esempio: a) "original" ristretto alla zona di origine; b) "licenced" prodotto in altre aree o Paesi, soggetto però alla tutela di un consorzio e al collegamento con una marca del luogo d’origine; 5)royalty che regolano il sistema economico. Questa ipotesi, estesa a tutti i prodotti tipici, potrebbe vedere Parma come sede dell’Ente pubblico detentore delle proprietà dei brevetti dei prodotti tipici in Europa. E’ una ipotesi di lavoro, come altre, da valutare nella sua possibilità realizzativa che consentirebbe di coniugare tipicità, contaminazioni culturali, sviluppo mercati, ma soprattutto difesa commerciale. Sono altresì convinto che esistano anche altre soluzioni. Occorre però impegno economico e culturale. Ogni prodotto tipico industrializzato è un codice alfa numerico, una filiera riconducibile a un sistema composto di hardware e software. Deve essere protetto, aggiornato e divulgato. Ciò che è stato fatto invece è la concentrazione produttiva industrializzata nel luogo di origine e lasciato il potere contrattuale del mercato del consumo in mano ad altri. Una produzione quindi soggetta alla concorrenza del similare e indebolita nell’identità per l’industrializzazione che il prodotto ha subito. Una filiera si sa è replicabile, soprattutto quando si è anche esportatori delle tecnologie produttive, imprese alle quali non si può certo limitare il mercato. Se un prodotto tipico subisce il processo tecnologico industriale, non è contenibile nell’area d’origine, perché ne ha perso i presupposti e ne ha assunto altri. Si tratta semmai di proteggerne economicamente i valori. E’ un altro esempio del primato della società della tecnica su quella del capitale, che pensava di utilizzare la tecnica, mentre ne subisce le conseguenze in quanto è la tecnica che si avvale del capitale per il suo primato (vedi Severino). I prodotti tipici, e così è il Felino, sono prima prodotti culturali che prodotti fisici. La tutela di un prodotto culturale passa attraverso le regole dell’economia delle conoscenze. Ma forse di queste cose non si è mai voluto parlare e chi lo faceva veniva deriso. Oggi lo sono loro "i salami di Felino" derisi di fronte all’Europa. Forse avran capito che non basta produrre sapori, ma è di gran lunga più importante produrre e gestire i saperi. Ora cosa ci sarà a Felino dopo il salame, se come dice Rifkin il futuro è nel vegetale? Quali politiche future dopo il collasso delle carni? La perdita dell’IGP preludio premonitore o insignificante peso specifico politico/economico? Perché non si apre un dibattito pubblico sulla sostenibilità del sistema locale, delle politiche future del Distretto Agroalimentare Parmense? Può essere ritenuto strategico e oggetto di contribuzioni pubbliche un comparto industriale alimentare di derivazione animale i cui prodotti nella piramide alimentare non sono ritenuti essenziali, nutrizionalmente dannosi, ambientalmente, socialmente e economicamente insostenibili? Perché non si pongono le basi per un centro di ricerca per nuovi prodotti alimentari e non solo funzionale all’esistente? Si vuole entrare nell’economia delle conoscenze o si preferisce rimanere in quella nostalgica e della parodia storica? Son pronti comunque i musei del cibo, che arrivando con venti anni di ritardo, anziché essere funzionali al marketing territoriale lo sono per l’archeologia alimentare; costituiranno infatti la memoria storica locale di ciò che non sarà più! (Parma, 23 dicembre 2003)

Luigi Boschi