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Così Putin ha retto alle sanzioni

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Vladimir Putin (afp)
Vladimir Putin (afp)

Noi occidentali (Ue e USA), non dovevamo tergiversare, quando vedevamo le colonne di armamenti muovere sulla Ucraina, le intenzioni del criminale di invadere lo stato ucraino erano palesi, avremmo dovuto dare fin da subito la contrarea e realizzato la noflyzone nei territori ucraini, la situazione non si sarebbe protratta così a lungo e probabilmente le vittime ucraine sarebbero state minori, anche perché le colonne armate russe, non erano equipaggiate per un lungo periodo di conflitto. Volevano occupare la capitale Kiev e sostituire Zelensky con un loro uomo, ma non ci sono riusciti. Invece li abbiamo lasciati invadere, e Putin ci ha portato dove voleva a una lunga guerra e lo spauracchio dell’uso nucleare. Lui poteva contare su mercenari e milioni di uomini russi. Noi no! e così ora non sappiamo come uscirne. Le sanzioni economiche, finanziarie inflitte non saranno sufficienti. E non possiamo permettere a Putin di vincere questa guerra con trattati di cessioni territoriali invasi. Gli ucraini con i nostri armamenti si sono battuti per la loro libertà e quella dell’Europa. E ora Zelensky dovrebbe firmare un accordo dimenticando i massacri , le città distrutte, un popolo ferito che ha dato la vita per niente? Significerebbe che tutto è stato fatto inutilmente. E la responsabilità è anche nostra (UE e USA) di non aver saputo sconfiggere sul campo il criminale Putin di cui si può sperare la “morte per cause naturali” come quelle di Navalny. Non si doveva arrivare a questo punto. Se vai in guerra, impieghi tutto l’arsenale possibile fin da subito (evitando l’atomica), visto che si sapeva cosa stava facendo Putin. I “servizi” non potevano non sapere, da tempo erano informati. Dovevamo intervenire prima, colpendo anche aree vitali di Mosca come Putin stava facendo in Ucraina. Si voleva evitare uno scontro mondiale, che è comunque avvenuto. Il criminale russo ha voluto colpire la cultura democratica occidentale e destabilizzare tutto il mondo. Dopo l’Ucraina è scoppiata la guerra a Israele, quella sul canale di Suez, e altri rigurgiti del Ruanda, del Kosovo, della Siria e Iraq. Tutto parte dalla Russia di Putin e dall’Iran. Sono i nemici delle democrazie occidentali in gande declino. Ora non basta sconfiggere la Russia, si deve eliminare il criminale Putin, per mano degli stessi russi.  LB     

STEFANO STEFANINI

Dopo due anni di guerra in Europa è ora, per noi europei, di guardare in faccia la realtà. La guerra è il risultato dell’aggressione russa all’Ucraina in barba a tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite e dell’Atto finale di Helsinki. Non c’è, in Europa, un problema ucraino. Gli ucraini non chiedevano, e non chiedono, di meglio che essere lasciati in pace, possibilmente nel loro territorio internazionalmente riconosciuto – gliene mancava già un pezzo al momento dell’invasione russa ma per recuperarlo si affidavano a politica e diplomazia non all’uso della forza – e con un governo di loro scelta, democraticamente eletto. C’è invece in Europa un problema Russia.

È stata la Russia a riportare la guerra in Europa due anni fa. È la Russia che ha irresponsabilmente minacciato l’uso di armi nucleari, violando il principio non scritto di averle, tenerle e non menzionarle, al punto di mettere in allarme la pacifica Germania. È la Russia che, per bocca del suo Presidente nella recentissima intervista con Tucker Carlson, continua a negare all’Ucraina territorio e sovranità, chiedendo in cambio della pace più di quanto già occupa, circa un quinto dell’Ucraina e una imprecisata “denazificazione” che significa defenestrazione dell’eletto Volodymir Zelensky. Noi europei dobbiamo pertanto domandarci cosa vuole questa Russia. Che è indiscutibilmente la Russia di Vladimir Putin. Chi scrive ha conosciuto un’altra Russia, inizialmente Urss, di Gorbačëv e di Eltsin, che appartiene a una diversa era geologica, ma ha anche conosciuto molti russi. Mi permetto pertanto di dubitare dello spessore del consenso su cui poggia il regime e che sarà senz’altro confermato nelle elezioni presidenziali del 17 marzo (ndr:con inevitabili brogli come ha sempre fatto Putin).

La repressione dell’opposizione, culminata nell’eliminazione di Aleksey Nalvalny, e la fuga all’estero di più di mezzo milione di russi sono i sintomi più visibili di dissenso interno. Molti semplicemente lo nascondono. Questo non impedisce che oggi il controllo del Cremlino sul Paese sia totale. Negli ultimi sei mesi Vladimir Putin si è sbarazzato di chi metteva in discussione il suo potere facendo a gara di nazionalismo – Evgenij Prigozhin – e lo sfidava democraticamente – Aleksejy Navalny. Messaggio chiarissimo a chi covi idee di alternanza o ricambio: «non pensateci neppure».

Il cosa vuole la Russia diventa pertanto il cosa vuole Vladimir Putin. Difficile, e aleatorio, avventurarsi in tentativi di analisi della psiche del Presidente russo. Lo fa, brillantemente, Giuliano da Empoli nel Mago del Cremlino ma – come premette l’autore è un romanzo. Dopo due anni di guerra e di sanzioni, si possono però trarre alcune conclusioni dalla condotta del Presidente russo. Che, del resto, ha ripetutamente esplicitato il suo pensiero in più di un’occasione. Si intersecano tre componenti: nazionalismo panrusso; ambizioni imperiali; resistenza all’influenza occidentale. Tutte e tre si fondono nell’infausta avventura ucraina.

Nella grande Russia non c’è posto per l’Ucraina indipendente perché nelle lezioni di storia che Putin impartisce liberamente l’Ucraina semplicemente non esiste se non come un’appendice della Russia. Se l’ “operazione speciale” di due anni fa fosse andata a buon fine la Russia non avrebbe fatto altro che riprendersi il suo, installando un governo fantoccio a Kiev. In quest’ottica etno-nazionalista, Putin si sente investito del diritto di proteggere tutte le popolazioni russofone sparse nell’ex-Urss compresi i Paesi Baltici, specie Estonia e Lettonia.

L’Unione Sovietica, che il Presidente russo non ha mai nascosto di rimpiangere, era una superpotenza; la Russia fu degradata da Barack Obama al rango di potenza regionale. Mai osservazione fu più calzante nei fatti e meno opportuna politicamente. A parte il malcelato livore causato a Putin, metteva a nudo le debolezze strutturali russe, economiche, tecnologiche, demografiche. Per tornare ad essere grande potenza mondiale Mosca ha bisogno di allargarsi e di accaparrarsi risorse e gente di altri Paesi. Ha bisogno dell’impero. A chi toccherà dopo l’Ucraina? L’Asia centrale, ricca di risorse e dalle frontiere indifendibili, trema in silenzio.

La terza molla dietro l’aggressione russa all’Ucraina è difensiva sì, ma non da inesistenti minacce militari esterne – chi mai si sognerebbe di attaccare un Paese con più di cinquemila bombe atomiche? I tempi di Napoleone e Hitler sono finiti – ma dal contagio democratico. Le rivoluzioni colorate nell’ex-Urss sono state sempre una spina nel fianco di Vladimir Putin perché piantavano germi di libertà e stato di diritto ai confini della Russia, mentre dentro egli stava progressivamente rafforzando un sistema autocratico dietro il paravento di elezioni pilotate. L’Ucraina nell’Ue è per il Cremlino una minaccia più letale dell’Ucraina nella Nato.

Dopo due anni di guerra senza soluzione in vista il cosa fare per l’Ucraina è un interrogativo ineludibile. Ma è un effetto, non una causa. La causa è la Russia. Il problema alla radice è il cosa fare con la Russia. Con la Russia nazionalista, imperialista e autocratica di Vladimir Putin perché in questo momento non ce ne sono altre sul mercato. Questa la riflessione da fare il 24 febbraio del 2024. Ci deve far capire che la partita della sicurezza europea si gioca nell’impedire una vittoria russa in Ucraina. Altrimenti sono guai per tutti. Chi inizia una guerra e la vince non si ferma finché non ne perde una. Meglio che la perda subito per prevenirne altre. 24 Febbraio 2024

Fonte Link: lastampa.it