Home Produzioni LB Articoli LB La Forza del Destino al Regio di Parma per il Festival Verdi...

La Forza del Destino al Regio di Parma per il Festival Verdi 2022 secondo Balestrazzi e la risposta di Luigi Boschi

708
0

Secondo Mauro Balestrazzi
La temuta protesta per l’apertura del Festival Verdi non ha compromesso la serata che si è conclusa con un grande successo degli interpreti e anche del maestro Abbado, obiettivo dei contestatori per aver scelto di dirigere l’opera con i complessi bolognesi
È stranoto che La forza del destino ha una fama sinistra che nel superstizioso mondo teatrale suscita sempre malcelate apprensioni. Stavolta, si può dire che abbia portato sfortuna non agli esecutori, ma a quei pochi e un po’ patetici contestatori che si diceva ne volessero addirittura impedire l’andata in scena.
Motivo della protesta, l’avere il teatro affidato la serata inaugurale del festival ai complessi del Teatro Comunale di Bologna. Questa testata è stata la prima a denunciare, mesi fa, l’indelicatezza e l’errore di questa scelta: ma che senso aveva sfogare ieri sera il risentimento contro il maestro Roberto Abbado, “colpevole” di aver scelto di dirigere l’Orchestra e il Coro bolognesi? Non era nelle sue competenze stilare la programmazione del festival e decidere con quale titolo inaugurare: Abbado ha fatto quello che il teatro gli ha consentito di fare.

Contestazione sbagliata, quindi, e anche un po’ velleitaria perché messa in piedi da poche persone all’ingresso del maestro (con qualche buu e un fischietto, segno che non si sa neanche più fischiare come si deve…), ma già dopo pochi secondi messa a tacere dalla musica, perché Abbado ha dato subito l’attacco all’orchestra. Il tentativo si è ripetuto all’inizio del terzo e quarto atto, quando Abbado tornava sul podio, e anche alla fine, sempre più stancamente. Uno striscione esposto prima all’esterno del teatro con la scritta “Giù le mani dal Regio” poi è comparso anche sul parapetto del loggione.
Purtroppo per i contestatori, era sbagliata anche l’occasione perché è coincisa con la miglior direzione di Abbado da quando è direttore musicale del festival. Quindi, quando il maestro è uscito al proscenio alla fine dell’opera, le timide disapprovazioni sono state sommerse dalle ovazioni che hanno salutato tutti i protagonisti, a cominciare dal tenore Gregory Kunde.

Lasciando stare il grande Alfredo Kraus e i tenori lirici e leggeri, facili alle acrobazie vocali e ai sovracuti, da quanto tempo una voce del calibro di Kunde non suscitava un simile entusiasmo in una prima al Teatro Regio? Se la memoria non mi tradisce, bisogna riandare indietro di oltre trent’anni, quando Giuseppe Giacomini, un altro “tenór dabón” (“un tenore sul serio”, come i vecchi loggionisti battezzavano questi artisti), conquistò il pubblico nella Fanciulla del West. La romanza che apre il terzo atto, “O tu che in seno agli angeli”, ha scatenato bordate di applausi, ma tutta la prova di Kunde è stata superlativa: oggi non c’è tenore che in questo repertorio gli stia alla pari e forse il Regio dovrebbe fargli un contratto per i prossimi due o tre festival, canti Otello, o Ernani, o i Vespri o quello che vuole…

A Kunde ha dato una valida collaborazione, nei grandi duetti dell’opera, il baritono Amartuvshin Enkhbat, ormai un fedelissimo di questo festival, anche lui molto festeggiato dopo la sua aria “Urna fatale”. Il resto del cast era un po’ più raffazzonato. Il soprano ucraino Liudmyla Monastyrska, di casa in teatri come il Metropolitan e il Covent Garden, ha ricordato quei soprani drammatici che si reclutavano all’Est negli anni 80 e 90, voci potenti ma di dizione incomprensibile (di Dimitrova ce n’era una soltanto, che il cielo l’abbia in gloria). Il basso Marko Mimica è sembrato un po’ immaturo come Padre Guardiano, mentre il baritono Roberto De Candia ha realizzato un Melitone giustamente non macchiettistico e il mezzosoprano Annalisa Stroppa è stata una Preziosilla un po’ leggerina ma efficace. Bene anche gli altri comprimari.

Ottimamente assecondato dall’Orchestra e dal Coro del Comunale, Abbado, come si è detto, ha offerto forse la sua migliore prestazione parmigiana, cogliendo molto bene, come del resto già aveva fatto l’anno scorso con il Ballo in maschera, la molteplicità di toni e situazioni (drammatiche e comiche, private e di massa) che sono il segno caratterizzante di questo grande affresco verdiano, e conferendo anche efficace rilievo agli squarci orchestrali, dalla trascinante sinfonia iniziale al delicato preludio del terzo atto alla concitata scena della battaglia. Come da attento cronista ha segnalato Alberto Mattioli nel programma di sala, il maestro si è ben guardato dal nominare il titolo dell’opera e non sappiamo quanto questa precauzione lo abbia aiutato a superare gli ostacoli (non solo musicali) della serata. Battute a parte, speriamo di risentirlo al Regio anche se non più da direttore musicale del festival. 

Regia, scene e costumi erano affidati al greco francese Yannis Kokkos, un altro nome prestigioso in campo internazionale, che avrebbe dovuto inaugurare la stagione della Scala due anni fa con la Lucia di Lammermoor, titolo che per la pandemia è stato rinviato e andrà in scena il prossimo anno. Kokkos nasce come scenografo, e si vede. Accompagna la vicenda un grande fondale, con un cielo buio e gonfio di nuvole che si rincorrono di atto in atto, e pochi elementi stilizzati e sghembi (forse segno della violenza della storia) come la facciata della chiesa, scheletri di edifici, grandi croci.

Nel finale purificatore, lo sfondo della scena si illumina. L’ambientazione è senza tempo, anche se alla fine spuntano kalashnikov, e l’impianto tradizionale favorisce naturalmente la lettura del testo, come piace ai loggionisti. Il fatto è che questo è uno spettacolo vecchio, anche bello a vedersi, ma manca assolutamente una regia che guidi e indirizzi i cantanti: i quali si lasciano andare a gestualità inappropriate o involontariamente ridicole (Alvaro pensieroso che tiene una mano sul mento o scuote la testa, il Padre Guardiano che appoggia le mani sulle spalle di Leonora, per non parlare delle ridicole mossette da avanspettacolo di Preziosilla nella scena della taverna…). Però, per una volta, il pubblico applaude e il regista esce contento. E noi con lui. (23 SETTEMBRE 2022)
Fonte Link. Parma.repubblica.it

Balestrazzi, il suo educato orecchio al suono del maestro Abbado, sembra divenga sordo ai prolungati e sonori fischi del loggione. I volantini lanciati; lo striscione “Giù le mani dal Regio” all’esterno e all’interno per lei non sono sufficienti per determinare una vera contestazione.   
Per lei questi non bastano per definire una contestazione? Certo lei avrebbe voluto forse qualche arresto o feriti come al G8 di Genova o l’assalto alla CGIL di Roma? Anche nella contestazione noi parmigiani dimostriamo una qualità di comportamento rispettosa del pubblico pagante, dei turisti, degli artisti. Un rispetto che non ha mai avuto la signora Meo nei confronti delle masse artistiche locali, delle maestranze, dello stesso Teatro che ha denigrato tutti in modo vergognoso (da licenziamento immediato) nella sua intervista da NY (LINK). Io e lei Balestrazzi apparteniamo a mondi diversi. Non è la prima volta che ci scontriamo: lei sosteneva la OTR di Pellegrini e Maghenzani (orchestra a chiamata) che utilizzava una convenzione nulla e il caporalato musicale (e lei su questo ha sempre fatto finta di non sapere); io pensavo, invece, e penso ancora,  che pur con tutti i difetti possibili, l’orchestra Toscanini andava difesa e sostenuta in quanto bene culturale pubblico presente da sempre a Parma, e da sempre orchestra del Teatro Regio (salvo 10 anni di follia ubaldiana per screzi tra Gianni Baratta e Elvio Ubaldi), orchestra ICO finanziata dalla Regione Emilia Romagna e da molti comuni emiliani compreso quello di Parma. Balestrazzi ha recentemente scritto un articolo sempre a favore della Meo: “Festival Verdi, Meo ai saluti. Ora quale futuro per il Regio?” Roba da strapparsi i capelli e le vesti!! A cui ho risposto tra le  righe del suo testo con mie note di redazione. [LINK]
Per quel che ho letto dei suoi articoli, mi è sembrato sempre un filoistituzionale, più che appassionato di filologia musicale;  pure, ai suoi tempi con Mauro Meli, celebrava il suo libro:  “La musica al rovescio”, Ponte alle grazie editore [LINK]. Cita la causa in corso e una richiesta di 3.670.000 euro di risarcimento per inadempienza contrattuale. Balestrazzi, dovrebbe leggersi i verbali del Cda del Regio, non solo il libro di Mauro Meli. Comunque i suoi amici dell’OTR questa causa l’hanno persa e furono costretti al pagamento delle spese processuali [DOC.SENTENZA PDF]. Ma lei di questo non ne parla divenendo patetico e rivelando il suo servilismo. (“patetico è chi patetico fa”). Lei scrive di “pochi e un po’ patetici contestatori “… ma lei oltre ad essere patetico è pure squallido.  Vede, i cantanti del coro di Parma erano al Teatro Magnani di Fidenza alla prova generale del Trovatore. Quindi dal loggione sono piovuti i fischi del pubblico pagante (45 euro cad).
Capisco il suo imbarazzo dover riconoscere al sottoscritto la primogenitura della contestazione (29 luglio 2022), che lei riporta falsamente alla sua testata (parma.repubblica.it), articolo per cui mi sono pure preso una diffida dalla signora Meo [LINK]. La prima voce che ha più volte e in più occasioni contestato la signora Meo e le sue scellerate scelte di questo Festival Verdi 2022  è stato il sottoscritto nel suo socialblog. Fin dall’incontro pubblico al Regio in cui si manifestò pubblicamente tutto il dissenso del Coro del Regio di Parma che ho riportato sia nel mio canale youtube che sul mio socialblog. [LINK video]  
Non penso che negli anni a venire, nonostante il suo assist, il Maestro Roberto Abbado dirigerà ancora la sua orchestra di Bologna a Parma. Né sarà il direttore principale del Festival Verdi che merita altri direttori più preparati nella filologia verdiana (da sempre sostenuta da Pertusi e Rolli) [LINK].
Capisco che dopo tanta pubblicità sparata sui canali Mediaset e in molti della carta stampata nazionale, una severa critica sui fatti per lei è improponibile.
Siamo alla propaganda di Putin: sono gli Ucraini che sparano a loro stessi e alle loro infrastrutture. Si tace il vero motivo dell’aumento del gas in bolletta, dovuto alla speculazione finanziaria e non per la guerra di Putin che è solo funzionale alla speculazione nella borsa di Amsterdam, ma non determina il costo del gas in bolletta.
Questa è la libertà di stampa italiana! Per non parlare del titolo della Gazzetta di Parma: Regio, applausi ai cantanti. Solo qualche fischio a Abbado”. Si dice: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. (Parma,23/settembre/2022)

Luigi Boschi


 

Previous articleSilvio Berlusconi da Vespa sulla Guerra in Ucraina del suo amico Vladimir Putin
Next articleLe parole di Navalny sulla mobilitazione di Putin