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La rabbia dei disagiati d’Europa, gli italiani non si fidano dell’Europarlamento

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Il rapporto sullo Stato dell’Unione del Censis: la percezione di un declassamento sociale. Il caso Italia: il 49% non si fida dell’Europarlamento. E si continua a non parlare del paradigma monetario con la moneta a debito, principale responsabile dell’impoverimento dei cittadini. LB 

ROMA — 
Un elettore su tre dell’Unione europea arriverà al seggio col «profondo malessere dei perdenti». Oltre 120 milioni di potenziali votanti sbalestrati dalle crisi degli ultimi tre lustri, con gli stipendi impoveriti, il tenore di vita peggiorato, una sfiducia montante verso l’Europa facile da macchiettizzare a matrigna. Un misto di frustrazione e insoddisfazione che gonfia le vele ai partiti populisti che proliferano soprattutto a destra offrendo un senso di protezione dalle insidie esterne. Ricette semplici. Messaggi empatici. Slogan «non necessariamente fondati su basi razionali, ma emotivamente in sintonia con le preoccupazioni espresse dai ceti popolari e dalle classi lavoratrici, che avvertono un crescente senso di minaccia», scrive il Censis nell’ultimo rapporto Lo stato dell’Unione, una “geografia sociale dell’Europa al voto”, che Repubblica illustra in anteprima.

Chi sono i “perdenti”, come li chiama il centro di piazza di Novella, quelli che hanno dovuto subire «un declassamento sociale e che dunque si recheranno eventualmente alle urne con un fardello sulle spalle: il percepito tradimento della promessa di miglioramento delle proprie condizioni»? Sono tanti. Il 34% degli elettori del Vecchio continente vive in zone dove il reddito è diminuito. Dalla grande crisi del 2008 «hanno visto ridursi i propri livelli reddituali, vivono in province periferiche rispetto agli assi produttivi dell’Europa» e soffrono dunque «la bruciante percezione di avere perso posizioni sul terreno del proprio benessere, delle proprie disponibilità economiche e del tenore di vita». Il conto di questo disagio finisce spesso sul tavolo dell’Ue.

I ricercatori del Censis hanno approfondito non solo le dinamiche dei 27 stati membri, ma anche quelle delle singole regioni al loro interno. E così viene fuori che su 233 territori analizzati, in 75 negli ultimi quindici anni si è verificata una variazione negativa dei redditi pro capite. Rispetto ai dati precedenti allo tsunami finanziario del 2008, il reddito disponibile netto per abitante dell’Ue è sì migliorato, anche se di poco: +3,1%. Ma come tutte le medie, è un numero che assorbe e un po’ camuffa discrepanze macroscopiche. Perché i 75 «territori del declassamento» non solo non hanno mai recuperato i livelli pre-crisi, ma rispetto ad allora hanno conosciuto invece una variazione negativa tutt’altro che marginale: — 8,1%. Sono principalmente Grecia, Italia e Spagna, ma anche Francia, Austria, Ungheria, porzioni del Belgio, della Germania e del Portogallo. Se si considerano i 20 territori europei caratterizzati dalle variazioni peggiori, 11 si trovano in Grecia e 7 sono in Italia, in particolare il Lazio (-16% dei redditi pro capite), l’Umbria (-14,7%), la Provincia di Trento (-14,6%) e la Toscana (-14,6%). Di tutti i cittadini europei che hanno sofferto questo declassamento sociale, 4 su 10 sono italiani (il 39,1%). E 6 regioni italiane hanno un Pil pro capite, a parità di potere d’acquisto, ancora inferiore al 75% del Pil pro capite medio dell’Unione. Tutte regioni del Sud: Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Sardegna e Molise.

È l’Europa nel suo complesso che nel corso degli ultimi anni ha conosciuto un progressivo ridimensionamento del proprio peso demografico ed economico (e quindi politico) nel contesto internazionale, spiega il Censis. Quindici anni fa i 27 Paesi che oggi fanno parte dell’Ue “cubavano” — per usare un termine in voga tra politici e commentatori economici — una quota del Pil del mondo pari al 17,7% del totale, mentre oggi, dati del 2023, questa percentuale si è ridotta al 14,5%. E sempre 15 anni fa, gli abitanti dell’Ue a 27 rappresentavano il 6,5% della popolazione mondiale, mentre oggi sono il 5,6%.

Non sorprende allora che meno della metà dei cittadini dell’Unione nutra fiducia nelle istituzioni europee. I dati dell’Italia sono in linea con la media del continente: solo il 49% degli italiani ha fiducia nell’Europarlamento, poco meno (il 46%) nella Commissione. Una tendenza che avrà riflessi sull’astensionismo, secondo Massimiliano Valerii, direttore del Censis: «Alle prossime Europee, in Italia potrebbe votare per la prima volta meno di un elettore su due. E questo trend, alla lunga, può insidiare gli stessi meccanismi di funzionamento delle democrazie liberali». È sempre difficile vaticinare i risultati di un’elezione che coinvolgerà centinaia di milioni di persone, ma «tendenzialmente — riprende il direttore del Censis — saranno premiate le formazioni politiche che si quotano sul mercato elettorale con una veste rassicurante di fronte agli spettri che aleggiano nell’inconscio collettivo europeo». Populisti sia di destra che di sinistra? «Sì, se la definizione di populismo non è liquidatoria di un fenomeno vasto». E Giorgia Meloni, dopo quasi due anni di governo, è ancora attrattiva nella fascia di elettorato antisistema? «Finora è riuscita a procedere su due binari: rassicurante in Ue e nella Nato, populista-emotiva con l’elettorato in Italia. Ma senza affrontare razionalmente i nodi strutturali del Paese non si va lontano» 30 APRILE 2024 
Fonte Link: repubblica.it