Trump ricatta l’Europa su tutto.
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Meloni il tuo ponte con Trump è crollato. Trump è un impostore, alleato di Putin. Non vuole mediatori, ma allineati. Insieme a Vance ha dichiarato più volte l’Europa nemica. Ci hanno apostrofato in modo indegno, ma tu Meloni sei stata colpevolmente zitta. Speriamo che gli americani lo caccino. Trump e Putin ci portano a un conflitto mondiale [LINK]. Tayani cosa aspetti a convocare l’ambasciatore USA per chiarire questa situazione? Trump sarà il vostro fallimento di governo in questi anni. L’Europa vale più dell’amicizia con Trump che disconosce il patto atlantico e minaccia con continui dazi ricattatori se non la si pensa come lui. Allontanarsi dalla amicizia con Trump non significa allontanarsi dall’America come partner. LB
Francesca De Benedetti
L’annuncio del Pentagono sul rientro di 5mila soldati dalla Germania fa parte di un riassetto «prevedibile», come dice il governo tedesco. Eppure è impossibile non leggere in questa mossa l’ennesima pressione del tycoon sugli europei. Berlino e Roma hanno difeso fino a pochi giorni fa la linea morbida sui dazi, ma la condiscendenza non paga. E la mossa trumpiana di scoprire il fianco europeo è un favore anche a Putin [finalmente si saranno ricreduti tutti quelli che pensavano nella trattativa di pace con Putin condotta da Trump come mediatore.]
Lancia attacchi su attacchi, ricatti su ricatti: sferra dazi per premere sull’industria tedesca (e l’indotto italiano di conseguenza), ritarda spedizioni d’armi (pagate agli Usa dagli europei per l’Ucraina), ritira soldati americani dalla Germania (non dove serve a lui ma dove è utile a noi). E tutto questo Donald Trump lo fa con gli alleati europei, figuriamoci coi nemici dichiarati come l’Iran, del quale ha infatti appena respinto la proposta per la pace: un ennesimo ciclo del conflitto «è possibile», commentano i vertici iraniani. [Le sue dichiarazioni pubbliche fanno parte della tagicommedia mondiale. Non è più credibile,ma solo ridicolo e patetico].
Insomma soltanto nella sua lettera al Congresso americano, il tycoon può arrivare a sostenere che «non esiste nessuna guerra» allo stadio attuale. L’incredibile espediente è utilizzato per annichilire il Parlamento e il suo ruolo di contrappeso delle derive presidenziali («No Kings», direbbe qualcuno): il primo maggio sono scaduti quei 60 giorni entro i quali l’inquilino della Casa Bianca poteva gestirsi una guerra senza renderne conto agli eletti. E allora lui che ha fatto? Ha scritto una lettera, «la guerra è finita». Il cessate il fuoco gli è servito quanto basta per poter dichiarare che «non c’è stato scambio di fuoco tra le forze di Usa e Iran dal 7 aprile». Dopodiché il presidente Usa è tornato a far fuoco e fiamme: va alla guerra più che mai, e non solo in Medio Oriente. È all’Europa che il tycoon sta scoprendo il fianco in queste ore: rende le cose tanto più difficili agli alleati quanto più facili a Vladimir Putin.
Ricatto agli europei
«Era prevedibile», ha detto il socialdemocratico Boris Pistorius, che nel governo Merz – alleanza tra Cdu/Csu e Spd – guida il ministero della Difesa, mentre mezza Europa cliccava sulle infografiche cercando di capire quale fosse la reale portata dell’ultimo annuncio del Pentagono, secondo il quale gli Stati Uniti hanno predisposto il ritiro di 5mila dei loro soldati dal terreno tedesco. Rappresentano circa il 14 per cento del totale in Germania (soprattutto nel Sud) e gli esperti in materia, come Christoph von Marschall, notano che «il ritiro non avviene dalle basi di cui gli Usa han bisogno per le loro missioni globali, ma da quelle che servono a dissuadere Putin sul fianco orientale Nato». Quest’ultima dichiara di «star chiedendo spiegazioni» (al daddy, come direbbe il segretario Rutte).

«Se dobbiamo restare transatlantici, ci spetta di rafforzare il pilastro europeo dentro la Nato», ha aggiunto Pistorius. Dentro quel suo laconico commento – «era prevedibile» – è sintetizzata la storia recente: è almeno dall’estate scorsa che Friedrich Merz ha discusso con Donald Trump (con un infittirsi di telefonate prima del vertice dell’Aia del 5 per cento) sul futuro riequilibrio: gli Usa si sarebbero scrollati di dosso un po’ di sicurezza del continente e viceversa la Germania – Merz dixit – avrebbe «assunto la guida della sicurezza d’Europa». Il negoziato, per una Berlino che sperava nella riconversione bellica per salvare la propria industria in affanno, non si era giocato tanto sul se, ma sul come e sul quando. Mentre l’esercito tedesco aumentava la sua presenza a Est, Trump otteneva all’Aia che gli europei gli pagassero le armi per Kiev (il meccanismo Purl). E ora è arrivata pure la doppia beffa: aspettatevi tempi lunghi di consegna e ritardi, pare abbia detto Washington (lo riporta il FT) agli europei, Polonia e Baltici per primi. Motivo ufficiale: guerra in Iran (che però curiosamente al Congresso Trump racconta esser finita).
Se si compongono i tasselli si comincia a vedere il grande (l’ennesimo) favore di Trump a Putin – lasciare l’Europa col fianco più scoperto mentre il tycoon ha bisogno della complicità d’Alaska sul Medio Oriente – oltre che il grande (o l’ennesimo) ricatto agli europei. Il conflitto in Iran, con tutte le sue pesanti conseguenze anzitutto economiche sull’Europa, fa da acceleratore, e non solo perché Merz – sollecitato appunto dalla sua industria – negli ultimi tempi ha smesso di dirsi «in sintonia» con Trump su Teheran (come fece alla Casa Bianca) e ha denunciato pubblicamente «la mancanza di strategia» degli Usa, se non «l’umiliazione da loro subita in Iran». Le schermaglie retoriche sono anzitutto il pretesto che Trump usa per mettere gli alleati sotto pressione.
Fallimento meloniano
La minaccia di dazi al 25 per cento al settore auto è uno smacco alla strategia di Merz e di Meloni. Proprio inseguendo la speranza di tutelare il proprio settore automobilistico, Berlino, con l’accordo di Roma, aveva spinto per il fallimentare patto di Scozia, e dopo che Trump ha più volte fatto saltare il banco – come con le minacce di dazi della crisi groenlandese – l’Europarlamento ha proposto di inserire clausole che tutelino l’Ue in caso gli Usa appunto mandino in tilt l’intesa. Ma Merz e Meloni si sono opposti anche a questo: in vista dei negoziati interistituzionali della prossima settimana, Germania e Italia hanno spinto il Consiglio a opporsi.
Ma per l’ennesima volta la condiscendenza è un boomerang, perché Trump in tutta risposta minaccia proprio il settore auto (che ora a Berlino è in subbuglio). Ore e ore di silenzio da Meloni, che anche all’ultimo Consiglio europeo ha parlato di «rapporti solidi come sempre» con gli Usa, e che sarà forse in pausa di riflessione: a riflettere su come giustificare l’ennesimo colpo all’economia. 02 maggio 2026
Fonte Link: editorialedomani.it







