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C’era una volta la Vigilia di Natale

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Adorazione del Bambino _ Correggio 1526 circa, conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze
Adorazione del Bambino _ Correggio 1526 circa, conservato nella Galleria degli Uffizi di Firenze

C’era una volta la Vigilia di Natale, scandita con la neve sugli alberi e per le strade, sui davanzali delle finestre con i vetri appannati. Le auto con le catene alle ruote con qualche sbandata. Le stufe di terracotta a legna riscaldavano le case, con il camino e le braci nel prete i letti. Nel lungo corridoio di casa si faceva il presepe su un tavolo appoggiato al muro dove trovava posto la carta del cielo blu con le stelle oro; iniziavamo a fare le montagne con pezzi di legna, poi si posava il muschio raccolto fresco sulle rive delle colline o lungo i canali, si raccoglievano anche le asprelle da cucinare in padella, la farina gialla per il deserto, quella bianca sulle montagne; la carta stagnola argento per i canali. Le stradine con i sassolini bianchi. L’illuminazione di tutto il presepe con lucine bianche e colorate nei fili che si nascondevano nel paesaggio e nelle casette. Infine si collocavano tutti i pastorelli, i re magi sul cammello nel deserto, la capanna sul cui tetto si appoggiava la stella cometa, ogni anno diversa. Con San Giuseppe, Maria, il bue e l’asinello. Si attendeva a mettere Gesù bambino la notte di Natale. Il parroco veniva a benedirlo, prima della Vigilia o prima dell’epifania, attribuendo, a sua discrezione, un punteggio a tutti i presepi del paese che sarebbero stati poi premiati successivamente.
Si adornava un albero del giardino o la ringhiera delle scale esterne con i palloncini colorati.   
La sera della Vigilia ci radunavamo nella sala di mio nonno Umberto con tutti i suoi sette figli (Renzo, Ettore, Giannino, Bianca, Noemi, Liliana, Alba), il primogenito Luigi era morto giovanissimo, le loro mogli, mariti e i nipoti, tutti vestiti di nuovo. Mio padre arrivava per ultimo, perché doveva terminare tutte le spedizioni di salumi per i corrieri: il lavoro era la sua missione, come la famiglia per mia madre, disposta a tutto.
Si preparavano le letterine dipinte a mano con lustrini, nelle buste disegnate, da mettere sotto il piatto del nonno e dei genitori.
La sala da pranzo era adiacente la cucina dove le donne dirette da mia nonna Rosa preparavano la cena: pasta in bianco, sogliole fritte, i pesciolini fritti e in carpione (chiamati pesci del malcostume); prima del dolce, il panettone, il torrone, la spongata e il caffè per i soli uomini, il vino era scelto da mio nonno; si recitavano le poesie che avevamo imparato a scuola con la maestra Linda Casalotti e ripetuto a casa la settimana prima. E alla fine della recita il nonno donava a tutti i suoi nipoti il suo premio personale, accompagnato dallo stare abbracciato a lui sulle sue ginocchia. Si andava a messa a mezzanotte sulla strada ghiacciata. Mentre le campane toccavano con il loro richiamo  poco prima della mezzanotte ovattato dalla neve e sotto le stelle. Non eravamo soli per la strada, ci si salutava nel buio imbiancato per ritrovarci poi in Chiesa alla messa. Nessuna paura camminare di notte.  Il Paese era di fatto un presepe vivente.
Finita la messa, non senza essere stati redarguiti tutti dal prete nella sua compiaciuta omelia, era il suo modo di rendersi simpatico… Tornavamo infreddoliti nei nostri cappotti a gruppi di famiglia, alcuni tornavano alle loro case, mentre con la mia famiglia, abitavamo vicino alla chiesa, ci  infilavamo nei letti caldi dalle brace che mia madre aveva premurosamente tolte e riposte sotto la cenere nel camino o nella stufa per tenere le stanze calde per il ritorno e per la mattina seguente. Avevo un mio letto singolo nella camera grande dei miei genitori, nel lato di mia madre, con un balzo spesso, nelle notti più fredde, mi accovacciavo vicino a lei. C’era una finestra che dava sui tigli del cortile, d’estate entrava un intenso profumo, d’inverno dai vetri si ammirava la neve sui rami spogli, un vero ricamo nel cielo. Pur essendo una ampia casa su tre piani, non c’era una stanza da letto per tutti. Eravamo una bella famiglia numerosa con i nonni e gli zii. Mia sorella dormiva nella camera con mia zia Alba quando non era in Collegio alle Orsoline di Parma.
Con la morte di mio nonno Umberto nel ‘64, finì tutta quella favola, ognuno passava la Vigilia a casa sua con la propria famiglia.  Avevo 9 anni, fu per me il primo grande dolore per la perdita di un grande affetto. Ero spesso ogni giorno con lui, abitavamo nella stessa casa. Chiedeva sempre di me a mia madre o a mio padre. La sera della sua morte, mi chiusero in camera perché ero furibondo. Non mi davo pace. Lo vegliai al suo fianco con mio padre tutti i giorni. Non volevo lasciar solo il mio nonno. Finita la favola ci pensò mia madre a tener vive le tradizioni sia con la cena della Vigilia, ma soprattutto con il pranzo di Natale con i suoi mitici cappelletti, una delizia suprema. Non solo per la ricetta, ma vi trasferiva tutto il suo infinito amore per la sua famiglia e in seguito per i suoi  nipotini Jessica, Ursula e Ghito.   
Buona Vigilia di Natale a tutti, nella felicità di ogni famiglia e, se avete la fortuna di averli, state vicini ai vostri nonni. Un bacio alle mie figlie e alle mie nipotine. Che Gesù sia sempre con voi e accompagni la vostra vita. (Parma,23/12/2021). 

Luigi Boschi

il prete nel letto con il braciere
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