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Putin mobilita e minaccia, ma il suo patto coi russi è spezzato

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MICOL FLAMMINI 
La mobilitazione parziale annunciata dal presidente russo aumenta l’intensità della guerra ora che l’Ucraina ha riconquistato ampie porzioni di territori. Il consenso popolare su cui il Cremlino può contare è però sempre minore.

Húsavík. “L’Operazione militare speciale” per denazificare l’Ucraina, dopo sei mesi, si è trasformata in una guerra contro quello che a Mosca viene definito “l’occidente collettivo”. Per combatterla serve cambiare strategia e toni e il presidente russo, Vladimir Putin, in un discorso mattutino e preregistrato alla nazione ha annunciato l’inizio da ieri di una mobilitazione parziale in Russia, giurando di usare tutti i mezzi per raggiungere gli obiettivi di Mosca. Il decreto firmato da Putin sembra vago a sufficienza da dare al ministero della Difesa la possibilità di mobilitare più uomini oltre ai riservisti. E’ difficile che mandare al fronte soldati addestrati in fretta e con armi vecchie cambi le sorti sul campo di battaglia, dove la controffensiva ucraina va avanti.   

Il presidente russo ha presentato la guerra come una sfida di Mosca contro tutti, della Russia costretta a difendere il suo futuro dall’occidente che, dal 1991, anno in cui è caduta l’Unione sovietica, vuole renderla più debole. Questo futuro, che Putin dice di voler proteggere, è un passato spesso ricordato con nostalgia dai russi stessi, ma la volontà di sacrificare i cittadini in un conflitto per cui le motivazioni sono incomprensibili ai più mette l’Ucraina al fianco della guerra che meno i russi hanno compreso e sostenuto nella loro storia: l’Afghanistan, dove morirono, in dieci anni, oltre ventiseimila soldati. 

Putin ha giustificato la mobilitazione con la necessità di proteggere l’integrità della Russia dall’occidente che “sta spingendo Kyiv a spostare l’azione militare sul territorio” di Mosca. Questo territorio però a partire dal prossimo fine settimana potrebbe farsi più ampio, i governatori fantoccio messi dal Cremlino nelle regioni occupate hanno chiesto di organizzare un referendum per annettere le oblast di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson alla Russia, quindi qualsiasi attacco a queste zone, dopo il voto, sarà considerato come diretto alla sovranità russa. Putin ha accusato l’occidente di voler usare tutti i mezzi per distruggere la Russia, anche il “ricatto nucleare”, mai utilizzato in realtà dai paesi occidentali. E’ stato invece il capo del Cremlino a ricordare che Mosca “ha varie armi di distruzione più avanzate di quelle dei paesi della Nato”. 

Dopo il discorso di Putin, è stata trasmessa l’intervista al ministro della Difesa Sergei Shoigu, una delle colonne portanti del conflitto, che ha chiarito quanto il presidente aveva detto già in modo deciso: “Stiamo uccidendo, uccidendo e uccidendo, e quel momento è arrivato: siamo in guerra con l’occidente collettivo”. Il tentativo di trasformare il conflitto in una lotta contro la Nato e gli Stati Uniti e non più come un sacrificio per liberare gli ucraini è l’atto estremo di una guerra che anche per i russi è vista spesso come fuori dal tempo.

Ora Putin obbliga i suoi cittadini a schierarsi con la guerra, non sarà più permesso fare finta di nulla, o guardarla dal divano, attraverso gli occhi deformanti della propaganda: il conflitto entrerà in casa, diventerà un affare di famiglie, di padri, figli, fratelli. Ha scommesso sul nazionalismo russo, sulla fedeltà del suo popolo al mondo russo, ma anche questo calcolo, come quello che lo ha portato a dichiarare la guerra contro l’Ucraina, potrebbe essere sbagliato. I russi provano un forte orgoglio nazionale, ma potrebbero non essere disposti a morire per il nazionalismo e hanno più a cuore la loro sopravvivenza che le vittorie del Cremlino.

Il consenso del presidente russo si basava sulla garanzia di stabilità e di un tenore di vita accettabile, la guerra prima e la mobilitazione dopo hanno portato in Russia il contrario, e la paura di potersi ritrovare al fronte da un momento all’altro. Putin ha tradito il patto con i russi. Dopo l’annuncio della mobilitazione, è aumentata la vendita di biglietti aerei per capitali come Istanbul e Tbilisi, in alcune città sono iniziate proteste contro la mobilitazione, che in russo si dice mobilizacja, ma le persone hanno già iniziato a chiamarla moghilizacja. Un gioco di parole dal termine moghila, che vuol dire tomba. 21 SET 2022

Fonte: il Foglio.it

Crolla Borsa di Mosca, Putin può dare colpo finale a economia russa

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Mosca, Ministero degli Esteri
Mosca, Ministero degli Esteri

NdR: Salvini forse dovrebbe informarsi meglio sulle sanzioni applicate alla Russia. Funzionano eccome sull’aggressore e marginalmente sui Paesi sanzionatori. Capisco il suo imbarazzo mascherato dal sorriso ingannatore di aver sottoscritto un accordo rinnovato, quindi ancora in essere con Russia Unita, il partito del criminale russo.  LB 

Un’escalation in Ucraina con la mobilitazione generale e i referendum allontana gli investitori

Vladimir Putin, nel tentativo di dare una svolta alla guerra in Ucraina, può affossare definitivamente l’economia russa. E’ il segnale che arriva dal crollo verticale della Borsa di Mosca, dopo l’indizione di referendum per l’annessione di alcuni territori ucraini occupati da Mosca e il possibile annuncio di forme di mobilitazione generale da parte del presidente.
Un’escalation del genere può finire il lavoro che le sanzioni internazionali stanno facendo, indebolendo il tessuto produttivo e compromettendo i canali commerciali. Ora, anche sul piano finanziario, le ripercussioni potrebbero essere durissime per Mosca. Gli investitori ‘bocciano’ nettamente le notizie arrivate oggi, con l’indice Moex che è arrivato a perdere anche più del 10% scendendo sotto quota 2.200 punti. Fra i titoli più penalizzati il portale Yandex (il ‘Google russo’) -8,50%, il colosso energetico Lukoil -7,90%, mentre Gazprom, Rosneft e Sberbank registrano perdite superiori al 6%.

Il referendum per l’annessione alla Russia, come già annunciato a Luhansk, Donetsk e Kherson, si terrà anche nell’oblast di Zaporizhzhia dal 23 al 27 settembre, ha comunicato il capo dell’amministrazione militare-civile russa della regione, Yevhen Balitsky, secondo Interfax, in un videomessaggio pubblicato sul suo canale Telegram.

Putin, secondo quanto riferiscono diversi media russi, dovrebbe tenere un discorso in serata, insieme al ministro della Difesa Sergej Shoigu. Intanto, la Duma ha intanto approvato nuove leggi riguardanti la mobilitazione dei militari di leva. 20 settembre 2022

Fonte Link: adnkronos.com

Il Festival Verdi 2022 apre con la diffida della Meo a Luigi Boschi

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festival Verdi 2020: Teatro Regio di Parma

 

Anna Maria Meo direttrice Teatro Regio di Parma

La doverosa critica giornalistica alla prossima inaugurazione del Festival Verdi 2022 che riprende il malumore artistico e cittadino registrato, è diffidata con un imperio legale manipolato e intimidatorio (pagato dai cittadini) dalla direzione uscente del Teatro Regio di Parma. Marameo le mancava pure questo per chiudere in “bellezza” la sua dipartita dalla nostra città.
Vorrebbe pure vietare il dissenso come le più cruente dittature? Non le è bastato, in questi anni, aver tappato la voce al Coro di Parma con le sue scelte malvagie!


immagine dell’opera La Forza del destino

La diffida si riferisce all’articolo del 29 Luglio 2022 : “Forza del destino a Parma per il Festival Verdi 2022: sarà solo contestazione”[LINK]

Un articolo di critica sui fatti commentati relativo alle scelte delle masse artistiche foreste rispetto a quelle locali di Parma (Coro di Parma e Orchestra Toscanini), con grave danno all’immagine dell’unicum verdiano di Parma proposto con il Festival Verdi; alle casse della Fondazione (minor Fus)  e al Coro di Parma che negli anni della Meo si trova in progressivo mancato utilizzo e con conseguente grave perdita economica.  
Scelta artistica di cui si registra un ampio malcontento in città. E’ risaputo e discusso in un acceso incontro pubblico al Teatro Regio.[LINK video]
Forse dovrebbe andarsene in Russia da Putin per vietare la libera critica e la libertà di parola. Da noi in Italia la Costitizione ancora li garantisce (Art.21 Costituzione: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione).

FotoLB: striscione di contestazione all’inaugurazione del FV 2022

E’ l’ultimo atto della uscente Meo che ha usato il Regio di Parma per il suo personale CV nel teatro lirico, ma noi l’abbiamo pagata da imparata, non per la sua formazione. Lei sa che lascia il Teatro Regio lacerato al suo interno come mai lo fu prima. Oltre la contestazione, ipotizzata per sentito dire, non da me minacciata, come vorrebbe, invece, far credere dalla sua diffida, per le sue sciagurate scelte artistiche che penalizzano il nostro teatro, devo difendermi dalla sicumera del potere uscente. Meo dovrebbe guardarsi dentro. Lei sa che diffidare il giusto con la violenza della diffida legale oltre ad essere menzognero (grave per un dirigente pubblico) è compiere un atto antidemocratico di cui dovrà pentirsene anche nel prosieguo della sua attività e pure al cospetto di Dio: “Chi si avvale del potere e non svolge il suo dovere di servizio, sarà maledetto”. Non si può utilizzare il potere pubblico per la propria carriera personale. Se la verità spesso non emerge nelle aule processuali (quelle di Parma non peccano in questo esercizio), la condanna viene dalle coscienze individuali e collettive (dove non ci sono Tribunali ammaestrati). Vi è un solo nome per qualificare questo comportamento: malvagità! (Parma, 20/09/2022)
Luigi Boschi  

DIFFIDA PDF

Kyiv si può permettere di aprire più fronti, Mosca no

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Croce bianca Ucraina
Croce bianca Ucraina

Cecilia Sala

Gli ucraini hanno davanti quattro mesi in cui i rapporti di forza sul campo difficilmente possono essere ribaltati: adesso sono loro a dettare le condizioni e sono i russi a inseguire. Che cosa dobbiamo aspettarci

Kharkiv, dalla nostra inviata. Su un pick up dell’esercito ucraino con la croce bianca disegnata sulle fiancate e sul tettuccio Mykhaylo, il capo dell’unità speciale Hartiya, parla di futuro: “Abbiamo una gran voglia di andare a riprenderci la Crimea, ma il nostro comandante è stato chiaro: almeno per quest’anno di andare in Crimea non se ne parla”. La croce è il simbolo delle forze ucraine, come la Z per le forze di aggressione russe. La parola ucraina “hartiya” è intraducibile in italiano, ma indica un concetto a metà tra “audacia” e “un gruppo di persone che la pensa allo stesso modo”. 

La strada è quella tra Kupyansk e Izyum, nella regione di Kharkiv appena liberata. Le cose sono andate meglio anche di quanto si aspettassero gli autori materiali della controffensiva. “Ci siamo mossi così spediti che per qualche ora neppure i nostri comandanti sapevano con precisione di quanto fossimo avanzati: ma quelli scappavano, noi potevamo fermarci? Le linee di difesa a Balaklya si sono spezzate come un cracker. I russi avevano avuto la pessima idea di posizionare lì la Guardia nazionale, gente che non sa combattere, tanto meno in territorio straniero”.

Nei piani iniziali del Cremlino la Guardia nazionale di Mosca doveva entrare in Ucraina con uno scopo diverso: reprimere le manifestazioni degli ultranazionalisti una volta che Kyiv fosse caduta e un amico di Vladimir Putin come l’oligarca Viktor Medvedchuk o l’ex presidente ucraino Viktor Yanukovych avessero preso il posto di Volodymyr Zelensky. Sei mesi dopo abbiamo scoperto che alla fine di febbraio nella capitale c’erano degli appartamenti pronti per alcuni comandanti della Guardia nazionale russa e addirittura dei tavoli prenotati per loro nei migliori ristoranti del centro. Ma durante la prima fase della guerra Kyiv non è caduta e Mosca ha subito così tante perdite che gli uomini della Guardia nazionale si sono ritrovati in prima linea a Balaklya.

“Kupyansk non è stata una sorpresa solo per voi, neanche noi ci aspettavamo che fosse così semplice: sapevamo di essere più dei russi e che i russi avrebbero indietreggiato al nostro arrivo, ma nelle nostre previsioni la loro nuova linea di difesa naturale sarebbe stata il fiume Oskil (che attraversa la città) invece hanno continuato a scappare fino a sparire del tutto”. I soldati ucraini a Kupyansk hanno messo al lavoro i soldati russi catturati e in questi giorni stanno ridipingendo i muri e le auto su cui gli invasori avevano disegnato delle grandi Z. Sui cubi di cemento piazzati in mezzo alla strada, per rallentare il traffico ai posti di blocco ucraini che fino a pochi giorni fa erano russi, ci sono i segni delle repubbliche separatiste disegnati con la bomboletta spray. E’ un altro esempio del fatto che i russi hanno lasciato la zona di Kharkiv in mano a truppe peggio equipaggiate e meno preparate dei soldati regolari e questo è parte della spiegazione della loro disfatta. 

Era una scelta dettata da necessità: Mosca non ha abbastanza uomini per proteggere sia il sud che l’est. Il Cremlino sta portando avanti da mesi una mobilitazione ombra ma non funziona: con una mobilitazione ufficiale i capi delle Forze armate potrebbero andarsi a scegliere uomini giovani e con competenze utili a sopperire alle mancanze dei battaglioni che in questo momento sono schierati in Ucraina. Con la mobilitazione ombra questa selezione non è possibile, bisogna farsi andare bene chi si presenta spontaneamente e spesso sono persone sopra i cinquant’anni, con problemi economici e nessuna esperienza in combattimento. Alla scadenza del contratto (dopo aver guadagnato qualche migliaio di euro) non lo rinnovano e di conseguenza anche quel poco di formazione che viene fatta loro non è un investimento che si può ammortizzare nel tempo, va sprecato.

Secondo gli analisti, anche se Mosca decidesse domani la mobilitazione generale (avrebbe un costo politico alto e per questo Putin vuole evitarla), gli effetti sulla guerra non si vedrebbero prima del 2023. Gli ucraini hanno davanti quattro mesi in cui i rapporti di forza sul campo – cioè il loro vantaggio – difficilmente possono essere ribaltati: adesso sono loro a dettare le condizioni e sono i russi a inseguire. 

Mosca ha spostato nel sud, nella regione di Kherson, la maggior parte dei suoi uomini migliori e soprattutto i berretti azzurri: un corpo militare d’élite composto da paracadutisti. Questo riposizionamento ha reso possibile lo sfondamento nel nord-est e ne rende possibili altri (meno spettacolari) in Donbas e nella regione di Zaporizhia. Si potrebbe pensare: a questo punto – imparata la lezione – i russi sottrarranno truppe al sud. Ma non sanno dove attaccherà Kyiv la prossima volta e spostare soldati da Kherson potrebbe rivelarsi una mossa suicida perché lì gli ucraini continuano a colpire le basi militari con gli Himars e avanzano lentamente sul terreno lungo tre direttrici: liberare il campo dai difensori in quella zona rischia di essere un altro regalo a Kyiv e una sconfitta da cui sarebbe impossibile risollevarsi.  

Il Cremlino ha di fronte un dilemma: se, come e dove spostare i suoi uomini. Per gli ucraini è un problema meno rilevante perché possono muoverli tagliando per le vie interne – per fare un esempio: un’unità ucraina impiega circa due giorni e mezzo a spostarsi dal fronte sud alla regione di Kharkiv, un’unità russa ci mette una settimana e mezzo. Kyiv si può permettere più fronti aperti, per Mosca avere pochi soldati sparpagliati e non sapere dove concentrarli è un problema.

L’aspetto paradossale di questi ultimi sviluppi del conflitto è che la maggior parte delle perdite subite da Mosca in questa guerra riguarda i soldati del distretto ovest della Federazione che, in teoria, è proprio quello che dovrebbe difendere la Russia da un’aggressione da occidente – cioè da un attacco della Nato. Un’ipotesi che in realtà non esiste, ma che corrisponde a una paranoia di Putin da cui deriva una teoria in voga anche in Italia secondo cui la Russia avrebbe in qualche modo un “diritto naturale” a un paese amico “cuscinetto” sul proprio fianco ovest (cioè l’Ucraina). Una teoria che sposano quelli secondo cui sarebbe stata l’Alleanza atlantica a provocare Putin con il suo allargamento verso est, che però è avvenuto per libera scelta dei paesi dell’Europa dell’est che hanno il terrore dell’espansionismo russo e ottimi esempi da portare a supporto delle proprie paure.

NB Croce Bianca Ucraina
Dalla tradizione fino ai comandanti moderni: il simbolo ora è su diversi equipaggiamenti.
Una croce bianca è apparsa sempre più spesso sull’equipaggiamento militare delle forze armate ucraine. Alcuni rappresentanti delle autorità hanno persino iniziato a utilizzare il simbolo nei loro messaggi. A loro volta, gli ucraini sono persino riusciti a definire la controffensiva delle forze armate «una crociata degli ucraini contro i russi».  Quindi cosa significa questo strano simbolo e perché le forze armate lo usano sul loro equipaggiamento? La croce ha una storia molto antica. La croce equilatera è chiamata “catacomba” o “segno di vittoria”. È apparso al tempo dell’imperatore romano Costantino (306-337 d.C.).

 

“Kupyansk non è stata una sorpresa solo per voi, neanche noi ci aspettavamo che fosse così semplice: sapevamo di essere più dei russi e che i russi avrebbero indietreggiato al nostro arrivo, ma nelle nostre previsioni la loro nuova linea di difesa naturale sarebbe stata il fiume Oskil (che attraversa la città) invece hanno continuato a scappare fino a sparire del tutto”. I soldati ucraini a Kupyansk hanno messo al lavoro i soldati russi catturati e in questi giorni stanno ridipingendo i muri e le auto su cui gli invasori avevano disegnato delle grandi Z. Sui cubi di cemento piazzati in mezzo alla strada, per rallentare il traffico ai posti di blocco ucraini che fino a pochi giorni fa erano russi, ci sono i segni delle repubbliche separatiste disegnati con la bomboletta spray. E’ un altro esempio del fatto che i russi hanno lasciato la zona di Kharkiv in mano a truppe peggio equipaggiate e meno preparate dei soldati regolari e questo è parte della spiegazione della loro disfatta. 

 

Era una scelta dettata da necessità: Mosca non ha abbastanza uomini per proteggere sia il sud che l’est. Il Cremlino sta portando avanti da mesi una mobilitazione ombra ma non funziona: con una mobilitazione ufficiale i capi delle Forze armate potrebbero andarsi a scegliere uomini giovani e con competenze utili a sopperire alle mancanze dei battaglioni che in questo momento sono schierati in Ucraina. Con la mobilitazione ombra questa selezione non è possibile, bisogna farsi andare bene chi si presenta spontaneamente e spesso sono persone sopra i cinquant’anni, con problemi economici e nessuna esperienza in combattimento. Alla scadenza del contratto (dopo aver guadagnato qualche migliaio di euro) non lo rinnovano e di conseguenza anche quel poco di formazione che viene fatta loro non è un investimento che si può ammortizzare nel tempo, va sprecato.

 

Secondo gli analisti, anche se Mosca decidesse domani la mobilitazione generale (avrebbe un costo politico alto e per questo Putin vuole evitarla), gli effetti sulla guerra non si vedrebbero prima del 2023. Gli ucraini hanno davanti quattro mesi in cui i rapporti di forza sul campo – cioè il loro vantaggio – difficilmente possono essere ribaltati: adesso sono loro a dettare le condizioni e sono i russi a inseguire. 

 

Mosca ha spostato nel sud, nella regione di Kherson, la maggior parte dei suoi uomini migliori e soprattutto i berretti azzurri: un corpo militare d’élite composto da paracadutisti. Questo riposizionamento ha reso possibile lo sfondamento nel nord-est e ne rende possibili altri (meno spettacolari) in Donbas e nella regione di Zaporizhia. Si potrebbe pensare: a questo punto – imparata la lezione – i russi sottrarranno truppe al sud. Ma non sanno dove attaccherà Kyiv la prossima volta e spostare soldati da Kherson potrebbe rivelarsi una mossa suicida perché lì gli ucraini continuano a colpire le basi militari con gli Himars e avanzano lentamente sul terreno lungo tre direttrici: liberare il campo dai difensori in quella zona rischia di essere un altro regalo a Kyiv e una sconfitta da cui sarebbe impossibile risollevarsi. 

  

Il Cremlino ha di fronte un dilemma: se, come e dove spostare i suoi uomini. Per gli ucraini è un problema meno rilevante perché possono muoverli tagliando per le vie interne – per fare un esempio: un’unità ucraina impiega circa due giorni e mezzo a spostarsi dal fronte sud alla regione di Kharkiv, un’unità russa ci mette una settimana e mezzo. Kyiv si può permettere più fronti aperti, per Mosca avere pochi soldati sparpagliati e non sapere dove concentrarli è un problema.

L’aspetto paradossale di questi ultimi sviluppi del conflitto è che la maggior parte delle perdite subite da Mosca in questa guerra riguarda i soldati del distretto ovest della Federazione che, in teoria, è proprio quello che dovrebbe difendere la Russia da un’aggressione da occidente – cioè da un attacco della Nato. Un’ipotesi che in realtà non esiste, ma che corrisponde a una paranoia di Putin da cui deriva una teoria in voga anche in Italia secondo cui la Russia avrebbe in qualche modo un “diritto naturale” a un paese amico “cuscinetto” sul proprio fianco ovest (cioè l’Ucraina). Una teoria che sposano quelli secondo cui sarebbe stata l’Alleanza atlantica a provocare Putin con il suo allargamento verso est, che però è avvenuto per libera scelta dei paesi dell’Europa dell’est che hanno il terrore dell’espansionismo russo e ottimi esempi da portare a supporto delle proprie paure.

NB
Una croce bianca è apparsa sempre più spesso sull’equipaggiamento militare delle forze armate ucraine. Alcuni rappresentanti delle autorità hanno persino iniziato a utilizzare il simbolo nei loro messaggi. A loro volta, gli ucraini sono persino riusciti a definire la controffensiva delle forze armate «una crociata degli ucraini contro i russi».  Quindi cosa significa questo strano simbolo e perché le forze armate lo usano sul loro equipaggiamento? La croce ha una storia molto antica. La croce equilatera è chiamata “catacomba” o “segno di vittoria”. È apparso al tempo dell’imperatore romano Costantino (306-337 d.C.).

Fusione nucleare, il reattore coreano punta a 100 milioni di gradi per 300 secondi

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Dopo aver raggiunto la temperatura record di 100 milioni di gradi per quasi 30 secondi, il reattore per la fusione nucleare koreano Kstar punta per il 2025 a superare i suoi limiti e mantenere una “nuvola” di plasma a oltre 100 milioni di gradi per almeno 300 secondi.
I dettagli del record sono stati pubblicati sulla rivista Nature e rappresentano un nuovo passo in avanti per la costruzione delle future centrali a fusione nucleare commerciali.
Kstar (Korea Superconducting Tokamak Advanced Research) è considerato uno dei più avanzati fra i reattori sperimentali per la fusione e lo ha dimostrato in questi anni, segnando importanti record.
Uno dei più significativi lo ha raggiunto nel 2020, quando è stato il primo a mantenere confinato il plasma a oltre 100 milioni di gradi per 30 secondi, senza alcun problema di turbolenze o depositi.
Il record è stato superato successivamente da altri reattori a fusione sperimentali, come quello realizzato dall’Accademia delle Scienze cinese che l’anno successivo ha raggiunto 120 milioni di gradi per 101 secondi.
I dettagli del successo di Kstar sono stati ora pubblicati sul sito di Nature e sul settimanale New Scientist, che ha intervistato uno dei responsabili del reattore, il fisico Si-Woo Yoon. “Le tecnologie richieste per lunghe operazioni con il plasma a 100 milioni di gradi – ha detto il ricercatore – sono la chiave per la realizzazione dell’energia di fusione”.
Il prossimo obiettivo, ha aggiunto, sarà mantenere una temperatura superiore ai 100 milioni di gradi per oltre 300 secondi. Una nuova fondamentale tappa verso lo sviluppo di reattori capaci di replicare in modo efficiente, ossia producendo più energia di quella utilizzata per innescare la fusione, ossia il processo che imita le reazioni che avvengono all’interno del Sole. L’obiettivo ultimo è gettare le basi per avere future centrali a fusione utilizzabili a livello commerciale. 17 Settembre 2022
greenfuture@liberta.it

Fonte Link: liberta.it

Lega-Russia Unita, “scambio di informazioni” in vari ambiti

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Il partito politico nazionale russo “RUSSIA UNITA” rappresentato dal Vice Segretario Generale del Consiglio per le Relazioni Internazionali S.V. Zhelezniak che agisce a titolo dello Statuto del Partito e della deliberazione del Presidium del Consiglio Generale del Partito del “28” Novembre 2016 da una parte, e dall’altra parte il partito politico “Lega Nord”, nella persona di Presidente del partito Matteo Salvini di seguito denominate “Parti”

  • basandosi su un partenariato paritario e confidenziale tra la Federazione Russa e la Repubblica Italiana;
  • esprimendo la volontà di facilitare l’espansione e l’approfondimento della cooperazione multilaterale e la collaborazione tra la Federazione Russa e la Repubblica Italiana;
  • tenendo conto che i rapporti tra i partiti sono una parte importante delle relazioni russo-italiane e sono finalizzate al loro pieno sviluppo;
  • sulla base dei principi di sovranità statale, rispetto reciproco, non interferenza reciproca negli affari interni di ciascuno, partenariato paritario, affidabile e reciprocamente vantaggioso;

Hanno concordato quanto segue:

  1. Le Parti si consulteranno e si scambieranno informazioni su temi di attualità della situazione nella Federazione Russa e nella Repubblica Italiana, sulle relazioni bilaterali e internazionali, sullo scambio di esperienze nella sfera della struttura del partito, del lavoro organizzato, delle politiche per i giovani, dello sviluppo economico, così come in altri campi di interesse reciproco.
  2. Le Parti si scambieranno regolarmente delegazioni di partito a vari livelli, per organizzare riunioni di esperti, così come condurre altre attività bilaterali.
  3. Le Parti promuovono attivamente le relazioni tra i partiti e i contatti a livello regionale.
  4. Le Parti promuovono la creazione di relazioni tra i deputati della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa e l’organo legislativo della Repubblica Italiana, eletti dal partito politico nazionale russo “RUSSIA UNITA” e il partito politico “Lega Nord”, e anche organizzano lo scambio di esperienze in attività legislative.
  5. Le Parti organizzeranno sotto gli auspici di seminari bilaterali e multilaterali, convegni, “tavole rotonde” sui temi più attuali delle relazioni russo-italiane, invitando una vasta gamma di professionisti e rappresentanti della società civile.
  6. Le Parti promuovono attivamente lo sviluppo di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa e la collaborazione di organizzazioni giovanili, femminili, culturali, umanitarie, ecc. al fine di rafforzare l’amicizia, la formazione giovanile nello spirito di patriottismo e di operosità.
  7. Le Parti promuovono la cooperazione nei settori dell’economia, del commercio e degli investimenti tra i due Paesi.
  8. Il presente accordo entra in vigore all’atto della firma dei rappresentanti autorizzati delle Parti e ha una validità di 5 anni. L’accordo è automaticamente prorogato per successivi periodi di cinque anni, a meno che una delle Parti notifichi all’altra Parte entro e non oltre 6 mesi prima della scadenza dell’accordo la sua intenzione alla cessazione dello stesso.
  9. L’accordo è concluso a Mosca il “6” marzo 2017, ed è redatto in due copie, in due esemplari autentici, in lingua russa e italiana.
  10. Il presente accordo non è legalmente vincolante ed è solo una manifestazione di interesse delle Parti nella interazione e cooperazione.

Mosca, 6 marzo 2017

Il partito politico “Lega Nord”
Salvini

Il partito politico nazionale russo “RUSSIA UNITA”
Zheleznyak

(Fonte: affaritaliani.it, 4/04/2022)
Fonte Link: radicali.it

Giorgia Meloni su Putin

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Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

Meloni non bastano le elezioni (taroccate) per sostenere la credibilità di un dittatore sanguinario.
Così scriveva Giorgia Meloni su Facebook il 18 marzo 2018“Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo in queste elezioni russe appare inequivocabile”.

18 Settembre:San Giuseppe da Copertino

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Nome: San Giuseppe da Copertino
Titolo: Sacerdote
Nome di battesimo: Giuseppe Maria Desa
Nascita: 17 giugno 1603, Copertino, Lecce
Morte: 18 settembre 1663, Osimo, Ancona
Ricorrenza: 18 settembre
Martirologio: edizione 2004
Tipologia: Commemorazione
Patrono di:OsimoCopertino
S. Giuseppe nacque a Copertino in Puglia nell’anno 1603 da pii genitori e prevenuto dall’amore di Dio, passò la sua infanzia in santa semplicità e purezza di costumi. Liberato dalla Vergine Madre di Dio da una lunga e molesta malattia, sopportata con mirabile pazienza, si diede con fervore alle pratiche di pietà, e per unirsi più strettamente a Dio che lo chiamava a grandi cose, risolvette d’abbracciare l’ordine serafico.

Dopo varie peripezie, fu ricevuto tra i Minori Conventuali del convento della Grottella, dapprima come laico e poi come chierico. Dopo la professione solenne, ordinato sacerdote, si propose di condurre una vita ancor più perfetta. Cosicché avendo rinunziato a tutti gli affetti mondani e alle cose non assolutamente necessarie alla vita, martoriò il corpo con cilici, discipline, catenelle: in una parola con ogni sorta di austerità e sofferenze, mentre nutriva continuamente lo spirito col soave alimento della orazione e della contemplazione più sublime. Onde l’amor di Dio, già diffuso nel suo cuore fin dalla prima età, andò sempre più crescendo.
La sua ardentissima carità rifulse singolarmente nelle estasi e nei rapimenti. Era obbedientissimo ai suoi superiori. Imitò talmente la povertà del serafico suo Padre S. Francesco che, sul punto di morire, potè confessare con tutta verità al suo superiore di non aver nulla da lasciare. Pertanto morto a sè ed al mondo, manifestava la vita di Gesù nella sua carne.

Eroica fu la suà carità verso i poveri, gl’infermi, gli affiati da qualsiasi tribolazione. La sua carità non escludeva neppure quelli che lo assalivano con oltraggi ed ingiurie, accettando tutto con la stessa pazienza, dolcezza e serenità che mostrò nel sopportare le tante e penose vicissitudini della sua vita.

Ammirato poi non solo dal popolo ma anche dai prìncipi per la sua eminente santità e doni celesti, egli si mantenne talmente umile, che stimandosi gran peccatore, pregava Dio con insistenza perchè gli sottraesse i suoi doni straordinari, e chiedeva agli uomini che dopo morte gettassero il suo corpo in un luogo dove la sua memoria fosse del tutto obliata. Ma Dio che esalta gli umili e che aveva arricchito il suo servo di celeste sapienza, del dono della profezia, della penetrazione dei cuori, delle guarigioni e d’altri privilegi, rese preziosa anche la sua morte e glorioso il sepolcro. Come aveva predetto morì a Osimo, a 61 anni di età. Benedetto XIV lo inscrisse nell’albo dei Beati, e Clemente XIII in quello dei Santi. Clemente XIV ne estese l’Ufficio e la Messa a tutta la Chiesa.

PRATICA. Ricordiamoci che la nostra vera dimora non è su questa terra, ma in cielo. Recitiamo sovente l’atto di speranza.

PREGHIERA. O Dio, che hai predetto di voler attrarre tutto al tuo Figliuolo Unigenito, dopo che fosse stato sollevato da terra, concedi benigno che per i meriti e l’esempio del tuo serafico confessore Giuseppe, elevandoci al di sopra di tutte le terrene cupidigie, noi meritiamo di giungere a lui nella gloria eterna.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Osimo nelle Marche, san Giuseppe da Copertino, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, che, nonostante le difficoltà affrontate durante la sua vita, rifulse per povertà, umiltà e carità verso i bisognosi di Dio.

PREGHIERA DELLO STUDENTE
A SAN GIUSEPPE DA COPERTINO

O San Giuseppe da Copertino, amico degli studenti e protettore degli esaminandi, vengo ad implorare il tuo aiuto.

Tu sai, per tua personale esperienza, quanta ansietà accompagni l’impegno dello studio e quanto facili siano il pericolo dello smarrimento intellettuale e lo scoraggiamento.
Tu che fosti assistito prodigiosamente da Dio negli studi e negli esami per l’ammissione agli Ordini Sacri, chiedi al Signore luce per la mia mente e forza per la mia volontà.

Tu che hai sperimentato tanto concretamente l’aiuto materno di Maria, Madre della Sapienza, pregala per me, perché possa superare facilmente tutte le difficoltà negli studi e negli esami. Amen.

Fonte Link: santodelgiorno.it

Commento al Vangelo di Padre Enzo Bianchi: Perdonare per essere perdonati

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18 Settembre 2022
XXV Domenica del tempo Ordinario
di Enzo Bianchi

Lc 16,1-13
¹Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. ²Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». ³L’amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d’olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.  Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. ¹⁰Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. ¹¹Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? ¹²E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? ¹³Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
Ci sono parabole di Gesù ben costruite e con un messaggio evidente, altre invece più contorte, meno lineari, il cui messaggio va cercato con cura e intelligenza. In questo capitolo 16 del vangelo secondo Luca ci troviamo di fronte a due parabole riguardanti gli atteggiamenti verso il denaro e la ricchezza, parabole proclamate una in questa domenica e una nella prossima (Lc 16,19-31).
Certamente la parabola odierna, quella dell’economo ingiusto, disonesto, che non agisce con rettitudine, può sembrare scandalosa, per il lettore superficiale può addirittura risultare immorale, ma occorre fare attenzione e discernere il vertice teologico presente nel racconto: allora lo si capirà in fedeltà all’intenzione di Gesù. Cerchiamo dunque con umiltà di faticare, di esercitare l’intelligenza per arrivare a comprendere anche questo brano in modo evangelico, cogliendo in esso la “buona notizia”.

 

Un uomo ricco ha un economo che ne gestisce gli affari, ma tutt’a un tratto quest’ultimo risulta essere un dissipatore dei suoi beni. Allora il padrone lo chiama e gli chiede: “Che cosa sento dire di te? Rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più essere mio economo!”. È qualcosa che accade abbastanza spesso, perché la tentazione dell’ingiustizia, del pensare a se stessi e del non essere responsabili di una proprietà altrui è facile e ricorrente. Ma come reagire quando si viene scoperti? Qui l’economo, di fronte alla minaccia del padrone e alla prospettiva di perdere il lavoro, si mette a ragionare, a pensare al suo futuro. Egli medita tra sé: “Che cosa farò? Lavorare la terra? Non so farlo, non ne ho più la forza. Mendicare? Mi vergogno”.

 

Ed ecco che nel suo dialogo interiore giunge a una soluzione: farsi amici alcuni debitori del suo padrone, per poter contare su di loro. Ma deve fare tutto prestissimo, per questo convoca subito i debitori. Al primo domanda: “Quanto devi al mio padrone?”. Quello risponde: “Cento barili d’olio”. Ed egli replica dimezzandogli il debito: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. A un altro, che deve cento sacchi di grano, l’economo ne condona venti. Ecco una vera frode, una condonare i debiti senza l’autorizzazione del padrone, una palese ingiustizia! Eppure il padrone, venuto a conoscenza dell’inganno operato ai suoi danni, si congratula con l’economo disonesto, che secondo Gesù è figlio di questo mondo delle tenebre, dunque è un figlio di Satana, colui che combatte i figli della luce che vivono nella giustizia.

 

Allora perché l’elogio, le congratulazioni? Per l’azione ingiusta? No, ma per la capacità di farsi degli amici, donando e condividendo proprio quella ricchezza ingiusta. Così quell’economo ingiusto non dissipa più i beni di cui è amministratore, ma li onora, condividendoli con quanti non hanno nulla. Ecco dove sta la buona notizia, il vangelo: ciò che è urgente, l’azione buona, è distribuire il denaro di ingiustizia ai poveri, non conservarlo gelosamente per sé. Proprio queste parole di Gesù vogliono essere buona notizia per i ricchi, perché ora sanno come devono amministrare i beni non loro: distribuendoli a tutti. L’esemplarità di questo economo ingiusto non va dunque individuata nel suo agire disonesto, ma nella sua capacità di discernimento della situazione in cui si trova, di adesione alla sua realtà segnata da molti limiti e di agire conseguentemente con intelligenza.
Attenzione, in questo racconto e nel successivo commento di Gesù compare per ben cinque volte il termine ingiustizia/ingiusto (adikía/ádikos) per definire l’economo e la ricchezza, Mammona. L’ingiustizia è dunque denunciata e condannata: non c’è altra via di giustizia se non quella di donare la ricchezza condividendola con i poveri, quelli che sono beati e ai quali è promesso il regno di Dio (cf. Lc 6,20). Il denaro resta “Mammona (da ’aman, che significa “credere”!) di ingiustizia”, definizione presente anche negli scritti di Qumran, che ne proclama l’iniquità radicale. Lo sappiamo bene: il denaro cattura la fede, incanta, seduce, dà falsa sicurezza, ruba il cuore, inganna e diventa il tesoro prezioso, l’idolo nel quale si confida (cf. Lc 12,34; 1Tm 6,17). È vero che il denaro è solo uno strumento, ma siccome chiede di avere fede-fiducia in lui, occorre vigilare per non essere da lui dominati e, al contrario, occorre donarlo, distribuirlo, condividerlo. Se infatti lo si accumula e lo si trattiene per sé, finisce per essere alienante: non è più posseduto, ma è lui a possedere chi lo ha nelle proprie mani!
Proprio per questo nel vangelo secondo Luca c’è una grande rivelazione fatta dal demonio stesso a Gesù al momento delle tentazioni nel deserto: “A me è stata data tutta questa ricchezza” – data da Dio, potremmo dire – “e io la do a chi voglio” (cf. Lc 4,6). Sì, chi accumula ricchezze è un amministratore di Satana, lo sappia o meno; per questo nella nostra parabola l’uomo ricco che dà in gestione all’economo molti beni può essere figura del demonio. L’unico modo per sfuggire alla schiavitù satanica è distribuire, donare il denaro, i beni, condonare i debiti: il denaro accumulato è sempre sporco, per ripulirlo basta condividerlo!
Il cristiano sa dunque che c’è un Mammona con la maiuscola, un idolo forte e seducente che può diventare un Kýrios, un Signore, rendendo servo e schiavo chi ne è amministratore. Il discepolo di Gesù – come ricorda chiaramente Gesù stesso – non può servire due padroni, ma è posto di fronte a una scelta:
o amare e servire uno, o amare è servire l’altro;
o ripudiare uno, o ripudiare l’altro,
perché i due padroni sono antitetici, sono concorrenti nel richiedere fede-fiducia.
Come discepoli di Gesù, possiamo guardare all’orizzonte del Regno, dove ci attende la grande comunione degli amici del Signore nella vita eterna. Ci accoglieranno con amicizia tra loro proprio i poveri, quelli che ci siamo fatti amici qui sulla terra giorno dopo giorno con la danza del dono e l’esercizio della condivisione. Non saremo soli, ma saremo una comunione di amici, se nell’amicizia ci siamo esercitati qui e ora, donando e accettando i doni.
Ma in questa parabola e nelle parole con cui Gesù la commenta c’è solo un’esemplarità legata alla condivisione dei beni con i poveri? Non c’è forse anche un invito rivolto da Gesù ai discepoli, ai “figli della luce”, affinché siano capaci di esercitare intelligenza, creatività e audacia, come sanno fare purtroppo i “figli di questo mondo”? C’è infatti quasi un rammarico in questa constatazione di Gesù riguardante i suoi seguaci: non sanno essere phrónimoi, capaci di intelligenza, di discernimento e di vigilanza!
Soprattutto oggi, in un mondo indifferente all’annuncio di Dio, perché i cristiani non sanno far comprendere che il Vangelo è una buona notizia? Perché il discorso cristiano continua a essere così ingombrato e offuscato da tante parole e tanti rivestimenti umani e mondani? Perché non sappiamo dire che il cristianesimo è l’incontro con una persona, Gesù Cristo, il Signore vivente, senza affogare l’annuncio in moralismi colpevolizzanti che gli uomini e le donne di oggi non riescono ad accogliere come salvezza? Perché all’indifferenza dominante nella società non sappiamo opporre la “differenza cristiana”, manifestata in vite umane segnate da bontà, bellezza e beatitudine?
Sì, ancora oggi Gesù continua rammaricarsi di come i figli di questo mondo siano più intelligenti e svegli dei figli della luce!

Covid. Lancet: 17 milioni morti in due anni, “molte evitabili”

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Sforzi per combattere pandemia ostacolati da ‘epidemia di disinformazione’

E’di 17 milioni di morti il drammatico bilancio delle vittime della pandemia secondo la rivista scientifica Lancet.

Secondo un rapporto appena diffuso, durante i primi due anni di Covid, la maggior parte dei governi si è trovata impreparata con risposte troppo lente e scarsa attenzione verso i più vulnerabili.

Una somma di fallimenti, spiega la Commissione Lancet, che ha causato milioni di morti, molte delle quali evitabili.

Non solo: tutti gli sforzi per combattere la crisi sanitaria sono stati ostacolati dalla mancanza di cooperazione internazionale e da una “epidemia di disinformazione”, spiegano i 28 esperti mondiali di politiche pubbliche, governance, epidemiologia, vaccinazione , economia, finanza internazionale, sostenibilità e salute mentale. 

Il documento sulla pandemia di Covid-19 conclude che tutti questi fallimenti globali e diffusi hanno causato “milioni di morti evitabili” e hanno invertito i progressi compiuti in molti paesi per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (SDG). 

“Il numero impressionante di vittime nei primi due anni della pandemia è una tragedia profonda e un enorme fallimento sociale a tutti i livelli”, conclude il presidente della Commissione, Jeffrey Sachs, professore alla Columbia University. Ora è il momento per un’azione collettiva che promuova la salute pubblica e lo sviluppo sostenibile per porre fine alla pandemia, che affronti le disuguaglianze sanitarie globali, che protegga il mondo dalle future pandemie, che identifichi le origini di questa pandemia e che incoraggi la resilienza delle comunità intorno il mondo”, aggiunge.

“Abbiamo la capacità scientifica e le risorse economiche per farlo, ma una ripresa resiliente e sostenibile dipende dal rafforzamento della cooperazione multilaterale, del finanziamento, della biosicurezza e della solidarietà internazionale con i paesi e le persone più vulnerabili”, riassume Sachs.

Il testo, infine, include raccomandazioni per porre fine alla pandemia e affrontare crisi future, ma avverte che tutti gli sforzi saranno inutili senza la cooperazione internazionale che ruoti attorno a un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “riformata e rafforzata” e investimenti che rafforzino i sistemi sanitari e prestino particolare attenzione ai più vulnerabili. 15 Settembre 2022

Fonte Link: rainews.it

 

Quando, come e perché Russia e Cina si sono fatte la guerra nel corso della storia

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Oggi condividono oltre quattromila chilometri di confine, e nei secoli non sono mancati scontri locali, anche cruenti, ma si è sempre riusciti
a evitare conflitti su più larga scala


1 / Assedio di Albazin

Nel 1650, i distaccamenti cosacchi inviati dallo zar di Mosca Alessio Mikhailovich per proseguire l’esplorazione a est della Siberia raggiunsero il fiume Amur, che sfocia nell’Oceano Pacifico. Fu qui che i russi, per la prima volta nella storia, entrarono ampiamente in contatto con la civiltà cinese.

Naturalmente, russi e cinesi avevano fatto conoscenza l’un l’altro molto prima: fin dal Medioevo, erano stati “presentati” dai mongoli, durante le loro campagne di conquista. Tuttavia, non c’erano stati mai contatti permanenti tra i due popoli, né interesse a stabilirli.

La situazione era ormai completamente diversa nella seconda metà del XVII secolo. L’arrivo delle truppe russe sulle rive dell’Amur, abitate da tribù di etnia Daur, che pagavano tributi alla Dinastia Qing, fu percepito da Pechino come un’invasione della sua zona di interessi. I cosacchi, però, intendevano portare con la forza il “principe Bogdaj”, di cui avevano parlato loro i Daur, all’obbedienza allo zar russo, senza nemmeno sospettare che sotto questo “principe” si nascondesse in realtà il potente imperatore cinese.

Per diversi decenni, le truppe russe si scontrarono con le truppe cinesi e manciù (la dinastia Manchu assunse nel 1636 il nome Qing e regnò sulla Cina, dopo aver conquistato Pechino nel 1644, fino al 1912). Il culmine dello scontro russo-cinese furono i due assedi del forte di Albazin (nei pressi dell’attuale villaggio di Albazinó, nella Regione dell’Amur) che la Russia era intenzionata a rendere la sua roccaforte nella conquista dell’Estremo Oriente.

Per diverse settimane, nel giugno del 1685, una guarnigione russa di 450 uomini resistette all’assedio dell’esercito Qing (da 3 a 5 mila uomini). Nonostante il grande vantaggio numerico, i soldati cinesi e manciù erano inferiori ai russi nell’addestramento al combattimento, il che permise ad Albazin di resistere. Tuttavia, non sperando nell’arrivo di rinforzi, la guarnigione capitolò a condizioni onorevoli e si ritirò, ricongiungendosi al resto dell’esercito.

La Russia, tuttavia, non aveva intenzione di arrendersi così facilmente. Un anno dopo, i russi restaurarono la fortezza fatiscente, già abbandonata dai cinesi, e la ripopolarono, ma poco dopo furono nuovamente assediati dalle truppe Qing. Come risultato dei feroci assalti, il nemico perse fino a metà degli oltre 5 mila uomini che avevano partecipato all’attacco, ma non fu in grado di riprendere Albazin.

In conformità con i termini del Trattato di Nerchinsk nel 1689, le truppe russe lasciarono la fortezza, che fu poi distrutta dai cinesi. Nonostante il successo temporaneo, le sanguinose battaglie per Albazin dimostrarono a Pechino che non sarebbe stato così facile mettere fuori combattimento i russi nell’Estremo Oriente.

2 / Ribellione dei Boxer

Alla fine del XIX secolo, le principali potenze europee, così come gli Stati Uniti e il Giappone, approfittando dell’arretratezza tecnologica della Cina, erano attivamente impegnate nello sfruttamento economico del Paese. I cinesi, non volendo vedere la loro patria diventare una semi-colonia, nel 1899 fecero scoppiare una rivolta contro la dominazione straniera nota come Ribellione dei Boxer, perché nacque negli ambienti degli Yihetuan, i gruppi di autodifesa dei villaggi.

Un’ondata di omicidi di stranieri e cristiani cinesi, incendi dolosi di chiese ed edifici delle missioni europee travolse la Cina. Il governo dell’imperatrice Cixi cambiò più volte schieramento, ora opponendosi alla rivolta, ora sostenendola. Quando, nel giugno 1900, l’Yihetuan diede inizio all’assedio del distretto delle ambasciate a Pechino, questo fu il pretesto per un intervento militare su larga scala delle grandi potenze in Cina.

Le truppe della cosiddetta Alleanza delle otto nazioni (Usa, Gran Bretagna, Francia, Italia, Impero austro-ungarico, Impero russo, Impero tedesco e Impero giapponese) in agosto occuparono la capitale cinese dopo aspre battaglie, e il distaccamento russo del tenente generale Nikolaj Linevich fu il primo a irrompere in città. Dopo aver salvato i diplomatici, gli alleati sfilarono in parata proprio di fronte al palazzo degli imperatori cinesi, noto come la Città Proibita, il che venne considerato un grave insulto in Cina.

La Manciuria divenne un altro importante teatro di operazioni militari tra russi e cinesi. La Russia aveva grandi progetti per questa regione. Approfittando della pesante sconfitta della Cina nella Prima guerra sino-giapponese nel 1895, riuscì a concludere una serie di accordi con il governo cinese, secondo i quali ottenne il diritto di affittare parte della Penisola di Liaodong (dove fu immediatamente creata la base navale di Port Arthur; oggi Lüshunkou), nonché di costruire una linea che la raggiungesse, la Ferrovia Orientale Cinese, che percorre tutta la Manciuria. Apparteneva completamente alla Russia e per proteggerla furono dislocati fino a cinquemila soldati russi.

Tale aperta penetrazione della Russia nella regione, alla fine, porterà a uno scontro disastroso con i giapponesi nel 1904; la Guerra russo-giapponese. Tuttavia, un paio di anni prima, l’attacco alle posizioni russe in Manciuria era stato condotto dall’Yihetuan. I ribelli cinesi distrussero tratti della ferrovia in costruzione, e dopo aver inseguito e catturato i costruttori russi, operai delle ferrovie e soldati, li torturarono brutalmente e li uccisero.

Il resto del personale e delle guardie furono in grado di rifugiarsi ad Harbin, la città in cui si trovava l’amministrazione della ferrovia russa dal 1898. Per quasi un mese, dal 27 giugno al 21 luglio 1900, una guarnigione russa di 3.000 uomini combatté contro 8.000 ribelli Yihetuan e contro le truppe Qing, che in quel momento li sostenevano.

Per salvare la situazione, altre truppe russe furono inviate in Manciuria. Allo stesso tempo, San Pietroburgo sottolineò più volte che la Russia non intendeva impadronirsi del territorio cinese. Dopo aver liberato Harbin dall’assedio e dopo la partecipazione alla soppressione della Ribellione dei boxer, le truppe furono effettivamente ritirate, ma non prima che il governo Qing nel 1902 confermasse ancora una volta i diritti della Russia sulla base navale di Port Arthur e sulla Ferrovia Orientale Cinese.

3 / Conflitto per la Ferrovia Orientale Cinese

Ma per una ferrovia così importante gli scontri armati erano destinati a riscoppiare circa trent’anni dopo, quando Cina e Russia erano ormai Stati completamente diversi. La caduta dell’Impero russo e lo scoppio della Guerra civile sulle sue rovine portarono alla temporanea perdita del controllo da parte dei russi sulla Ferrovia Orientale Cinese. Anche i giapponesi provarono a metterci le mani sopra, ma senza successo.

Quando l’Urss si rafforzò e tornò a sollevare la questione della Ferrovia Orientale Cinese, dovette accettare di condividere il controllo su di essa con la Repubblica di Cina, cosa che si rifletté nel trattato del 1924. Ma la gestione congiunta fu caratterizzata da continui conflitti. Numerosi emigrati Bianchi che si erano stabiliti ad Harbin, interessati a incitare l’ostilità con i bolscevichi, aggiunsero benzina sul fuoco.

Nel 1928, il partito Kuomintang di Chiang Kai-shek fu in grado di unire la Cina sotto i propri vessilli e di concentrarsi sulla nazionalizzazione forzata della Ferrovia Orientale Cinese: le truppe cinesi occuparono sezioni della linea, arrestarono dipendenti sovietici e li sostituirono con cinesi o emigranti Bianchi.

Visto che i cinesi iniziarono ad ammassare rapidamente le loro forze armate al confine con l’Urss, il comando dell’Armata Rossa decise che l’Armata Speciale della Bandiera Rossa dell’Estremo Oriente, che era in pesante inferiorità numerica (16 mila uomini contro 130 mila cinesi dislocati in diverse posizioni), avrebbe dovuto agire preventivamente e distruggere i singoli raggruppamenti nemici uno per uno, prima che avessero il tempo di convergere e riunirsi.

Durante tre operazioni offensive nell’ottobre-dicembre 1929, le truppe della Repubblica Cinese furono sconfitte. I cinesi contarono oltre 2 mila morti e oltre 8 mila prigionieri, l’Urss perse invece meno di 300 soldati. Come spesso accaduto durante i conflitti russo-cinesi, il miglior addestramento al combattimento dei soldati russi giocò un ruolo fondamentale, annullando la superiorità numerica del nemico.

Come risultato dei negoziati di pace, l’Urss vide il ritorno allo status quo nella questione del controllo sulla Ferrovia orientale cinese e si assicurò il rilascio dei lavoratori sovietici arrestati dai cinesi. Tuttavia, lo spargimento di sangue per la ferrovia fu vano. Due anni dopo, la Manciuria fu invasa dal Giappone; una potenza militare molto più forte della Cina. L’Unione Sovietica, ritenendo di non poter mantenere il controllo sulla Ferrovia Orientale Cinese, la cedette allo Stato fantoccio giapponese del Manciukuò nel 1935.

4 / Battaglie per l’Isola Damanskij

Negli anni Sessanta, una Cina molto più forte si sentiva abbastanza sicura da fare rivendicazioni territoriali ai suoi vicini. Nel 1962 scoppiò una guerra con l’India per la regione contesa dell’Aksai Chin. All’Unione Sovietica, i cinesi chiesero la restituzione della piccola isola deserta Damanskij (conosciuta in Cina come “Zhēnbao Dao”; “Isola Preziosa”), di 0,74 km², sul fiume Ussuri.

I negoziati del 1964 non portarono da nessuna parte e, sullo sfondo del generale deterioramento delle relazioni sovietico-cinesi, anche la situazione intorno all’Isola Damanskij si fece sempre più tesa. Il numero delle provocazioni raggiunse le 5mila all’anno: i cinesi entravano continuamente in modo dimostrativo in territorio sovietico, falciando l’erba e pascolando del bestiame, gridando che erano sulla loro terra. Le guardie di frontiera dovevano letteralmente respingerli.

Nel marzo 1969, il conflitto entrò in una fase “calda”. I combattimenti nell’isola coinvolsero più di 2.500 soldati cinesi, ai quali si opposero circa 300 guardie di frontiera. La vittoria della parte sovietica venne assicurata grazie al coinvolgimento dei sistemi di lancio multiplo BM-21 Grad.

“Diciotto veicoli da combattimento spararono una salva e 720 razzi da cento chilogrammi piovvero sul bersaglio in pochi minuti! Ma quando il fumo si diradò, ci si rese conto che non un singolo proiettile aveva colpito l’isola! Tutti e 720 i razzi erano finiti 5-7 km più in là, in profondità nel territorio cinese, distruggendo un villaggio dell’esercito con tutti i quartieri generali, i servizi delle retrovie, gli ospedali da campo, e tutto ciò che c’era in quel momento! Ecco perché c’era silenzio, perché i cinesi non si aspettavano tanta sfacciataggine da noi!”, ha ricordato un partecipante agli eventi, Jurij Sologub.

Come risultato delle battaglie per l’Isola Damanskij, morirono 58 soldati sovietici e almeno 800 cinesi (secondo Pechino, solo 68). L’Urss e la Cina congelarono il conflitto, trasformando di fatto l’isola in una terra di nessuno. Il 19 maggio 1991 l’Urss cedette definitivamente l’isola alla Repubblica Popolare Cinese.

Fonte Link: russiabeyond


Xi vede la crisi di Putin come un’opportunità. Al summit di Samarcanda va da leader

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GIULIA POMPILI
I due capi di stato si incontreranno nella città uzbeka: sarà l’ennesimo show di forza (diplomatica) dell’ordine mondiale che Cina e Russia vogliono costruire. Ma il dragone ha già cannibalizzato il Cremlino, e il messaggio ai paesi dell’Asia centrale arriverà chiaro: la potenza affidabile è Pechino

ul campo le cose si stanno mettendo molto male per la Russia, ma a livello diplomatico, l’altro ieri, è arrivata la dichiarazione che il Cremlino aspettava da almeno sei mesi. “Gli Stati Uniti e i loro alleati della Nato hanno aumentato la loro presenza vicino ai confini russi, minacciando seriamente la sicurezza nazionale e la vita dei cittadini russi”, ha detto, secondo quanto riportato dal sito della Duma, lo speaker del Congresso nazionale del popolo Li Zhanshu, uno stretto alleato di Xi e terzo leader del Partito comunista cinese.

 Durante un incontro a Mosca con il suo omologo russo Vyacheslav Volodin, Li ha aggiunto: “Capiamo pienamente la necessità di tutte le misure adottate dalla Russia per proteggere i suoi interessi, e stiamo fornendo la nostra assistenza”.  Non è un caso se certe dichiarazioni vengano fuori adesso. La leadership di Pechino è stata finora molto cauta nel trattare la questione ucraina, e i media cinesi hanno dato pochissimo spazio alla visita in Russia del potente  Li Zhanshu – nel resoconto dell’agenzia statale cinese Xinhua non viene mai menzionata la parola “Ucraina”, ma al contrario si sottolinea il sostegno manifestato dalla Russia a Pechino nella questione di Taiwan.  Ma il fallimento della cosiddetta “operazione militare speciale” russa in Ucraina è spot pubblicitario perfetto per la Cina di Xi Jinping, che può continuare a usare la propaganda russa in chiave antioccidentale e allo stesso tempo emergere come la potenza stabilizzatrice, garanzia di sicurezza soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Vale a dire, fare quello che fanno le grandi potenze autoritarie quando sanciscono partnership e alleanze: cannibalizzarsi

Il patto antioccidentale e “l’amicizia senza limiti” sanciti da Mosca e Pechino durante la visita del presidente  Putin a Pechino il 4 febbraio scorso – venti giorni prima dell’inizio dell’invasione dell’Ucraina – tra poco si rinnoveranno in un nuovo show di forza. Dopo le esercitazioni militari congiunte dei giorni scorsi, giovedì prossimo il presidente cinese Xi Jinping incontrerà  Putin nella splendida ed evocativa cornice di Samarcanda, in Uzbekistan, e il loro sarà il primo incontro non virtuale sin dall’inizio della guerra.

 

L’occasione è il summit dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, una piattaforma di sicurezza, politica ed economia eurasiatica con una forte leadership cinese al quale partecipano gli otto stati  membri (Cina, India, Kazakistan, Kyrgyzstan, Pakistan, Russia, Tajikistan e Uzbekistan), alcuni stati osservatori e altri paesi partner. Quest’anno l’Iran diverrà a tutti gli effetti un paese membro, e oltre agli osservatori (Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia) e ai sei paesi partner (Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Sri Lanka e Turchia), si uniranno quest’anno pure Arabia saudita, Qatar ed Egitto. E’ l’internazionale dei non-allineati, il mondo secondo l’ordine che vogliono Pechino e Mosca. “L’occidente ha fallito, il futuro è in Asia”, ha detto Putin al Forum di Vladivostok di qualche giorno fa. Ma il futuro asiatico non è russo. Non completamente, almeno

Il primo viaggio diplomatico fuori dai confini nazionali di Xi da quando è iniziata la pandemia comincia domani dal Kazakistan – a Nur-Sultan, nelle stesse ore, arriverà anche Papa Francesco, un curioso tempismo, anche se un incontro tra i due non è mai stato all’ordine del giorno e probabilmente, anche se avvenisse, non sarebbe mai reso noto. Il presidente kazaco Kassym-Jomart Tokayev ha manifestato più volte la sua preoccupazione nei confronti della rinnovata belligeranza della Russia, e Xi arriva nel momento giusto in un paese  importante anche simbolicamente (in Kazakistan Xi ha pronunciato il discorso di varo della Via della Seta, Tokayev ha studiato a Pechino e parla un perfetto mandarino). La Cina sta cannibalizzando la Russia,  sfruttando tutto lo sfruttabile della sua guerra contro l’Ucraina: la propaganda contro l’America, il petrolio e il gas a basso costo. Eppure la leadership cinese è stata finora molto attenta a non fornire supporto militare che potrebbe mettere a rischio non solo la filiera della Difesa cinese, per via delle sanzioni, ma anche l’immagine militare della Cina. La Cina guarda alla Russia come a uno strumento per la sua definitiva ascesa, il problema è se al Cremlino andrà bene a lungo così, e se non sarà invece l’ennesimo motivo di scontro.  

Vladimir Putin perde pezzi

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Il mancato aiuto all’Armenia e la rottura kazaka. L’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) non serve più a niente

onostante la caduta dell’Unione sovietica, la Russia era riuscita a mantenere il suo controllo su una parte dell’area. I motivi per cui molte nazioni avevano accettato di rimanere unite a Mosca e sotto la sua influenza erano storici, economici, ma soprattutto di  sicurezza: l’Unione sovietica caduta in pezzi aveva pezzi più grandi e più piccoli e i secondi si sono affidati all’unica potenza nucleare del blocco rimasta, la Russia. La Csto, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, è l’alleanza che unisce i paesi ex sovitici Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Bielorussia alla Russia  e ora si sta sfaldando, rapidamente. Soltanto a gennaio il Kazakistan aveva chiesto l’intervento dei suoi alleati per un motivo che esula dalle competenze della Csto: sedare le proteste contro il presidente Qasym-Jomart Tokaev.

Mosca aveva mandato i suoi soldati e le manifestazioni erano finite nel sangue. In questi giorni, è uscita la notizia, non confermata, che il Kazakistan vorrebbe lasciare l’Organizzazione entro gennaio 2023: probabilmente si sente forte del sostegno ricevuto dalla visita del presidente cinese, Xi Jinping. Questa settimana sono scoppiati nuovi scontri nel Nagorno-Karabakh, il territorio separatista dell’Azerbaigian abitato da armeni. Il numero di morti è stato alto e l’Armenia ha chiesto il soccorso della Csto, che, secondo il suo regolamento, sarebbe dovuta intervenire, ma ha rifiutato. Erevan da sola non ha forze per reagire, è disposta a firmare una pace con l’Azerbaigian e a smettere di lottare per il Nagorno: una rinuncia storica. L’eventuale uscita del Kazakistan dalla Csto e il mancato intervento dell’alleanza in Armenia sono due conseguenze della guerra contro l’Ucraina: i kazaki, dopo aver visto l’invasione, non si fidano più di Mosca, che nel frattempo non ha più truppe  con cui sostenere l’Armenia perché le ha impiegate in Ucraina. La Csto ha dimostrato di non essere più utile e la Russia non è più garante di sicurezza. I paesi dell’area inizieranno a cercare alleati migliori. 16 SET 2022
Fonte Link: ilfoglio.it

Draghi attacca Salvini, Meloni e Conte: “Serve coerenza internazionale”

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il Presidente del Consiglio Mario Draghi


SIMONE CANETTIERI


La lezione di Draghi. Il premier contro il leader della Lega: “C’è chi parla di nascosto con Mosca e chiede di togliere le sanzioni”. Poi punge la capa di FdI su  Orbán: “L’Italia sta con Francia e Germania”

Mario Draghi dice che andrà a votare, “ed è importante che tutti gli italiani ci vadano”, ma non rivela per chi (“è segreto”, risponde con una risata alla domanda del Foglio). In compenso, in una conferenza stampa dagli inediti toni iper politici, sembra indicare di sicuro i partiti su cui non scommetterà. Più di tutti ce l’ha con la Lega di Matteo Salvini, che qualche ora prima in Cdm ha votato contro il provvedimento sulle concessioni balneari. Primo affondo: “Con il dl Aiuti ter abbiamo stanziato 14 miliardi di aiuti che sommati ai 17 del decreto precedente fanno 31: come uno scostamento di bilancio, no?”. Caramelle in confronto alla stoccata sulle ombre russe in Italia: “La nostra democrazia è forte, anche se c’è stata un’opera sistematica di corruzione in questi anni. Siamo più forti dei pupazzi prezzolati e anche di chi parla di nascosto con Mosca e poi chiede di togliere le sanzioni a Putin”. (NDR: non solo ma stringe un patto e lo rinnova con il partito di Putin, Russia Unita) 
Draghi dice di aver con Giorgia Meloni “rapporti normali al di là dei giornali che ci ricamano sopra”, ribadisce come ha fatto al Meeting di Rimini “di non aver previsioni negative” sul futuro dell’Italia, ma non rinuncia all’affondo su Fratelli d’Italia. Il partito che con la Lega, a Strasburgo, ha votato contro la condanna Ue all’Ungheria di Orbán. “Noi abbiamo una certa visione dell’Europa, difendiamo lo stato di diritto, siamo alleati alla Germania e alla Francia. Cosa farà il prossimo governo non lo so. Ma mi chiedo, uno come se li sceglie i partner? Certo, c’è una comunanza ideologica ma anche credo sulla base dell’interesse degli italiani. Chi sono questi partner? Chi conta di più? Datevi le risposte voi”, dice, con arte retorica, ai cronisti che lo incalzano. Sarà che è alle ultime battute della sua esperienza a Palazzo Chigi – “niente bis”, ribadisce per spazzare via le sirene del Terzo polo, mandando in visibilio Pd e Forza Italia – ma il premier è in versione via i sassolini dalle scarpe.  Stigmatizza infatti la posizione di Giuseppe Conte e del M5s sull’Ucraina “che da una parte si dice orgoglioso per la controffensiva e dall’altra ribadisce il no all’invio di armi. E allora come dovrebbero difendersi: a mani nude?”. Parla di coerenza e trasparenza nei rapporti internazionali, il presidente del Consiglio. E allora i convitati di pietra della politica italiana sono diversi. Matteo Salvini in primis. Al contrario a Berlusconi e Meloni riconosce una “linea diversa sulle sanzioni a Putin”. E sottolinea che “stanno funzionando” e che bisogna continuare su questo fronte. Insomma, nel giorno del terzo decreto in aiuto degli italiani alle prese con il carovita – “come si vede abbiamo un’agenda sociale chiara” – Draghi si esibisce in una versione tutta politica. Dice no al metodo del rinvio per non affrontare le cose, prova a mettere in sicurezza il Pnrr della campagna elettorale (“la revisione dei progetti deve essere pragmatica, non ideologica: c’è ben poco da rivedere”) ma soprattutto prova a mettere un punto sulla vicenda dei finanziamenti russi dopo la telefonata con il segretario di stato americano Antony Blinken. Che gli ha confermato l’assenza di forze politiche italiane nella lista di destinatari di finanziamenti russi, riservandosi di verificare se ci fossero altri documenti a disposizione delle autorità americane. “Anche l’intelligence Usa ha confermato di non disporre di alcuna evidenza” di strani movimenti di rubli nei confronti dei partiti che si presenteranno alle elezioni.  Tutti gli chiedono cosa farà dopo il voto, se magari ritornerà di nuovo con la formula dell’unità nazionale ma i “no” di Draghi sono secchi. Non è parco di complimenti, invece, nei confronti dei suoi ministri. A partire da quello dell’Economia Daniele Franco, seduto al suo fianco (presenti anche il sottosegretario Roberto Garofoli e il responsabile dell’Ambiente Roberto Cingolani). “Ogni mio ministro lo vedrei bene in un altro governo”. (Ndr: eviterei sinceramente il Ministro Speranza) Chissà se ne avrà parlato con Meloni.  

Fonte: ilfoglio.it