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Libro di Egidio Tibaldi: Fernando Santi, mio cugino

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Alcuni giorni fa, presso lo Starhotel du Parc di V.le Piacenza, è stato presentato il libro di Egidio Tibaldi “Mio cugino ‘Fernando’ Santi”. Tibaldi è noto a Parma per le sue varie attività di autore teatrale, compositore di musica, docente, nonché direttore artistico del THEATRO del Vicolo. Pochi però sanno che, per essere i nonni fratelli, è anche cugino di Fernando Santi, politico e sindacalista mancato nel 1969, che meriterebbe ben altra attenzione da parte dei suoi concittadini e Amministratori di quanta gliene abbiano dedicata finora. Non foss’altro perché era un politico integerrimo. D’accordo, gli è stato dedicato un Centro per trattamenti di “crisi” e terapeutico-riabilitativi, ma nemmeno una strada in città, se non una periferica, a Baganzola. Per fortuna ci ha pensato l’ex sindaco di Collecchio, Giuseppe Romanini, pure presente all’incontro, a intitolargliene una nella cittadina da lui un tempo amministrata.

Chi era dunque Fernando Santi? Innanzitutto, come già detto, un uomo integerrimo. Diversi aneddoti riportati nel libro lo provano. Uno per tutti: nessuno dei figli approfittò del suo nome per fare carriera (e dire che era deputato): Paolo ereditò dal padre il mestiere di rappresentante di saponi e profumi, mentre Piero, afflitto da problemi fisici, fece il fattorino.

Santi era nato in una zona poverissima, ai confini, un tempo, della città, e cioè al Palazzetto del Cornocchio. Neanche un paese, ma proprio quattro case, “il Palazzetto, il Mulino, la Fornacetta e la casa dei Bernardi….Da tempo immemorabile ci abitano le stesse famiglie, famiglie di ferrovieri (…) di braccianti e di cavallanti,” spiega lo stesso Santi nel brano riportato nel libro. Ottimo prosatore, tra parentesi e, sempre tra parentesi, riprovevoli le condizioni in cui versa la sua casa natale, che il Comune dovrebbe prendersi la responsabilità di restaurare e valorizzare.

Socialista per tradizione, per avere ereditato l’idea dal padre Eugenio – che, costretto giovanissimo al lavoro, aveva imparato a leggere e scrivere da un ombrellaio ambulante- e per spontanea solidarietà proletaria verso la gente del Cornocchio, sempre pronta a “prestarsi un pizzico di sale, un uovo, il paiolo della polenta, un piccolo prestito, una cipolla dell’orto”, si iscrisse giovanissimo, a 15 anni, al partito socialista. Fu sempre dalla parte degli ultimi, dapprima come rappresentante sindacale di cavallanti (quelli che andavano coi cavalli a cavar ghiaia nei fiumi) e ferrovieri, poi come deputato. Militante dell’antifascismo, scelse, cosa che parecchi fecero a quei tempi, il mestiere di rappresentante per poter viaggiare e tenere così i contatti con gli antifascisti delle varie località. Viaggiò soprattutto tra Italia e Svizzera, dove fu esule. Approdato dopo la guerra al seggio di Montecitorio, si prodigò a favore di riforme agrarie, urbanistiche e scolastiche. Si deve a lui, fra le tante cose, la distinzione, per fortuna ora piuttosto diffusa, fra nemico e avversario. Gli avversari, diceva, “li combatterò con l’arma della ragione (…) mai potrò considerarli nemici.” E come avrebbe potuto considerare nemici Pepé il mugnaio del Cornocchio, Busaca, la Nandina, che erano tra i fascisti del Cornocchio eppure, come diceva lui, “persone perbene”.

Nel corso della presentazione, l’ex deputato socialista Mario del Bue si è soffermato in particolare sugli aspetti di Fernando Santi sindacalista, riformista e autonomista, convinto cioè dell’autonomia del sindacato nei confronti dei partiti, anche di sinistra; Giuseppe Romanini ha ricordato, tra le altre cose, i martiri del Cornocchio, quando, durante la Seconda guerra mondiale, una bomba uccise quaranta persone che si erano rifugiate in una buca scavata in un prato non lontano dalle loro case. Profondo il rimorso di Santi, che solo dopo sette mesi seppe della tragedia, per non essere stato vicino a loro, per non averli avvertiti di non ammucchiarsi.

Francesca conduttrice dell’incontro

Manuela Bartolotti, giornalista e storica dell’arte, nel delineare i tratti salienti del Santi, ha ricordato che l’arte e la politica hanno una cosa in comune, la comunicazione, dote di cui sia il politico che il cugino Tibaldi erano e sono dotati. E che quest’ultimo usa affinché non venga dimenticata una fondamentale figura di parmigiano. (Parma, 20 giugno 2024)

Francesca Avanzini