Home Rubriche Carlo Vitali L’Accademia della Bufala, n. 47: “Il dito di Zalzal ovvero contraddizioni in...

L’Accademia della Bufala, n. 47: “Il dito di Zalzal ovvero contraddizioni in seno al popolo della Bufala”

83
0
Link

Il dito di Zalzal ovvero contraddizioni in seno al popolo della Bufala

il dito di Zalzal

di Carlo Vitali (con Riccardo Mannefei, Michele Girardi, Paolo Congia, Mario Tedeschi Turco, Renato Calza)

Chiarissimo amico Michele Girardi,

la Rete rigurgita di Sommi Teorici Armonici pronti a darci lezioni ad ogni piè sospinto.

1) Ad esempio il Maestro Falerno Ducande (Fernando De Luca) rimprovera ad un suo critico: “Non sa manco cosa sia un comma pitagorico da uno sintonico e di qual rapporto di diapente deve avere una quinta del temperamento di Joseffo Zarlino da Chioggia a 2/7 di comma sintonico”. A parte la bizzarra sintassi e la consueta stucchevole esibizione di pseudoarcaismi cari ai semiletterati (bellino quel “Joseffo”!), simili nozioni sono di pubblico dominio in manuali innumeri e financo su Wikipedia, da dove egli le avrà forse ricavate. Sospetto che tutto questo apparato erudito, interessante in sede teorica, non superi la critica di un nemico capitale della pedanteria quale Claudio Monteverdi: “il mondo non predica l’intelligenza del musico per udirlo far maneggi di lingua sopra gli onorati teorici armonici, ma sì bene col canto”.

2) Scrive il Dottor Professor Agostino Taboga a proposito dei quartetti op. 9 di Haydn, che secondo lui sono da riattribuire (chi lo avrebbe mai detto?) a Luchesi: “L’ordine in cui i sei quartetti sono copiati segue una logica per quinte ascendenti, ovvero, do maggiore, sol maggiore, re minore, la maggiore, mibmaggiore, sib maggiore”. Il Codicologo Lagunare sembra proprio ignorare la differenza fra una quinta diminuita e una quinta giusta, sempre restando nell’ambito del sistema temperato.

3) In precedenza i Signori Dottori 110 e lode (Bianchini & Trombetta) ci avevano così catechizzati: “Non serve aver discusso una tesi di laurea sulla musica greca antica, per intuire che il quarto di tono è un intervallo quasi impossibile da percepire. […] Gli intervalli di quarto di tono erano paragonati a piccolissime formiche, che i musicisti dei primi secoli non riuscivano più a distinguere e, a maggior ragione, sarebbero sfuggiti agli strumentisti moderni […]”. Accecati come sempre dal loro livore, B&T citano, a proposito di un certo episodio della biografia mozartiana, un mezzo tono sopra, mentre – se fossero stati in grado di consultare la fonte originale, una lettera di Johann Andreas Schachtner a Nannerl Mozart e non traduzioni condotte su una compilazione di terza mano – avrebbero scoperto che si trattava di un quarto di tono sopra. Dettagli; resta comunque la bestialità esilarante del quarto di tono “quasi impossibile da percepire”.

In conclusione: tutti questi signori e dottori concordano in una cosa sola: nel difendere l’indifendibile. Teoremi sgangherati, risentimento verso un “establishment” dal quale si sentono esclusi, millanterie circa saperi arcani di cui si proclamano esclusivi depositari. Ma quando mai? Se mi volessi richiamare anch’io agli arcani di Pulcinella e imitare le loro intemperanze di linguaggio, mostrerei loro il “dito medio di Zalzal”, equivalente, come Lei sa, a una terza pressoché equidistante fra maggiore e minore, per una differenza pari a 355 cents (cfr. al Farabi, Kitab al-Musiqa al-Kabir).

di Carlo Vitali 
CINQUE PRINCIPI DI UNA SCIENZA NUOVA: LA MUSICOLOGIA PATAFISICA
1) Accumulazione di dati bruti in quantità, selezionati per “verificare” teoremi prematurati con una truffaldina parvenza di metodo statistico.
2) Storiografia romanzata di persone, istituzioni e intere culture.
3) Millantato credito di testimonianze autorevoli di cui non si può fornire l’identità (se esperti viventi) o la collocazione (se fonti documentarie).
4) Catene infinite di ipotesi autoreggenti come le calze delle ballerine di varietà.
5) Sistematica inversione dell’onere della prova.
Non si può essere astuti come serpenti e innocenti come colombe a corrente alternata, altrimenti la credibilità va a farsi benedire. Con che faccia poi ci si fa beffe di chi ha creduto al “mito di Mozart”, confidando con altrettanto zelo in quello di Luchesi? È il bue che dà del cornuto al cavallo; o per dirla con la parallela metafora anglosassone: A pot calling the kettle black.

La Toscanini