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Analisi del Canto Quinto dell’Inferno della Divina Commedia secondo la Psicologia del profondo

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Paolo e Francesca
Paolo e Francesca

Marco Vettori
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A COLLOQUIO CON L’INCONSCIO

Analisi del Canto Quinto dell’Inferno della Divina Commedia secondo la Psicologia del profondo.

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

e tanto più dolor, che punge a guaio.                      

  Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.                      

  Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa:

e quel conoscitor de le peccata                            

  vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.                   

  Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

dicono e odono, e poi son giù volte.                       

  «O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l’atto di cotanto offizio,                       

  «guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».

E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?                    

  Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».                    

  Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.                          

  Io venni in loco d’ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.                         

  La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.                          

  Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.                          

  Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.                        

  E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali                            

  di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.                          

  E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid’io venir, traendo guai,                           

  ombre portate da la detta briga;

per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l’aura nera sì gastiga?».                        

  «La prima di color di cui novelle

tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.                          

  A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.                   

  Ell’è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che ‘l Soldan corregge.                     

  L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussurïosa.                               

  Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.                            

  Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.                         

  Poscia ch’io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.                     

  I’ cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggieri».                       

  Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».               

  Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!».                  

  Quali colombe dal disio chiamate

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;                      

  cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.                            

  «O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,                    

  se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.                   

  Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.                     

  Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.                             

  Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.                 

  Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.                     

  Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.                         

  Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».                   

  Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».                          

  Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.                          

  Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».                        

  E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.                    

  Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.                         

  Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.                       

  Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.                     

  Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,                      

  la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».                   

  Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.                          

  E caddi come corpo morto cade.



RIASSUNTO DEL CANTO QUINTO

Scesi dunque dal primo al secondo cerchio (dell’Inferno) che contiene (cinghia) in se meno spazio (essendo la sua circonferenza più piccola) ma racchiude una pena tanto più crudele che spinge (punge) a  guaire i suoi abitatori.
Sull’entrata sta Minosse, in atteggiamento terrificante e ringhia (come un cane). Esamina le colpe di ciascuno all’ingresso del cerchio, li giudica e li destina (ai rispettivi luoghi di punizione) a secondo del numero di volte che attorciglia la coda attorno al proprio corpo. Voglio dire che quando l’anima sciagurata (mal nata) del reprobo si presenta al suo cospetto, gli fa la piena confessione dei suoi reati ed egli, da consumato conoscitore dei peccati umani, comprende quale parte dell’inferno cerchio e girone(loco) si addice ad essa e (è da essa); si avvolge allora con la coda tante volte quanti (quantunque) sono i cerchi infernali (gradi) per i quali vuol che l’anima sia precipitata. Davanti a lui c’è sempre una turba d’ anime,le una dopo le altre( a vicenda) si sottopongono al suo   giudizio si confessano (dicono), ascoltano la sentenza(odono) e poi l’anima viene buttata giù nell’abisso nel luogo destinato a lei.
Quando mi vide Minosse, lasciando per un momento le solenni funzioni del suo ufficio, mi gridò: ”O tu che vieni in questo luogo di dolori, guarda bene quello che fai entrando entrando qui, e pensa bene alla tua guida, alla quale ti afffidi, merita la tua fiducia! Non illuderti vedendo l’entrata dell’Inferno tanto ampia e agevole!”-Perché seguiti a gridare?- lo rimbeccò Virgilio”Non cercare d’ostacolare il suo viaggio voluto dal cielo (fatale); lassù in cielo, dove volere è potere, si vuole così; e non domandare di più!”.
A questo punto cominciano a farsi sentire le voci (note)del dolore; sono  arrivato dove molti pianti colpiscono il mio udito. Sono giunto in luogo privo (muto) d’ogni chiarore, perpetuamente sconvolto da una tempesta furiosa, che rumoreggia (mugghia) come un mare in tempesta sotto la furia di venti contrastanti (contrari). La bufera infernale, che non si arresta mai, travolge nel suo turbine (rapina) gli spiriti, tormentandoli continuamente e sbattendoli qua e là con violenza. (le tormenta facendole vorticare in tutti sensi e facendole cozzare tra loro). Sbattuti per tutto il cerchio, quando giungono davanti alla rupe franata (ruina) che taglia il secondo cerchio e scende nel terzo, prorompono in un pianto unanime e in lamenti, urla irose, e qui  bestemmiano la potenza divina che li punisce.
Dal tipo di tormenti compresi che a simili torture sono (enno) condannati i lussuriosi(i peccator carnali) che sottomettono la coscienza (la ragion) alle voglie della passione (talento).
E come le ali, nella stagione invernale, portano gli stornelli a disporsi in gruppi, ora diradati ora compatti(a schiera larga e piena); così quel vento (fiato) trascina (mena)  gli spiriti cattivi in ogni direzione: di qua, di là, in giù in su.  I disgraziati non hanno il conforto della speranza, non solo di avere mai riposo, ma nemmeno di avere alleggerita la pena. E come le gru che vanno emettendo le loro voci lamentose, (lai) quando solcano in lunghe file l’aria, così vidi avvicinarsi emettendo gemiti (traendo guai), alcune anime portate in giro dalla suddetta tormenta (briga). Perciò domandai: ”Maestro, chi sono quelle genti che sono tormentate dalla fosca bufera?” Allora Virgilio mi rispose e dopo aver ascoltato il mio maestro in quella lunga rassegna di donne ed eroi dell’antichità fui colto da tanta compassione (pietà mi giunse) e fui sul punto di perdere i sensi. [51..69]
Poi presi a dire a Virgilio:” Poeta desidererei parlare a quei due che vanno insieme e sembrano tanto leggeri e totalmente in balia della bufera”[76..78]Appena il vento li piegò verso di noi, gridai: ”o anime tormentate venite a parlarci se Dio non ve lo impedisce”. E come le colombe chiamate dal loro istinto amoroso (disio) vengono per l’aria al dolce nido, con l’ali levate e ferme, chiamate dal desiderio dei loro piccoli cosi quelle anime uscirono dalla schiera. E una delle anime cominciò a dire: ”Io nacqui a Ravenna, sulla costa marina dove in Adriatico[99]. “Amore, che subito accende i cuori gentili, infiammò questo mio compagno, invaghendolo della mia bella persona, di quel corpo che mi fu tolto da chi mi uccise in modo così selvaggio, che ancora oggi me ne sento offesa. E siccome l’amore esige che chi sente amato riami, mi prese così fortemente l’amore per la bellezza (piacer) di costui, che ancora non mi lascia, come vedi. Lo stesso amore ci condusse ad una stessa morte. Ma la Caina (la regione infernale dei traditori dei parenti) attende che ci spense la vita”. Queste le parole che ci disse una delle due anime a nome dell’altra. [109..114] Dopo aver ascoltato lo sfogo di anime tormentate chinai il viso pensoso, finché Virgilio mi scosse  dicendomi a che cosa stai pensando? Quando sentii di  poter rispondere dissi: ”Ohimè (oh lasso) quali teneri pensieri, quale brama passionale e ardente li condussero al doloroso passo della morte!”.
Poi, rivolto a loro, dissi: ”Francesca le tue pene mi strappano lacrime di dolore e pietà, ma dimmi quando ancora la vostra passione  si manifestava soltanto attraverso sospiri d’amore, con che segno e in che modo l’amore permise che conosceste i vostri desideri inconsci e inespressi (dubbiosi)?”e Francesca a me: ”Ahimè non c’è maggiore di quello causato dal ripensare al tempo felice quando si è nel dolore.[.123.]Ma se tanto desideri sapere  l’inizio del nostro amore, ti accontenterò, sia pure mescolando le lacrime alle parole. Un giorno noi due, stavamo leggendo per lieto passatempo il romanzo di Lancillotto, là dove si racconta come amore lo avvinse. Eravamo solo e senza il minimo sospetto del pericolo. Parecchie volte la lettura spinse i nostri occhi a guardarci, e ci fece impallidire (scolorocci il viso). Ma solo un punto ci vinse entrambi e ci portò alla rovina. Fu quando leggemmo che la bocca desiderata di Ginevra fu baciata dal così nobile e famoso amante. Al sentir questo Paolo (questi), che mai sarà separato da me, mi baciò, trepidante, la bocca. Quel libro svolse per noi il ruolo che nella vicenda narrata è assegnato a Galeotto (Galehaut spinse Ginevra a vincere la timidezza di Lancillotto baciandolo. Fu quindi il mezzano tra Lancillotto e Ginevra). Tra noi fece la parte di “Galeotto” il romanzo e “chi lo scrisse”. Quel giorno non proseguimmo più nella nostra lettura. Mentre Francesca parlava, il suo compagno piangeva  [.] tanto che io non ne potei più e [.] perdetti i sensi come fossi colpito dalla morte, e caddi come cadrebbe un corpo inerte.

Commento al QUINTO CANTO DELL’INFERNO

Paolo e Francesca sono due personaggi realmente esistiti e non figure romantiche come Giulietta e Romeo nate dalla geniale fantasia di Shakespeare.

Lo stato di dannazione dei lussuriosi consiste nell’essere dominati dai limiti dell’istinto senza poter far leva sul sentimento. Un’istintività inconscia, totalmente autonoma, impedisce alle anime confinate nel secondo cerchio  ogni possibilità di riflessione sulle proprie azioni.  Dante e Virgilio incontrano Minosse all’entrata del secondo cerchio.  Il demone, in funzione di arbitro, avvolge la sua lunga coda intorno a sé tante volte  pari al numero del cerchio infernale  in cui l’anima precipiterà.

La figura di Minosse simboleggia l’uomo che disconosce  con l’inganno e la frode il potere divino .
Il re di Creta invece di immolare a Nettuno un toro bianco emerso dal mare inviatogli dal dio stesso, a testimonianza della sua benevolenza, gli sacrifica un toro simile.

L’immagine psicologica del femminile di Minosse si può identificare nella figura della moglie ‘Pasifae’. La consorte di Minosse si lascia penetrare da un toro bianco ovvero si lascia dominare dall’istinto di potenza , invece di sottomere tale inclinazione al Sé. Come il re di Creta, il demone, a guardia del  secondo cerchio, nega l’autorità del Sé e s’inflaziona lasciandosi penetrare dall’istinto di potenza . Egli  disconosce la Totalità usando la forza bruta del potere  in modo brutale. Quando un individuo usa la il potere in modo violento diventa mostruoso come il demonio ‘Minosse’.  

N.B. I fatti che accadono nella realtà odierna in oriente e in occidente sono testimoni delle mostruosità di cui è capace l’essere umano!!!
Quando gli individui si lasciano trascinare ‘da meri impulsi istintuali’ divengano simili al Minotauro creatura, priva di intelligenza, guidata da:’Matta Bestialitade’. Volendo fare una breve riflessione e desiderando fare un paragone tra “la matta bestialitade umana” e l’istinto animale è necessario precisare che l’animale è in armonia ed è conforme con la realtà della propria natura e non uccide per il gusto di uccidere come molti esseri umani. Pertanto ‘la matta bestialitade ‘non ha nulla da condividere con l’istinto animale.
Dal punto di vista psicologico la coda serpentesca di Minosse può essere considerata simbolo di un’istintività inconscia totalmente distaccata dalla capacità di riflessione.  Minosse domanda a Dante se ha valutato i rischi  ed è sicuro della sua guida di fronte ad impresa così difficoltosa e piena di pericoli? Queste domande sono rivolte anche a noi che vogliamo accompagnare il poeta nell’esplorazione dell’inconscio. E’ molto importante stare attenti a chi ci affidiamo e vagliare con cognizione di causa la competenza,non solo specialistica, della persona a cui  diamo la responsabilità della nostra analisi. Domandiamoci ora perché ogni anima che Caronte  ha traghettato sulla sua barca,attraverso l’Acheronte  deve sostenere un giudizio.  Di fronte a Minosse ogni individuo denuncia i propri errori di cui fu singolarmente responsabile. L’operato dell’essere umano  viene sanzionato con una pena  che lui stesso ha determinato.     Nessuna punizione gli viene inflitta dall’esterno e la sua sofferenza  è il risultato e la causa  di quello che ha sentito desiderato e voluto. Ciò che impedisce al dannato una remissione dalla pena in eterno è la sua considerazione che la propria condizione e stato di” immersione nell’Ombra” non può dipendere da lui  ma la causa del il proprio disagio dipende dagli altri e dall’esterno.  La figura di Minosse che giudica ci domanda testualmente:”Che cosa abbiamo fatto e che cosa stiamo facendo della nostra vita?” Arrestarsi di fronte al demone significa, dal punto di vista psicologico, rendersi  conto dei nostri atteggiamenti unilaterali  che possono essere causa di malattia e nevrosi . Se un individuo di fronte al volere del Sé non è pronto a prendersi le proprie responsabilità rischia di finire nei gironi dell’inferno. Se l’Io  continuerà a pensare di essere padrone in casa propria mantenendo, nella propria esistenza,  la  prevalenza  della coscienza nei confronti dell’inconscio rimarrà preda di Lucifero.  L’uomo collettivo é pubblico  è completamente in balia della propria Ombra. Solo attraverso la riflessione sulle reiterate esperienze di sofferenza , causate dall’incoscienza , evolverà  verso la coscienza e l’Io sarà capace di fare una prima distinzione tra Io e Non Io. Più un essere umano diverrà capace di prendere le distanze dalla propria inconscietà più diverrà capace  di impegnarsi in una vita  che dia più significato e soddisfazione alla propria esistenza.  Nei cerchi iniziali dell’Inferno dantesco scontano la loro pena  coloro  che  si sono lasciati trascinare  dall’istinto e sono stati colpevoli di incontinenza. La belva che personifica l’incontinenza è ‘la lonza’  fiera che preclude a Dante l’ascesa  e costringe il poeta a ritornare sui suoi passi e andare verso il basso. Dopo l’ignavia i due pellegrini e noi con loro incontriamo L’amore degradato:” la Lussuria” L’amore , vissuto solo sul piano dell’istinto, comporta realtà di sofferenza  e causa dolore. Si può sottolineare che Paolo e Francesca sono all’inferno  non perché si sono amati , ma perché non furono capaci di amore autentico ovvero amarono male. L’amore di Francesca non riflette e non discrimina. E’ l’amore della giovinezza tipico dell’età adoscenziale, animus che spesso si limita al possesso del proprio partner. Un amore che si arresta allo stato epidermico soggiogato e guidato dall’inconscietà. I due amanti patiscono le conseguenze della reciproca proiezione degli archetipi: l’animus* su Paolo per il maschile di Francesca e l’anima* su Francesca per il femminile di Paolo. Dall’inconscietà è fuorviato anche il marito di Francesca che uccide la moglie e il fratello. Francesca si lascia prendere da un amore cieco e da un odio profondo che esprimerà dicendo che il marito sconterà il suo omicidio nell’inferno più profondo.  L’atteggiamento ambivalente è tipico delle esperienze vissute nell’età adolescenziale. Nel dialogo con Dante, Francesca si autocommisera iterativamente: la colpa è sempre altrove e al di fuori di lei. Questo modo di vedere denuncia un atteggiamento inconscio di valutare le proprie Ombre personali. I due amanti identificandosi con il loro desiderio perdono le loro identità e rimangono inconsci dei loro errori. Non c’è un Io che prova l’emozione o l’impulso, ma si è confusi con l’impulso stesso. Non esiste distacco tra l’emozione provata e l’io che la prova e si rimane imprigionati nell’errore.
Per comprendere meglio la riflessione sopraccitata ricordiamo l’episodio di Dante quando nel primo canto dell’Inferno si accorge e prende coscienza che si sta muovendo all’interno di una selva oscura. Nel momento in cui il poeta si rende conto di essere nella selva e ne prende coscienza si sta disidentificando da essa e compie il primo passo verso il suo cammino di redenzione. E’ necessario pertanto, se non vogliamo rimanere bloccati tra i lussuriosi, che andiamo oltre questo stato d’inconscietà.
Francesca incolpa gli altri dei propri disagi senza rendersi conto che essi sono stati causati da lei stessa. Dominata dalla propria Ombra si mette personalmente a disagio e distrugge la relazione con i suoi simili.
Possiamo concludere le nostre riflessioni affermando che l’amore di Paolo e Francesca è da considerarsi negativo perché i due amanti anziché rendersi responsabili delle loro azioni si sono lasciati travolgere dell’istintualità.  
A proposito di Istinto e Amore, Carl Gustav Jung afferma che l’istinto è una potenza che necessita di forma e una direzione: più l’amore è cieco più è preda di minacce distruttive. La tragedia dei due amanti assassinati, descritta da Dante [nel girone dei lussuriosi], conferma pienamente il pensiero di Jung.

*differenza tra Anima e Animus
*L’animus negativo tende a far acquisire al femminile un modo di pensare collettivo. Il modo di comunicare dell’animus vuole sempre avere ragione ed è spesso caratterizzato da pregiudizi. L’animus positivo mette la donna in rapporto con la creatività e l’energia positive dell’inconscio. In genere l’animus è proiettato sull’uomo.
*L’anima psicologicamente rappresenta la femminilità inconscia contenuta nella psiche dell’uomo. L’anima negativa si presenta con emozioni irrazionali e non dominate, sentimenti arbitrari e lunatici, a volte ipersensibilità. L’anima positiva diventa conoscenza di sé e risveglia i processi creativi. In genere l’anima è proiettata su una donna reale che acquisisce per l’uomo un fascino carico di potere misterioso, ovvero numinoso.   

La Toscanini