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Analisi del Quarto canto dell’Inferno della Divina commedia secondo la psicologia del Profondo

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Dante con Virgilio
Dante con Virgilio

 

 

 

 

Marco Vettori

A COLLOQUIO CON L’INCONSCIO

Il quarto Canto mostra il primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, in cui tratta la pena dei non battezzati e dei valenti uomini.  

“Or discendiam qua giù nel cieco mondo,”
cominciò il poeta tutto smorto.
Io sarò primo e tu sarai secondo”…

Intanto voce fu per me udita:
“Onorate l’altissimo poeta;
l’ombra sua torna, ch’era dipartita”…

Venimmo al piè d’un nobile castello,
sette volte cerchiato d’alte mura,
difeso intorno d’un bel fiumicello…
 

Ruppemi l’alto sonno ne la testa

un greve truono, sì ch’io mi riscossi

come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,

dritto levato, e fiso riguardai

per conoscer lo loco dov’io fossi.

Vero è che ’n su la proda mi trovai

de la valle d’abisso dolorosa

che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa

tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,

cominciò il poeta tutto smorto.

«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,

dissi: «Come verrò, se tu paventi

che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti

che son qua giù, nel viso mi dipigne

quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».

Così si mise e così mi fé intrare

nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri,

che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi,

che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,

però che gente di molto valore

conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,

comincia’ io per voler esser certo

di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?».

E quei che ’ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,

quando ci vidi venire un possente,

con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,

d’Abèl suo figlio e quella di Noè,

di Moisè legista e ubidente;

Abraàm patriarca e Davìd re,

Israèl con lo padre e co’ suoi nati

e con Rachele, per cui tanto fé;

e altri molti, e feceli beati.

E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,

spiriti umani non eran salvati».

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,

ma passavam la selva tuttavia,

la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via

di qua dal sonno, quand’io vidi un foco

ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,

ma non sì ch’io non discernessi in parte

ch’orrevol gente possedea quel loco.

«O tu ch’onori scienzia e arte,

questi chi son c’hanno cotanta onranza,

che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L’onrata nominanza

che di lor suona sù ne la tua vita,

grazia acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:

«Onorate l’altissimo poeta:

l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand’ombre a noi venire:

sembianz’avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;

l’altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid’i’ adunar la bella scola

di quel segnor de l’altissimo canto

che sovra li altri com’aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e ’l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,

parlando cose che ’l tacere è bello,

sì com’era ’l parlar colà dov’era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,

sette volte cerchiato d’alte mura,

difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;

per sette porte intrai con questi savi:

giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorità ne’ lor sembianti:

parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,

in loco aperto, luminoso e alto,

sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,

mi fuor mostrati li spiriti magni,

che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,

tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l’altra parte, vidi ’l re Latino

che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,

Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;

e solo, in parte, vidi ’l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,

vidi ’l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid’io Socrate e Platone,

che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito, che ’l mondo a caso pone,

Diogenés, Anassagora e Tale,

Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,

Diascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulio e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,

Ipocràte, Avicenna e Galieno,

Averoìs, che ’l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,

però che sì mi caccia il lungo tema,

che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca. 

Canto IV dell’Inferno in italiano corrente.

Un cupo tuono interruppe il profondo (alto) sonno nella mia testa, sicché ripresi coscienza come colui che viene risvegliato bruscamente. Allora, dopo essermi alzato in piedi (dritto levato), volsi intorno gli occhi riposati e guardai attentamente attorno per rendermi conto del luogo dove fossi. [7..12]. 

Virgilio, tutto pallido in volto, cominciò a dirmi : “ Discendiamo ora nel mondo delle tenebre. Ti precederò e tu vienimi dietro.[16..32].

Il buon maestro mi disse: [..33]”Voglio che tu sappia, prima di procedere (andi) oltre  che essi non hanno commesso peccato, d’altra parte i loro meriti (mercedi) non bastano  a redimerli, perché privi di Battesimo, sacramento che è come “porta” che introduce nella fede cristiana in cui tu credi. [37..45].

Successivamente gli chiesi dimmi o maestro e signore: –Uscì mai qualcuno, o per merito proprio o di altri e fosse poi beato in paradiso?-

Mi rispose io ero venuto in questa regione da poco tempo, quando  vidi scendere quaggiù un Potente (Cristo), circonfuso dello splendore della  sua divinità (con segno di vittoria coronato), che trasse di qui l’anima (l’ombra) del capostipite del genere umano (primo parente-primo genitore) Adamo, quella di suo figlio Abele, di Noè, del legislatore Mosè, sempre sottomesso al volere di Dio; d’Abramo il patriarca, del re Davide, di Giacobbe e di suo padre Isacco, dei suoi figlioli e la moglie Rachele, per ottenere la mano della quale tanto si adoperò, e molti altri ebrei ancora e li rese beati; e voglio che tu sappia che prima di loro nessun’ anima era stata salvata e era salita in paradiso (spiriti umani non eran salvati). [64..106].

Dopo essere giunti ai piedi di un maestoso castello, circondato da sette ordini di alte mura e protetto tutt’intorno da un bel fiumicello, passammo tutti il corso d’acqua (questo) senza difficoltà, come su terreno solido, penetrai coi miei sapienti compagni in un castello attraverso sette porte e giungemmo ad un prato di erba fresca. [112..147].

Qualche tempo dopo il gruppo dei poeti (la sesta compagnia) diminuì (si scema) dividendosi in due gruppi: Virgilio ed io partimmo e gli altri quattro restarono.

Il saggio mio maestro mi condusse per un’altra strada fuori di quella quieta regione che è tutta un continuo fremito di sospiri delle anime che l’abitano.

 

 

COMMENTO 

Come possiamo definire l’alto sonno? L’alto sonno non è un sonno normale, ma uno sprofondare fiducioso nell’inconscio per attingere forze nuove. Il tuono, voce del Sé, scuote Dante affinché ‘muoia’ ovvero si distacchi dai grovigli psicologici ed emotivi che l’avevano disturbato quando si era risvegliato nella selva.

Questa seconda morte iniziatica produce la rinascita di profonde forze nuove che permettono di guardare con maggiore serenità e distacco all’immagine dell’albero che perde le foglie ad una ad una e discendere ‘nella valle dolorosa dell’inferno’. “I passaggi di morte” corrispondono a mutamenti di direzione. All’abbandonare resistenze che ci tengono legati ed identificati con le finalità della persona* che ci impediscono di procedere e crescere.

Dante attraverso l’analisi di questo canto ci pone la domanda: “In questa fase della mia esistenza quali resistenze mi impediscono di procedere e crescere?”

Nella nostra esistenza siamo stati chiamati a distacchi dolorosi e faticosi vissuti come ‘morti ‘ che non volevamo vivere perché spaventati dalle sofferenze che avrebbero comportato.

Il poeta ci chiede di riflettere se nella nostra esistenza ci sono stati dei distacchi e quali sono stati i più dolorosi e perché?

Riflettiamo su come l’alchimia esprimeva questo passaggio. Gli alchimisti definivano questa fase del processo Alchemico con la parola “Solve” [separare]. Analisi dei propri contenuti inconsci disarmonici.

N.B. fase che comporta sofferenza!!

 Possiamo concludere le nostre riflessioni sulla morte iniziatica affermando che solo per mezzo di “autentico distacco” possiamo guardare a questo regno del male che se non conosciuto agisce come forza negativa che trascina. Se l’essere umano riesce a conoscere ciò che lo minaccia, allora può avere maggiori possibilità di difendersi.

L’Alighieri ci chiede di riflettere su quali forze negative ci impediscono un’autentica conoscenza che non si limita alla presa di coscienza razionale.

Il poeta prima di discendere nel mondo oscuro dell’inferno ci fa conoscere il luogo ove soggiorna Virgilio:
”il Limbo”. Alla domanda di Dante che pensa ad un Virgilio spaventato per il proseguimento del Viaggio nel regno dei dannati l’autore dell’Eneide spiega che ‘il suo bianco pallore’ è dovuto alla pietà per coloro che risiedono nel Limbo. Essi non hanno pene né dolori e nemmeno gioia manifestano la loro condizione per mezzo di sospiri.

Dante ci chiede di riflettere sulle modalità di comportamento degli individui sopra citati e sulle nostre reazioni nei loro confronti.

Una Analista della Divina Commedia del secolo scorso afferma che Virgilio rappresenta la tensione umana a voler uscire dai propri limiti e il dolore che essi [i limiti] rappresentano per gli esseri umani In quanto i limiti impediscono agli uomini di comprendere l’essenza e il senso della vita.

I saggi che risiedono nel Limbo sono coloro che non hanno ricevuto il Battesimo. Costoro sono coloro che hanno contribuito allo sviluppo dell’umanità e con la loro sapienza hanno acceso una luce nelle tenebre de l’incoscienza. A livello personale si può dire che se un individuo si dedica alla ricerca interiore ritrova in se stesso una luce che gli permette di uscire dall’incoscienza e mettersi in sintonia con l’atteggiamento e l’impegno dei saggi che popolano il Limbo. Coloro che si trovano nel Limbo si sono basati sulle più alte qualità della coscienza, ma non sono potuti andare oltre. Dal punto di vista psicologico, il Battesimo corrisponde alla morte dell’identificazione con l’Io e un’apertura e un’adesione a una saggezza trascendente i limiti dell’Io ovvero al Sé.

Il nobile castello con le sette porte sta ad indicare il cammino iniziatico degli antichi che è la base, come indicano le sette porte, per procedere a nuove conquiste spirituali.
Approfondiamo ora il valore del numero sette. Il numero sette rappresenta il perfezionamento della natura umana allorché essa congiunge in sé il ternario divino con il quaternario terrestre: essendo formato dall’unione della triade con la tetrade, esso indica la pienezza di quanto e perfetto, partecipando alla duplice natura fisica e spirituale, umana e divina.  E’ il centro invisibile, spirito ed anima di ogni cosa: Il sette è il numero della piramide in quanto formata dal triangolo (3) su quadrato (4). Quindi il sette è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino.

Concludiamo l’analisi del canto domandandoci in quale modo si può uscire dal Limbo? E’ possibile uscire sopportando e patendo, nella propria vita, la crocefissione della conflittualità degli opposti. Morendo all’egoismo dell’Io e mettendoci al servizio del Sé. Ciò significa andare oltre la mente che è collegata all’Io e aprirsi all’Amore che va oltre l’Io e aderisce al Sé.

Marco Vettori
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La Toscanini