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Don Antonio Moroni: UN CONTRIBUTO AL DOCUMENTO DEL CONSIGLIO PASTORALE DIOCESANO DI PARMA PER IL CONVEGNO DI VERONA.

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Don Antonio Moroni

 

“Andate a raccontare agli altri
 i motivi della vostra speranza.”
(1ª lettera di Pietro)

 

Indice

 

1          All’ASCOLTO DEL BISOGNO DI SPERANZA

1.1 L’ascolto del contesto socio-culturale, scientifico-tecnologico, economico, religioso e di ricerca di un progetto di vita che la società sta affrontando i tratti di un processo di profonda trasformazione in cui il vecchio non c’è più e che si sta cercando gli elementi di un nuovo rapporto di persone con la natura e la città.

            1.2 Ed ecco il Convegno di Verona.

 

2          LA FEDE GENERATRICE DI SPERANZA

            2.1 Proposta per il trasferimento della Fede al contesto culturale attuale

2.2 Le persone umane dispongono di tre tipi di conoscenza

2.2.1 La conoscenza scientifico-sperimentale

2.2.2 La conoscenza razionale (il sapere filosofico)

2.2.3 La conoscenza di fede

2.3.Il rapporto tra conoscenza scientifica, pensiero filosofico-razionale, credibilità – esperienza di fede sfocia in un rapporto esistenziale che si realizza a livello della persona che vive

 

3                    ALCUNE REALTA’ IN CERCA DI SPERANZA

3.1 Il creato, la natura

3.2 LA SAGRA DELLA VITA

3.3 LA CITTA’

 

4          UNA CONCLUSIONE:

contributo del Consiglio Pastorale di Parma per il Convegno di Verona. Una ipotesi

 

1. ALL’ASCOLTO DEL BISOGNO DI SPERANZA

1.1 L’ascolto del contesto socio-culturale, scientifico-tecnologico, economico, religioso e di ricerca di un progetto di vita che la società sta affrontando i tratti di un processo di profonda trasformazione in cui il vecchio non c’è più e che si stanno cercando gli elementi per il passaggio da una città chiusa (propria della cultura rurale) all’identità di una città aperta nel quadro della rivoluzione globale, di un nuovo rapporto di persone con la natura e la città.

Persone e gruppi pur sperimentando nella quotidianità i rischi dell’indifferenza del nichilismo e di una cultura di morte e anche con situazioni di vita inedite e via via più complesse non dismettono di puntare sulla speranza e in un progetto in grado di ristabilire la propria identità di persone libere, consapevoli e responsabili della promozione della qualità della vita, della natura, della città.

La speranza attraversa la vita della società civile e dei gruppi che formano la Comunità Ecclesiale che diventano in tal modo essi stessi portatori di speranza e di gioia di vivere.

Si percepisce un’altra ancor tenue realtà che sorge nella nostra società, soprattutto tra i giovani tesi a sviluppare una responsabilità individuale per rendere ambienti felici e non invivibili cominciando dall’ambiente familiare dilaniato oggi dalla frammentazione e in cui i bimbi crescono senza fare esperienza dell’amore. L’illusione della felicità attraverso il consumismo è la banalizzazione della vita.

La richiesta di questo bisogno di speranza è riscontrabile:

–         Questa richiesta di speranza parte dalla stessa natura soggetta in modo spregiudicato ad uno a uno sfruttamento incosciente di quella bellezza e di quella armonia posti come segni di Dio (Paolo Romani, 8-19-25).

1.2 Ed ecco il Convegno di Verona.

 

Nel documento programmatico del Convegno stesso alla complessa problematica del contesto a cui si è fatto riferimento sopra, sono state dedicate cinque o sei righe nella prima pagina. Per tutto il resto, la tematica della speranza viene affrontata con una cultura teologica, filosofica e di antropologia cristiana.

In convegni preparatori al convegno di Verona, sono stati indicati come ambiti preferenziali l’affettività, lavoro e festa, fragilità, tradizione, cittadinanza.

La scelta di alcuni temi, di seguito indicati, intende rispondere alla richiesta del Vescovo e del Consiglio Pastorale Diocesano di formulare riflessioni tese a collaborare all’arricchimento del documento dello stesso Convegno di Verona.

 

Come ha insegnato il Concilio Vaticano II, l’evangelizzazione e dunque l’accesso alla Fede, alla Speranza e alla Carità, deve essere concepita e realizzata in situazione. Si propongono, di seguito, due tra i tanti temi collegati a quel richiamo della speranza che percorre trasversalmente tutta la società: la Fede e l’Ambiente.

 

A)    Fede.

Pensando oggi alla trasmissione della fede come substrato della speranza, occorre aver chiara la distinzione tra conoscenza scientifica sperimentale, conoscenza razionale ed esperienza di fede. Anche questo è uno degli aspetti di base da cui trarre chiarezza per andare a dire al mondo della scienza sperimentale, della tecnologia, dell’industria, della filosofia quali sono i fondamenti di fede e le motivazioni della nostra speranza;

 

B) Ambiente.

Il secondo suggerimento riguarda l’ambiente naturale ed umano (la città). Per accorgesene basta leggere con l’intelligenza e il cuore il bisogno di speranza che emerge in modo tacito ma eloquente da quella forte espressione del pensiero di Paolo (Romani 8,19,25): “Il Creato è stato condannato a non avere un senso, non perché lo abbia voluto, ma per causa di chi ve lo ha trascinato… Noi sappiamo che fino ad ora tutto il Creato geme e soffre, come una donna che partorisce.”

Tra le tante situazioni presenti nell’ambiente che attendono un’animazioni di speranza tre sono qui evidenziate oltre alla precedente: la natura, la vita, la città. Sono questi temi che unitamente a quello della problematica della fede, almeno sino ad ora, non sono stati suggeriti come tema di una riflessione specifica nei vari documenti preparatori del Convegno di Verona (almeno a tutt’oggi 05/03/2006).

 

 

2. LA FEDE GENERATRICE DI SPERANZA

2.1 La proposta del trasferimento della fede nel contesto della cultura attuale. Si tratta di chiarire la differenza tra la conoscenza scientifica sperimentale, il sapere filosofico e l’esperienza di fede come base per una più informata testimonianza della speranza.

Come è ben affermato nel documento preparatorio di Verona, la speranza cristiana si fonda sulla fede in Cristo morto e risorto, vivo, fuori dallo spazio e del tempo e quindi contemporaneo di ognuno.

La prima domanda che ci si deve rivolgere, allora, è: “In quale contesto socio-culturale avviene l’espressione della fede e la fiducia nel progetto di vita di Gesù, attraverso cui rispondere alla domanda di speranza?”

Negli anni ’60 la società è stata interessata da un lato ad una forte promozione di ricerca scientifica, con ricadute sulle tecnologie e sull’industria, con lo sviluppo di mezzi di comunicazioni di massa, del servizio sanitario, di diffusione del sistema scolastico e di una partecipata crescita di ricchezza materiale.

Da un altro lato si è assistito nel mondo occidentale e in Paesi in via di sviluppo all’affermarsi di una perdurante rivoluzione culturale che ha affossato la civiltà rurale col suo patrimonio di etica che durava da quasi duemila anni. Nella famiglia la cultura del rapporto è stata sostituita da quella della frammentazione a tutti i livelli. La cultura illuminista fondata sulla ragione privata a supporto dell’etica ha avviato la concezione prassi della fede come di un guscio vuoto.

Allo sviluppo della nuova problematica del tradizionale rapporto tra scienza sperimentale e fede, che pervade ormai tutta la società attuale, ha dato una prima risposta la costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II.[1]

Una seconda espressione autorevole è stata formulata nel 1998 da Giovanni Paolo II con l’Enciclica Fides et ratio.

2.2 Le persone umane dispongono di tre tipi di conoscenza.

Una ricerca a tutto campo compiuta negli ultimi decenni nei settori della ricerca scientifica, della filosofia delle scienze e della teologia biblica ha portato ad una chiarificazione del rapporto tra scienza sperimentale e fede attraverso la distinzione, quanto ad oggetto e a metodi tra i tre livelli di conoscenza: scientifico-sperimentale, filosofica e per testimonianza (fede). L’interazione tra questi tre modelli di conoscenza e coscienza avviene a livello dell’esistenza della persona che vive ed opera nella quotidianità e nella realtà del suo ambiente.

Sembra realistico pensare che chi è interessato al tema della speranza abbia interesse ad appropriarsi del modello culturale dei tre livelli di conoscenza.

 

2.2.1 La conoscenza scientifico-sperimentale

Oggetto: la materia e l’evoluzione di essa

Metodologia: il metodo scientifico sperimentale

La scienza sperimentale studia l’aspetto quantitativo e matematizzabile della realtà, pienamente autonoma da inferenze filosofiche e teologiche. La scienza sperimentale e concettuale e metodologico non può né dimostrare né negare l’esistenza di un Dio. Si può dire, al limite, che un ricercatore, in quanto tale (non in quanto uomo che vive), deve essere un agnostico. C’è, dunque, qualcosa di ibrido in tutti quei tentativi di dimostrare che scienza e fede si accordano e si completano. Il mondo della scienza sperimentale si pone necessariamente fuori dal campo della fede in cui qualcuno può essere perduto o salvato.

 

2.2.2 La conoscenza razionale (il sapere filosofico)

Oggetto: le idee e l’evoluzione di esse

Metodologie: quelle relative alle scienze umane, economiche, antropologiche, filosofiche, ecc.

Naturalmente la ricerca scientifica sperimentale, al culmine delle proprie analisi, lascia insoluti alcuni problemi che essa non può indagare con i concetti e i metodi che sono propri della materia e della trasformazione di essa.

Il razionale, cioè, non si esaurisce nella conoscenza prodotta dalle scienze sperimentali, (fisica, chimica, biologia, scienze della natura).

Il ricercatore è un uomo e, chiuso il suo laboratorio, si immerge in una vita che offre aspetti qualitativi ed interrogativi umani che sfuggono ad una possibilità di risposta con il solo metodo sperimentale, connaturale alla sua mentalità.

Può esserci chi, pur onesto e degno di stima, opera una riduzione nel suo rapporto con la complessità dell’ambiente che lo circonda e decide che è oggettivo e reale soltanto tutto ciò che è matematizzabile e oggetto dunque di ricerca sperimentale. Di qui il concepire la fede in Dio come ostacolo ad una realizzazione della propria identità. (Se Dio esiste, io non posso esistere secondo il pensiero Camus). Le nuove cattedre di ateologia ne sono un significativo caso.

Altri, invece, si riappropriano della complessità del proprio contesto naturale ed umano, fino a percepire, con la loro ragione, per mezzo di semplici riflessioni interiori la presenza nella scena nel mondo di un Dio.

Attraverso questa strada, o più spesso attraverso esperienze esistenziali, le più varie, essi arrivano a maturare la consapevolezza di essere creature, cioè in rapporto con un altro da sé. Queste persone giunte a questo punto maturano la percezione che l’Assoluto non è alla portata dell’uomo, ma nel cuore dell’uomo.

 

2.2.3 La conoscenza di fede

Oggetto e referente della fede è il testimone Gesù (io ho fiducia in te)

Metodi:  a) le prove della credibilità delle fonti della fede (storicità di Cristo, credibilità dei Vangeli, ecc.)

b) la fede come atto esistenziale di adesione a Cristo (io ho fiducia in te, mi getto tra le tue braccia)

Il Dio dei filosofi, dei matematici, degli scienziati, resta irriconoscibile quanto a volto (Pascal: La notte di fuoco; Giovanni. I, 18).

Un giovane scout, nel corso di una giornata dello spirito, si chiedeva: “A me non interessa se Dio c’è o non c’è, ma mi importa se mi ama o no.” Ed ecco che un’ulteriore riflessione può portare una persona a chiedersi: “Se Dio c’è, chi è? Questo Dio quale volto ha? Quali rapporti mantiene con la mia vita di ogni giorno?”

Qui la ragione è invitata ad aprirsi ad un sistema superiore di conoscenza. Come primo passo per un percorso di fede, è necessario che ogni persona, si metta alla ricerca delle testimonianze storiche che dimostrano la credibilità dell’esistenza storica di Cristo, come persona umana, della veridicità dei Vangeli e di altre fonti cristiane. Da queste la persona è sollecitata a sviluppare una fiducia e una speranza in Cristo Figlio di Dio. Di qui trae valore e significato la ricerca sulle ragioni che fanno della conoscenza per testimonianza un modo di percezione della realtà ugualmente valido e certo, anche se di altro natura, quanto lo è la conoscenza sperimentale e quella filosofica.

Ma, come all’inizio del Cristianesimo sono i testimoni che hanno incontrato Cristo (“Voi mi sarete testimoni…”) che manifestano ai fratelli l’invito di Dio ad aprirsi al suo amore e ad una vita più alta di quella di semplice creatura: la vita dei figli di Dio.

Seguendo il cammino di fede tracciato da Emmaus e dai Magi, tra tutte queste testimonianze, all’uomo d’oggi che vive in un periodo storico di incertezza, di acuta crisi della propria identità, la più alta, concreta e affascinante è quella di Cristo, uomo e Dio, testimone della realtà del Padre e disegno di Dio per l’umanità.

Ritorna oggi, più viva che mai, la necessità per tutti i cristiani di rispondere con lucidità alla domanda di Cristo “Voi chi dite che io sia?”

Il significato dei termini fede e credere deriva dai verbi latini fidere se aliqui, credere se aliqui, che esprimono il gesto esistenziale di legare il proprio destino al testimone della fede, a Gesù. La risposta è “Io credo in Te”, cioè io mi affido a Te Signore Gesù.

 

2.3 Il rapporto tra conoscenza scientifica, pensiero filosofico-razionale, credibilità – esperienza di fede sfocia in un rapporto esistenziale che si realizza a livello della persona che vive.

I tre diversi piani di conoscenza (scientifico-sperimentale, razionale, credibilità ed esperienza di fede) sono irriducibili a livello dell’oggetto (la materia e le sue trasformazioni sul piano scientifico un’elaborazione concettuale sul piano filosofico, la credibilità che porta l’esperienza esistenziale di Cristo e del Dio di Cristo trascendente rispetto alla conoscenza, sia scientifica, sia filosofica) e a livello del metodo (scientifico-sperimentale il primo, filosofico il secondo) e credibilità del testimone che favorisce l’offerta esistenziale a Gesù (io credo in Te).

L’interazione tra scienze sperimentali, pensiero filosofico e esperienza esistenziale di fede conoscenza di fede non avviene, a livello del rispettivo oggetto e di metodo, ma sul piano dell’esistenza della persona che vive, scienziato o analfabeta che sia, e da questa adesione si sente trasformato in testimone.

E’ significativo l’episodio di quell’esule che, lasciando il suo paese portava in una tasca un testo di matematica e nell’altra la Bibbia, e diceva “Io non so come mai questi due testi vadano d’accordo. Ma so che sono io che li porto”.

E’ necessario prestare attenzione a quale stadio si è fermato un eventuale interlocutore, all’occhio col quale guarda e percepisce la realtà. Solo chi è arrivato al secondo stadio (percezione di un Dio e scoperta del rapporto creaturale), può interpretare la varietà delle cose, la bellezza del creato e delle opere dell’uomo come segno dell’amore e della bellezza di Dio, può capire cioè, sul piano dell’esistenza, la frase “le cose portano a Dio” ed è in grado di comprendere la legittimità dell’espressione scritta da Newton ad un suo amico “Quando scrivevo il Trattato sul nostro sistema del mondo avevo l’occhio ai principi che potevano aiutare a credere alla divinità e nulla può rallegrare maggiormente di vederli servire a questo scopo”.

Per chi, poi, è arrivato al terzo stadio, cioè alla fiducia in Cristo, comprende che il perché della creazione è nell’amore, e capisce, più di ogni altro, il significato di dono delle realtà naturali ed umane. Ma chi è rimasto al primo stadio interpreta questo atto di fede in Cristo come perdersi in Dio, questo voler credere come un gesto assurdo, una rinuncia ad una propria coerenza e onestà intellettuale. Scriveva Camus: “Se Dio esiste, io non posso esistere”

Al piccolo gregge è chiesto, oggi, di vivere una fede in grado di nutrire di certezze e di progettualità, la speranza di chi vive e opera nell’oggi, ama la terra, ed è in cerca di un proprio referente per un suo progetto per la vita.

In un mondo nel quale Cristo ha vissuto, lacerato in una realtà politica e culturale greco-romana e, da un punto di vista religioso, da un’interpretazione della Bibbia cui mancava il cuore (“Voi pregate con tante parole, ma il vostro cuore è lontano da me”), Gesù è stato maestro di un equilibrio che ha superato ambedue queste limitazioni, lanciando i suoi discepoli in una delle più grandi avventure della storia: “Andando, portate la mia lieta notizia a tutto il mondo, di un Dio che ama ogni persona e di mio progetto di uomini e donne nuovi.”

Il rapporto con Cristo e con il Dio di Cristo, oggi non è molto differente dal contesto in cui è nata e si è sviluppata la Chiesa primitiva. Il contesto ambientale dagli anni ’60 ha visto il crollo della civiltà rurale e la scomparsa di un sistema di valori etici condivisi: un quadro che sta permeando attualmente tutto il mondo occidentale.[2]

 

3. Alcune realtà in cerca di speranza

I motivi di una fede di frontiera resa più problematica dal risveglio in termini drammatici del mondo islamico, rende strategica la richiesta di Pietro: “Andate a raccontare agli altri i motivi della vostra speranza.” Ritenendo che il problema Islam Comunità Cristiana in Italia sia ben presente a chi organizza il Convegno di Verona, il Consiglio Pastorale di Parma potrebbe proporre, come Diocesi, di sottoporre alla Segreteria del Convegno di Verona, il caso di tre realtà, tra tante altre, trascinate da una egoistica gestione umana verso una crisi profonda che ne mette in discussione l’identità. Tre realtà che vivono la speranza di un nuovo volto, di una nuova identità, per una nuova efficienza di servizio: il creato, la vita, la città.

 

3.1 Il creato, la natura

Le parole di Paolo ai Romani (VIII.18-28) descrivono il drammatico rapporto tra esseri umani e natura con un realismo e una potenza espressiva impressionanti. Paolo parla di una natura bloccata da errati interventi umani nei processi del suo funzionamento, di una bellezza scomparsa sotto la frammentazione, di una caduta di quei rapporti tra fratelli e sorelle descritti da Francesco d’Assisi nel Cantico delle Creature, di una cultura della istantaneità, del tutto qui e subito, che blocca la speranza della natura di vedere instaurato di nuovo quel rapporto che ne fa un segno dell’amabilità di Dio. Fortunatamente in questi giorni (23-26 gennaio) il Consiglio Episcopale generale della CEI istituendo la Giornata per la salvaguardia e la difesa del creato da celebrarsi nella prima settimana di settembre in sintonia con tutte le altre diocesi d’Europa ha compiuto un salto di qualità alla Conferenza Episcopale Italiana che ha chiamato il mondo cattolico, di solito scarsamente sensibile a questi temi, all’ascolto della speranza della natura.[3]

Un obiettivo per il Convegno di Verona è senza dubbio quello di progettare uno sviluppo di consapevolezza e di responsabilità delle persone e soprattutto dei Cristiani verso una gestione corretta della natura e delle vsue risorse, come della città e dei beni culturali. I principi proposti dall’Educazione Ambientale dovrebbero diventare elementi costitutivi di una trasmissione di un comportamento Cristiano verso la natura e verso la città.

 

3.2 LA SAGRA DELLA VITA

Si propone al Convegno di Verona, di celebrare la Giornata della vita (arrivata alla 28ˆ edizione) con una particolare solennità cominciando col cambiare il titolo “Giornata della vita” abbastanza scontato e burocratico con altro: ad esempio la “sagra della vita” o altro. Di qui un appello al coinvolgimento e responsabilità in particolare alle giovani generazioni e alle espressioni organizzate del volontariato che rispondono ai richiami di speranza di vita a rischio e che rappresentano una testimonianza di notevole rilevanza. Si tratta infatti, parlando della vita di uno degli aspetti più a rischio dell’umanità sia che si tratti di vita umana, sia che si tratti di vita naturale.

Schematicamente la vita nel più ampio quadro possibile, ma soprattutto la vita umana, è il tema che più grida il bisogno di speranza, perché anche il referente di rischi drammatici: aborti, difficoltà per la famiglia ad accogliere una nuova vita fino al difficile inserimento dei bambini oggi nella società e da ultimo, nel momento finale, con il rischio della eutanasia. Nel 2006 la Giornata della vita è stata celebrata da Benedetto XVI con grande solennità, da un stimolante messaggio della CEI e da attività di pubblica risonanza realizzate in tutte le Diocesi del nostro Paese.

 

3.3 LA CITTA’

Il Vescovo Bonicelli nel 2000 al termine della visita pastorale alla città, nella lettera indirizzata alla Comunità Ecclesiale e Civile nella omelia della festa di Sant’ Ilario così si è espresso:

“Più volte in quest’anno mi sono interrogato sul rapporto tra Chiesa e città. La città di Parma è per noi una concentrazione simbolica del mondo e della storia. E’ il luogo significativo della nostra testimonianza cristiana. L’essere di una città determina in profondità l’essere Chiesa. Tra noi e nelle nostre comunità, sia parrocchiali sia associative, ci sono sentimenti diversi e, talora, contrastanti nei confronti della città. Da una parte speranze e passioni comuni, generosità e solidarietà; dall’altra parte ora delusioni, ora risentimenti, ora conflitti, ora nostalgie. Chiesa e società, anche a Parma, sono imparentate: imparentate perché la città moderna è figlia insieme della “modernità” e della Chiesa, imparentate perché appartengono all’unico uomo.” (Bonicelli C. 2002, Omelia per la festa di S. Ilario. Eco della Diocesi, 94,1:5-6)

 

Pubbliche Amministrazione, Società Civile, Comunità Ecclesiale, sono coinvolte in uno sforzo di lettura della realtà della città e alla scoperta di vaste zone che denotano un profondo bisogno di speranza per continuare a vivere e a operare sia come individui, sia come memoria di chi ci ha preceduti e di speranza per poter collaborare oggi e nel futuro per una città più umana e accogliente.

Nelle città, che sono dei veri laboratori del futuro e soprattutto nelle rispettive periferie in cui è forte il senso di delusione, paura; persone impoverite in cerca della loro identità e di un loro posto dignitoso di lavoro nell’ accelerato cambiamento e rapido mutamento sociale, economico, culturale.[4] Le città da sistemi complessi di relazioni interpersonali sono state ridotte a realtà frammentate: è l’agonia della città. Ci si trova oggi dinnanzi a problemi inediti, derivati: dalla transizione epocale dell’economia, e quindi del fare e del pensarsi; dalle immigrazioni soprattutto islamiche. Questi fattori portano di conseguenza le aree urbane e metropolitane alla ricerca di una nuova identità. Sono soltanto alcuni elementi di una problematica che attende un referente e un testimone per un progetto di vita capace di speranza.

 In questo quadro la Comunità Ecclesiale di Parma attraverso il precedente Consiglio Presbiterale diocesano aveva compiuto un poderoso lavoro in cui, seguendo il modello proposto dal Vescovo, ha strutturato un progetto di evangelizzazione di Parma città sistema.[5]

La città di Parma, come altre sta vivendo un periodo di profonde trasformazioni non tanto nella architettura della città, quanto nel ritrovare un nuovo spirito di accoglienza e di rapporto. Nel clima incandescente che si è venuto a creare in questi giorni, un clima di paura, ritorna forte la richiesta di Pietro: “Andate a raccontare agli altri le ragioni della vostra speranza.”

 

4. UNA CONCLUSIONE: contributo del Consiglio Pastorale di Parma per il Convegno di Verona. Una ipotesi

4.1 Chiarire il rapporto tra scienza sperimentale, conoscenza filosofico razionale e esperienze esistenziali di fede. Tre realtà che convivono nell’uomo che vive

4.2        Importa oggi stimolare la nostra Comunità Ecclesiale Italiana a riappropriarsi non solo dei tre livelli di conoscenza di cui si è parlato sopra, ma anche della promozione di un nuovo comportamento verso la natura, grazie all’insegnamento penetrante di Giovanni Paolo II (un magistero sviluppato soprattutto in occasione dell’ottavo centenario della nascita di Francesco d’Assisi ed elaborato negli stessi anni come Carte di Gubbio diffuse in tutta la comunità internazionale e in tutta la Chiesa).

4.3        Rivalutazione –seguendo anche la recente disposizione della CEI- della natura, dell’Ambiente naturale e umano dei principi etici che presiedono al ripristino e alla gestione dell’ambiente. Evidenziare il rapporto nell’esperienza francescana tra la natura e la percezione di Dio che sotto di essa fa segno

4.4             Strategica è oggi la necessità di fare il punto della città, oggi grande laboratorio di una nuova cultura sistemica che sostituisca quella frammentata.



[1] Il presente turbamento degli animi e la trasformazione delle condizioni di vita si collegano con una più radicale modificazione che sul piano della formazione intellettuale dà un crescente peso alle scienze matematiche, fisiche e umane, mentre sul piano dell’azione si affida alla tecnica, originata da quelle scienze. Questa mentalità scientifica modella in modo diverso di un tempo la cultura e il modo di pensare. La tecnica poi è tanto progredita da trasformare la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre. (G e S N° 1329)

I cristiani, in cammini verso la città celeste devono ricercare e gustare le cose di lassù. Questo, tuttavia, non diminuisce, anzi aumenta l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano[…] L’uomo, inoltre, applicandosi allo studio delle varie discipline, quali la filosofia, la storia, la matematica, le scienze naturali e occupandosi di arte, può contribuire moltissimo e ad elevare l’umana famiglia a più alti concetti del vero, del bene, del bello e a un giudizio di universale valore […] (G e S N° 1504)

[2] “Oggi, in non pochi ambiti della vita quotidiana è più facile dirsi non credenti che credenti. Siamo nel Sabato Santo del tempo e della storia, lo smarrimento dei discepoli è il nostro: si ha l’impressione che Dio sia diventato muto, che non suggerisca più linee interpretative della storia. E’ la sconfitta dei poveri, la prova che la giustizia non paga…Manca una globalizzazione della solidarietà. E i poveri sono oppressi, i prepotenti trionfano, i miti sono disprezzati.”

Cardinal Carlo Maria Martini

 

[3] I Vescovi hanno approvato l’istituzione di una “Giornata per la salvaguardia e la difesa del creato”, da celebrare, in sintonia con altre Chiese e Comunità Ecclesiali europee, il 1° settembre. Questa scelta intende riaffermare l’importanza della “questione ecologica”, con le sue implicanze etiche e sociali, e si propone come un gesto concreto sul piano ecumenico. In tal modo si evidenzia il comune impegno dei cristiani a promuovere atteggiamenti più maturi e responsabili nel rapporto con il creato, collegando strettamente l’”ecologia dell’ambiente” a quella che Giovanni Paolo II, con sapiente lungimiranza, ha chiamato l’”ecologia umana” (cfr Centesimus annus, nn.37-39). Infatti una nuova e corretta coscienza e consapevolezza circa le problematiche ecologiche richiede di per sé l’apertura verso una nuova coscienza dell’ambiente umano e della vita umana in tutti i suoi aspetti. (Comunicato finale della sessione invernale del Consiglio episcopale permanente, svoltasi a Roma dal 23 al 26 gennaio)

[4] Un’attenta considerazione, in questo quadro, deve essere riservata alla comunità dei testimoni di Cristo che, innamorati di Cristo stesso e del Padre di Cristo, per venti secoli hanno offerto e continuano oggi ad offrire un progetto per una realtà personale e sociale nuova. Oggi questo piccolo gregge vive in gran parte della terra in situazioni di testimonianza a Cristo, ma in Europa ed anche in Italia, un’aggressione strisciante avviene attraverso un certo tipo di realtà intellettuale sociale e politica nella quale si parla tranquillamente di lotta per la libertà dalla religione cattolica.

 

[5]Purtroppo di questo documento a cui il precedente Consiglio Presbiterale si era impegnato a fondo e in modo esemplare, formulando un progetto di evangelizzazione della città sistema, proposta dal Vescovo Bonicelli, non esiste più traccia alcuna.

 

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