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Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Cristo si mette alla testa dei peccatori per dare inizio al tempo nuovo della misericordia.

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«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali.

 

«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali.
















Don Umberto Cocconi


Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Vangelo secondo Marco).

Dopo la nascita di Gesù, la liturgia ci presenta un’altra nascita di Gesù, quella del battesimo. Chiedendo il battesimo, Cristo si mette alla testa dei peccatori per dare inizio al tempo nuovo della misericordia. Neppure il peccato può più ostacolare l’accesso dell’umanità al cielo di Dio, all’eternità. Questa festa ci dice che il Figlio di Dio si è fatto uomo per prendere su di sé il peccato del mondo salvando così l’umanità. “Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale mi sono compiaciuto”. Il Padre si compiace del Figlio che ha fatto la scelta di immergersi tra i fratelli peccatori. Gesù in fila con i peccatori è la “presentazione prima” del “Dio-con-noi”. L’immagine che Dio dà di sé stesso è esattamente l’opposto di quella che ogni uomo, religioso o meno, ha di Lui. Il battesimo è il seme che cresce fino a diventare l’albero della croce. Il Battesimo è immergerci totalmente nella vita di Dio, per immergerci totalmente anche nella vita degli altri mettendoci al loro servizio. Se si è con il Signore, si è al tempo stesso con tutti coloro che il Signore ama. Al Giordano Gesù non è presente come solo spettatore, non mantiene le distanze e non difende la propria estraneità rispetto a quel mondo di peccato. Non sta fermo sulla riva a osservare e a giudicare. Al Giordano Gesù si immerge totalmente nella storia del suo popolo, si immerge nella nostra condizione di miseria e di peccato, rendendosi così totalmente solidale con gli uomini. La via seguita da Gesù dovrebbe essere anche la nostra. Siamo tutti pronti a denunciare il male, difendendo la sponda della nostra separatezza, nell’illusione di essere tra giusti. Ma così non può nascere niente di veramente nuovo. La novità nasce quando la fede, l’onestà e la rispettabilità si incarnano dentro la miseria dei fratelli, come il Verbo si è fatto carne fino ad entrare nel mondo del peccato per caricarsi del peso delle colpe altrui. Pertanto bisogna sempre lasciarsi educare da un’intuizione profonda: tutti noi, santi e peccatori, siamo battezzati e immersi nelle grandi e profonde acque dell’amore del Padre. La certezza che Dio ci ama non deve e non può chiuderci in una relazione esclusivamente intimistica tra noi e Dio, ma necessariamente deve aprirci e renderci solidali con tutti gli altri nostri fratelli e al contempo farci sentire tutta la responsabilità per la loro salvezza. «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes). Siamo stati battezzati da piccoli e forse il nostro battesimo “non è ancora cresciuto”. Dobbiamo dunque liberare il nostro battesimo, poiché solo allora si potrà sprigionare veramente tutta la sua forza. Solo così può essere ‘scongelato’ e noi, da “cristiani nominali”, diventiamo finalmente “cristiani reali”, maturi.

La Toscanini